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Gaza: appunti di un medico dal genocidio

Un appello a quel che resta dell’umanità nel libro di Ezzideen Shehab

Lorenzo Baldo

Da pochi giorni abbiamo superato il conteggio dei “1000 giorni di genocidio a Gaza”. La questione, però, non è continuare a contare, bensì constatare che lo stesso numero vale per il tempo trascorso di impunità nei confronti di un criminale come Benjamin Netanyahu. Impunità per il suo governo terrorista, e per tutti i governi che lo sostengono. A quei 1000 giorni andrebbero aggiunti ben altri numeri in forma retroattiva per tutti gli anni in cui Bibi e i suoi sodali in primis, ma anche alcuni dei suoi predecessori, hanno pianificato – ispirandosi ai nazisti – il sistematico sterminio dei palestinesi. Nessuno nega l’orrore del massacro di Hamas del 7 ottobre. Ma proprio in merito a questo, una volta per tutte, andrebbe fatta luce su quella che è apparsa come la complicità del Premier di Israele di lasciare accadere quell’eccidio, dopo che avrebbe finanziato Hamas per anni.

La frase del premier israeliano, pronunciata ad una riunione del suo partito nel 2019, e riportata fedelmente nella video inchiesta di Massimo Mazzucco sul 7 ottobre, era stata decisamente esaustiva: “Chiunque voglia ostacolare la nascita di uno stato palestinese deve supportare il rafforzamento di Hamas, e il trasferimento di soldi ad Hamas”.

Il 30 novembre 2023 era stato poi il New York Times a pubblicare un documento del 2022 che rivelava in anticipo di un anno i piani di Hamas per il 7 ottobre.

Di che altro dobbiamo parlare?

Diritto internazionale? Bibi ne ha fatto carta straccia. L'Onu certifica: “Israele ha preso di mira i bambini a Gaza, è genocidio”. Parole al vento. Le stoccate di Trump a Netanyahu? Puro teatro: è quest’ultimo a tenerlo in pugno con gli Epstein files. L’ipotetica richiesta di sanzioni del nostro Governo contro il ministro Ben-Gvir (ma non contro il governo Netanyahu), per le torture agli attivisti della Flotilla? Menzogne spudorate.

E in mezzo a questo delirio di falsità e impunità l’unico dato oggettivo resta quello del genocidio costante del popolo palestinese. Che, mentre il mondo dorme, come ha ricordato più volte la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, continua a morire


Il diario del giovane medico

E’ la cronaca asciutta, struggente e devastante di un medico di 31 anni, originario di Jabalia, nel nord di Gaza. E’ “Diario di un giovane medico – Appunti dal genocidio a Gaza”, un libro del Dr Ezzideen Shehab (Mimesis edizioni)

Il Dr Ezzideen era rientrato a Gaza cinque giorni prima del 7 ottobre 2023. Il giovane medico palestinese voleva festeggiare la laurea con la sua famiglia dopo aver vissuto 10 anni all’estero. Ma  da lì a poco sarebbe stato testimone diretto del genocidio in corso, e avrebbe visto morire quaranta membri della sua stessa famiglia.

Ezzideen Shehab non è solo un medico, ma anche un toccante poeta, e un fine scrittore, che appena può scrive i suoi appunti su ciò che vive affidandoli a Internet. Il suo profilo X ha immediatamente catturato l’attenzione di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

Ed è Paola Caridi, saggista e giornalista, già corrispondente dal Cairo per Lettera22, associazione di cui è fondatrice e presidente, e che si occupa da oltre vent’anni di storia politica contemporanea del mondo arabo, ad aver firmato l’introduzione.

“Prima prendono la terra – scrive la Caridi parafrasando le stesse parole del Dr Ezzideen –. Poi il cielo. Poi il mare. Non si limitano a ucciderci. Uccidono l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, i luoghi in cui un tempo esistevamo. E non ci resta nulla. Nient'altro che polvere”.

