Fulmini di guerra: Trump lascia Pechino a mani vuote e minaccia l'Iran

Nessun impegno su Hormuz, nessuna garanzia su Taiwan mentre la guerra con l’Iran minaccia di riesplodere
Non c’è commento esultante che possa nascondere l’amara realtà. Donald Trump è partito ieri da Pechino senza aver ottenuto i risultati concreti che sperava di portare a casa prima delle elezioni di medio termine di novembre.
Due giorni di incontri con il presidente cinese Xi Jinping, ricchi di cerimonie, parate militari e passeggiate nei giardini segreti di Zhongnanhai, hanno prodotto ben poco di sostanziale sul fronte commerciale e ancor meno su quello geopolitico, in particolare riguardo alla guerra con l'Iran.
Di fatto, la prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017 era attesa come un potenziale punto di svolta. Si è trasformata, invece, in una vetrina diplomatica che non ha entusiasmato né i mercati né gli alleati.
Il risultato più pubblicizzato del summit è stato un accordo per l'acquisto da parte cinese di 200 aerei Boeing, annunciato da un tycoon gongolante giovedì sera.
Con chirurgico tempismo, il titolo azionario della compagnia ha reagito negativamente, crollando del 4%, perché le aspettative erano ben più ambiziose: le fonti citate da Reuters parlavano di circa 500 velivoli in discussione, e Trump stesso ha dovuto ammorbidire la delusione ipotizzando che l'ordine potrebbe salire a 750 unità "se faranno un buon lavoro con i 200".
I due paesi hanno concordato di istituire un Consiglio per il Commercio e un Consiglio per gli Investimenti per affrontare le questioni di accesso al mercato in ambito agricolo, con un pacchetto di beni non sensibili da 30 miliardi di dollari su entrambi i lati. Ma a differenza del viaggio del 2017, Trump non ha premuto su "riforme strutturali", "governance economica globale" o "sistema commerciale internazionale", segnali che indicano un ridimensionamento delle ambizioni rispetto agli standard storici dei summit sino-americani.
Anche la questione delle terre rare, che aveva avvelenato le relazioni bilaterali dall'aprile 2025 quando Pechino aveva imposto controlli sulle esportazioni in risposta ai dazi di Trump, è rimasta irrisolta. La tregua dello scorso ottobre, in base alla quale Washington avrebbe ridotto i dazi in cambio del mantenimento del flusso di minerali critici verso gli Stati Uniti, è scaduta senza rinnovo formale: alla domanda diretta dei giornalisti, Trump ha risposto semplicemente che lui e Xi "non hanno discusso di dazi". Patricia Kim, ricercatrice della Brookings Institution, ha definito l'estensione di quella tregua "il parametro di riferimento più elementare" per giudicare il successo del vertice. Parametro non raggiunto. Anche la presenza a sorpresa del CEO di Nvidia Jensen Huang nella delegazione americana non ha prodotto alcuna apertura sulla vendita dei chip avanzati H200 di intelligenza artificiale alla Cina.
Xi ha introdotto un nuovo concetto nelle relazioni bilaterali, definendole di "stabilità strategica costruttiva", in netto distacco dalla formula "competizione strategica" usata da Biden, che Pechino aveva sempre mal tollerato. Da Wei, direttore del Centro per la sicurezza e la strategia internazionale dell'Università Tsinghua, ha commentato positivamente la novità: "Finora la Cina non aveva proposto un'alternativa, ora lo ha fatto; se gli Stati Uniti sono d'accordo, si tratta di un progresso." Ma per gli investitori e per i negoziatori, le parole non bastano.
Taiwan: dopo l’avvertimento di Xi Trump la scarica
A porte chiuse, come evidenziato dai principali quotidiani occidentali, al di là dei convenevoli cerimoniali Xi ha lanciato un avvertimento serio: una cattiva gestione della questione di Taiwan potrebbe sfociare in un conflitto aperto. Trump ha riferito che Xi gli ha espresso forte contrarietà a qualsiasi movimento indipendentista dell'isola e ha sollevato esplicitamente il tema delle forniture di armi americane a Taipei: si parla di un pacchetto in fase d’approvazione da 14 miliardi di dollari. Al ritorno sull'Air Force One, Trump si è prima mostrato evasivo: "Prenderò una decisione nel prossimo breve periodo" dopo aver parlato con "la persona che gestisce Taiwan". 
Xi Jinping
In seguito, interpellato da Fox News, è stato un pò più esplicito: “La Cina non vuole vedere questo posto, lo chiameremo "posto" perché nessuno sa come definirlo, ma non vuole che diventi indipendente. Penso che probabilmente farebbero qualcosa di piuttosto aggressivo, e poi verrebbero duramente contrastati, e accadrebbero cose brutte. È sempre stata la cosa più importante per Xi fin da quando l'ho conosciuto anni fa”.