La giornalista spiega che è tutta Gaza “l'obiettivo del genocidio che Israele ha deciso di perpetrare, sotto lo sguardo benevolo e perdonante dell'Occidente. È terra e persone, mare ed esseri umani, e, sopra a tutti, il cielo”.

“È così che ci cancellano. Non tutto in una volta, ma pezzo per pezzo”, scrive Ezzideen Shehab. Che finisce per essere “gettato dentro il cuore di tenebra. Anzi, nel cuore del cuore di tenebra, l'ospedale, la clinica, il pronto soccorso, il pavimento intriso di sangue, gli occhi spenti di madri che chiedono di salvare i propri figli, le migliaia di amputazioni senza anestesia”.

La presidente di Lettera22 evidenzia come vi sia “un filo trasparente e fortissimo che lega proprio le amputazioni subite dai palestinesi, in questi anni di genocidio, e la cancellazione di Gaza pezzo a pezzo. È il filo che racconta la frantumazione di un mondo, già chiuso dall'assedio cui Israele aveva sottoposto la Striscia di Gaza, in misura stringente in particolare dal 2007”. Il giovane medico di Jabalia è nato all'indomani della creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese “embrione - almeno così sembrava - dello Stato di Palestina, il sogno fallito”. La saggista ricorda come sia stato tolto il mare, chiuso dalle navi militari israeliane “che hanno impedito, ben prima del 7 ottobre, ai pescatori palestinesi di andare – appunto – per mare e trovare il sostentamento necessario per la famiglia. E distrutta e rubata la terra, che per i palestinesi è appartenenza e non proprietà. È legame ancestrale ed eterno”.

Paola Caridi evidenzia la peculiare importanza di quei “messaggi in bottiglia” del Dr Ezzideen affidati alla rete social “raccolti immediatamente da chi, dall'altra parte, cerca di connettersi con Gaza, il campo di sterminio, sbirciando virtualmente oltre i cancelli. Ma nulla, proprio nulla abbiamo vissuto e compreso delle sofferenze insostenibili, di quella disperazione che abbiamo solo potuto intuire, finché un testimone – il dottor Ezzideen – non ci ha portato per mano dentro il mattatoio Gaza”.

E come sempre “solo i sopravvissuti possono scrivere il racconto dell'indicibile, della ferocia che non credevamo più concepibile. Come sempre è successo, sono le vittime del genocidio le uniche deputate a potercelo, dovercelo raccontare”.

E di fronte a tutto quell’orrore il Dr Ezzideen Shehab non si sottrae. “Scrive in modo preciso e profondo dei minimi particolari. Di respiri e visi di un pallore simile alla morte. Di pane da cercare e di lacrime. Parla di sé stesso, il testimone di trent'anni cui tocca crescere in fretta, anche come dottore, dopo un periodo all'estero per studiare medicina”.

“È il cammino quotidiano del giovane dottor Ezzideen – sottolinea la Caridi – a calarci dentro il genocidio, in una cronaca dolentissima che parla anche stavolta della crudeltà fine a sé stessa e imposta dall'alto, da chi il genocidio lo compie. Israele. Lo Stato di Israele”.

Le domande sono prive di alcuna retorica e portano con sé un’immediata risposta: “Volete vedere i dettagli di un genocidio? Volete sapere cos'è realmente successo mentre i nostri talk show ci raccontavano di strategie militari e politiche senza senso e senno? Seguite i passi del dottor Ezzideen nel girone infernale in cui ogni palestinese ha una storia, uno sguardo e gli occhi a un tempo disperati e ricolmi di dignità”.

Ezzideen Shehab è a tutti gli effetti “figlio di un contesto culturale e medico così contemporaneo da portarlo a interrogarsi più e più volte sulla guerra nel tempo lungo della storia. Ed è questa domanda a condurci in fondo a una delle pagine più aberranti del genocidio. La sua durata, la sua lunga durata, ben oltre le operazioni di guerra”. Ed è il tono del dottor Ezzideen quello che “si fa ancor più dolente quando descrive non solo l'orrore nelle corsie di un ospedale, ma, legato e consequenziale, l'orrore che seguirà in futuro”. Come per quella mamma che “aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l'apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall'aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché”.

La realtà diviene quindi implacabile, attraverso lo sguardo del dottor Ezzideen. “Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia?”.

“È un libro prezioso – conclude Paola Caridi, e non si può che esserne totalmente d’accordo – il diario di Ezzideen Shehab, perché centellina il racconto dal cuore di tenebra. E lo fa perché lui stesso, Ezzideen, fa parte della schiera delle vittime che, nella disperazione esposta, prova e riesce a conservare una dignità che sembra impossibile. Nulla è nascosto, tutto è mostrato, ed è da questo ‘tutto’ che si alza, potente, la domanda rivolta a noi. Dove eravate mentre tutto questo ci succedeva?”.

Una domanda a cui nessuno di noi potrà sottrarsi. Perchè, come ha scritto il giornalista palestinese freelance, Sameh Ahmed, a cui l’Idf ha ucciso suo figlio Rakan di appena 9 mesi: “le lacrime dietro gli schermi dei telefoni non riporteranno indietro i morti”.

Ma se da una presa di coscienza si arriverà ad una ulteriore mobilitazione, ancora più pregnante attraverso forme di disobbedienza civile, per fare pressione sui governi che sostengono il governo criminale di Israele, c’è ancora speranza di invertire la rotta.


Quando un bambino desidera morire

E’ il 6 luglio 2024 quando il Dr Ezzideen annota fedelmente: “La mia vicina di tenda nell'accampamento è la moglie di un martire; ha una bambina di nome Yafa. Appesa nella sua tenda c'è una grande foto del marito. Ogni sera, prima che Yafa vada a dormire, la sento parlare con la foto. A volte dice: ‘Ti voglio bene’, a volte: ‘Mi manchi’ e a volte: ‘Yafa è arrabbiata con te’.

Stasera l'ho sentita dire: ‘Papà, prego Dio ogni giorno di portarmi da te, ma Lui non mi ascolta. Tu sei con Lui, digli di portare Yafa da te... Va bene, buonanotte, papà’.

Il mio cuore si spezza per tutti i bambini che sono arrivati a desiderare la morte”.

Gli appunti proseguono attraverso una cronologia che diventa via via sempre più straziante.

Poco dopo l’inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 – mai rispettato del tutto dall’Idf – il Dr Ezzideen scrive di getto le sue considerazioni intrise di amarezza e dolore: “Il governo di Israele conosce bene questa disperazione. Ritarda l'apertura del valico non per ignoranza, ma per conoscenza. Perché sa che la vittoria più grande non è quella militare; la vittoria più grande è quando un popolo dimentica perché desidera vivere.

Questa è Gaza oggi, un luogo dove anche la speranza si è affievolita, dove la casa è diventata una ferita e dove la sopravvivenza stessa sembra un'oscenità. Le tende sbattono al vento come polmoni morenti e al loro interno le persone non sognano più: aspettano. Aspettano che si apra la porta accanto, che conduca alla salvezza, al mare o alla fine.

E a volte, nell'oscurità, penso che forse non si tratta solo di Gaza. Forse questo è il mondo stesso, un mondo che ha dimenticato come amare, eppure osa ancora definirsi umano”.


Una guerra che non finisce

Il 23 Ottobre 2025 Ezzideen Shehab scrive ancora: “La guerra non è finita; solo il tuono in alto si è stancato. Ho ancora così tanto da dire, così tanto dolore che mi rode dentro come un corpo non sepolto, ma la vita mi stringe la mano intorno alla gola, lasciandomi senza fiato, senza silenzio, senza tempo per parlare.

Vaghiamo come condannati, alla ricerca di un luogo che si ricordi di noi, di una casa che non esiste più, di una terra che ci accolga senza chiedere chi fossimo prima delle rovine. Cerchiamo muri che ci perdonino per averli lasciati, una porta che ancora si apra al nostro nome”.

Ma quella porta è stata strappata via, distrutta, polverizzata.

“La nostra casa non c'è più, e la terra che non ha più una casa per noi non è una patria, ma solo una tomba senza nome. Tutto è tragico. La guerra non si è fermata, ha solo cambiato volto. Non cade più dal cielo; si insinua dentro di noi, nella nostra stanchezza, nel nostro terrore silenzioso, nella ricerca incessante di una nuova casa che non avrà mai lo stesso profumo di quella vecchia”.


La memoria straziata

Il giorno dopo il Dr Ezzideen annota ancora il dolore dell’oblio che si impadronisce della mente di molti sopravvissuti.

“Qualche giorno fa abbiamo iniziato a rimuovere le macerie dove un tempo sorgeva la nostra piccola clinica a Jabalia. I mattoni hanno ceduto come vecchie ossa, e la polvere si è alzata in una preghiera grigia che nessuno ha ascoltato.

Oggi, tornando sulla lunga strada dissestata che divora il tempo come una bestia divora il pane, un giovane accanto a me mi ha chiesto: ‘Sei Ezzideen Shehab?’. Ho annuito. Lui ha sorriso con una tenerezza che mi accusava. ‘Non ti ricordi di me’, ha detto. No, non me lo ricordavo.

Si è presentato come Ahmad R. e ha iniziato a rievocare davanti a me la mia stessa vita, scena dopo scena, con quei dettagli che solo il cuore può custodire. Ho ascoltato e ho finto di ricordare, come un ladro che finge innocenza prima del verdetto.

La verità è più difficile: avevo dimenticato non solo il suo volto, ma persino il suo nome; era come un sasso in bocca che non riuscivo ad assaporare. Questa piccola umiliazione non è passata: mi ha trafitto come un ago, rivelando una malattia più profonda. Le persone iniziano a parlare e si interrompono a metà frase, come se qualcuno avesse spento la luce dei loro pensieri. Un altro cerca una parola semplice e trova solo silenzio, e noi ci raduniamo attorno a quell'assenza come attorno a una tomba. Anche il negoziante sbaglia a contare le monete, continuamente.

Qualcosa dentro di noi si sta dissolvendo. Le nostre case stanno crollando, sì, ma accanto a loro si sta consumando una catastrofe più silenziosa: lo smantellamento delle stanze dove una persona trascorre le sue giornate. La memoria è il palazzo del povero. Che cos'è un uomo quando il palazzo non ha porte?”.

La riflessione del Dr Ezzideen tocca le corde di un’anima ferita, che non vuole arrendersi, ma che è provata all’inverosimile.

“Questa non è pigrizia. È una malattia collettiva dell'anima: un terrore eccessivo ha schiacciato il cervello come una pietra sul petto di un uomo addormentato, finché non si sveglia soffocato, credendo di aver acconsentito al proprio soffocamento.

La mente si difende con l'oblio. Getta via nomi, volti, angoli di strada, le piccole prove dell'esistenza. A Gaza, tutti noi facciamo un patto con l'abisso: cediamo una parola per un'altra ora di resistenza, scambiamo il ricordo di un volto per un po' di sonno, spendiamo la nostra memoria per sopravvivere al giorno successivo.

Vi chiederete: dove sta il senso di colpa in un tale oblio? Il trauma dimentica di vivere, la coscienza ricorda di rimanere umana, e tra questi due campi una persona è lacerata. Cosa sono io per Ahmad R., che mi conosceva, se non posso restituirgli la sua identità riconoscendolo?

Forse è per questo che le macerie mi fanno vergognare. Ogni pietra conosce il suo posto, ricorda il muro che ha sostenuto. Ma io, che curo ferite e scrivo parole, non so dove collocare Ahmad R. nell'architettura dei miei giorni”.


Scrivere per non disperdere ciò che è stato

La penna del Dr Ezzideen non intende arrendersi a quel dolore che lo sta consumando ulteriormente e continua a lasciare traccia di quello che è stato, affinché nulla vada perduto.

“Non è forse una sorta di peccato perdere chi si ricordava di te? La ferita di questo luogo non sta solo in ciò che ci fa ricordare, ma anche in ciò che ci costringe ad abbandonare, pezzo dopo pezzo, finché non restiamo come alberi spogli.

Il trauma non è un conforto, ma un insegnante che ci mette di fronte a una scelta: la sanità mentale o la storia. Scegliamo di vivere, e così facendo diventiamo più leggeri, e nel diventare più leggeri temiamo di essere diventati meno umani.

Quindi piangiamo non solo i morti, ma anche la parte dei vivi che è silenziosamente scomparsa. Non so se Dio accetti questa logica, ma so che la vede: il balbettio nel nostro parlare, il tremore delle mani del negoziante, le monete dei nostri pensieri che ci scivolano tra le dita.

Forse Lui ricorda per noi ciò che non possiamo sopportare. Forse, da qualche parte, ogni nome perduto è custodito come pane che non invecchia mai. E forse il compito di un uomo in una terra devastata è continuare a spazzare, pietra dopo pietra, parola dopo parola, finché non ritorna il riconoscimento e il volto umano può essere salutato con il suo vero nome”.


La clinica medica Al-Rahama

Nel libro viene ricordata la genesi di quello che è stato, ed è, molto più che un ospedale, ma piuttosto un luogo dove cercare di salvarsi da un nemico che si è insidiato ben oltre le macerie di Gaza. Nel dicembre 2024 il dottor Ezzideen Shehab ha co-fondato la clinica medica Al-Rahma insieme ad altri due medici. “Il loro obiettivo era fornire assistenza sanitaria gratuita al nord di Gaza, dove non erano rimasti ospedali funzionanti. La clinica era gestita da un team dedicato di tre medici e due infermieri, che hanno lavorato instancabilmente per fornire assistenza a chi ne aveva bisogno.

Tutte le forniture e i servizi medici sono stati offerti gratuitamente ai pazienti. Nelle parole del dottor Shehab: ‘Questa iniziativa è fondamentale per garantire un'assistenza sanitaria accessibile alla nostra comunità in questi tempi difficili’.

Il 14 gennaio 2025 il cofondatore della clinica, il dottor Khalil Bkhit, che aveva prestato servizio nel reparto di ortopedia dell'ospedale Al-Ahli Baptist dopo essere stato sfollato dall'ospedale indonesiano, è stato assassinato dalle forze di occupazione israeliane.

Il 7 aprile 2025 l'altro cofondatore della clinica, il dottor Mahmoud Abu Amsha, è stato ucciso in un attacco aereo israeliano. Il dottor Abu Amsha era l'unico chirurgo rimasto all'ospedale Kamal Adwan il 27 dicembre 2024, quando la struttura è stata assediata dalle forze di occupazione e il direttore, il dottor Hussam Abu Safiya, è stato rapito, sottoposto a detenzione amministrativa e torturato, rischiando la morte.

Nel luglio 2025 il dottor Shehab è stato costretto a evacuare nuovamente e la clinica è stata ridotta in macerie. La storia della clinica Al-Rahma è un esempio lampante della distruzione deliberata e continua del sistema sanitario di Gaza, parte della campagna di genocidio di Israele.

L'11 novembre 2025 la clinica Al-Rahma ha riaperto le sue porte e ha ricominciato a dare speranza a molte persone bisognose, pazienti, famiglie e rifugiati che non avevano altro posto dove andare”.

Il profilo X del Dr Ezzideen Shehab

Per sostenere il Dr Ezzideen

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Il profilo di Sameh Ahmed

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