Di fatto, sembra che la partita per trasformare Taiwan nella nuova Ucraina per Pechino, sia stata sospesa a tempo indeterminato.
La Cina non aiuta sull'Iran
Ma il vero banco di prova del summit era un altro e riguardava un tema scottante che il presidente americano ha necessità risolvere il prima possibile: la guerra con l'Iran. Trump aveva bisogno che Pechino, il maggiore acquirente di petrolio e gas iraniani, usasse la propria influenza su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, chiuso dall'Iran dopo gli attacchi israelo-americani iniziati il 28 febbraio, e per riportare l'Iran al tavolo dei negoziati.
È stata una mera illusione. Il breve resoconto statunitense dei colloqui di giovedì ha citato solo un "desiderio condiviso" di riaprire lo Stretto, e l'interesse di Xi per acquisti di petrolio americano al fine di ridurre la dipendenza di Washington dal Medio Oriente. Non impegni, non azioni concrete.
Ancora più significativa è stata la risposta del Ministero degli Esteri cinese, che ha rilasciato una dichiarazione esplicita poco prima dell'incontro del tè di venerdì: il conflitto "non avrebbe mai dovuto scoppiare e non ha motivo di continuare". Di fatto, un non troppo celato atto d’accusa verso la politica americana piuttosto che come un sostegno alle richieste di Washington. Trump, di ritorno sull'Air Force One, ha poi dichiarato di non aver "chiesto alcun favore" alla Cina. "Non sto chiedendo favori perché, quando si chiedono favori, bisogna farne in cambio", ha dichiarato, aggiungendo che i due leader avevano in realtà opinioni "molto simili" sull'Iran, ma Xi non ha rilasciato alcun commento pubblico in merito.
Ciò che è degno di nota è che non vi è alcun impegno da parte della Cina a intraprendere azioni specifiche nei confronti dell'Iran e Trump se ne va sperando che Pechino possa intervenire nei negoziati, come ha sintetizzato Al Jazeera, "non c'è nulla di scritto che indichi" una qualche mossa in tal senso.
La Casa Bianca ha tuttavia comunicato che Xi si è impegnato a non inviare equipaggiamento militare all'Iran e ha chiarito la propria opposizione a qualsiasi tentativo iraniano di imporre un pedaggio per il transito attraverso lo Stretto. "È una dichiarazione importante", ha detto Trump nell'intervista a Fox News Hannity. Pechino ha anche respinto le notizie di piani per fornire armi all'Iran definendole "calunnie infondate", ma gli analisti dubitano che Xi voglia fare pressione su Teheran, dato il valore strategico dell'Iran come contrappeso agli Stati Uniti.
I mercati pagano il conto: inflazione e petrolio fuori controllo
A parlare più chiaramente in modo inequivocabile sull’andamento di questi incontri bilaterali ci sono i mercati finanziari globali che hanno risposto con vendite diffuse alla notizia del mancato accordo. In Cina, l'indice blue-chip e lo Shanghai Composite hanno perso oltre l'1%, mentre l'Hang Seng di Hong Kong è sceso di circa il 2%. In Europa, le borse hanno chiuso in forte ribasso: Francoforte ha ceduto il 2,07%, Milano l'1,87%, Londra l'1,71% e Parigi l'1,60%. A Wall Street, l'S&P 500 è sceso dell'1% e il Nasdaq Composite dell'1,4%. Il rendimento dei Treasury decennali ha raggiunto il 4,56%, il livello più alto da quasi un anno, mentre quello dei trentennali è salito al 5,1%, con il governo americano che ha collocato debito trentennale al 5% per la prima volta dal 2007.
Il petrolio Brent è risalito del 2,5% a 108,31 dollari al barile, con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso alla stragrande maggioranza delle navi. Prima della guerra, circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali transitava attraverso quel corridoio.
Negli Stati Uniti, la situazione economica interna è sempre più preoccupante. I prezzi delle importazioni negli Stati Uniti hanno registrato in aprile l'aumento annuo più rapido da ottobre 2022, pari al 4,2%, con i prezzi delle importazioni di carburante in rialzo del 16,3% nel solo mese di aprile e del 22% su base annua. L'indice dei prezzi al consumo americano è balzato al 3,8% su base annua in aprile, al di sopra delle attese, mentre l'inflazione alla produzione ha toccato il 6%, il livello più alto dal 2022. L'inflazione core mensile si attesta allo 0,38%, ben oltre la norma storica dello 0,16-0,17%, segnale che le pressioni inflazionistiche sono oramai incorporate nell'economia reale e non si limitano agli shock energetici. I mercati dei derivati sui tassi scontano ora pienamente un rialzo della Federal Reserve entro marzo 2027, con una probabilità superiore al 50% che il rialzo avvenga già entro la fine del 2026. 
"Se il petrolio non scende, il mercato non può salire", ha sintetizzato Emmanuel Cau, responsabile della strategia azionaria europea di Barclays. Nick Twidale di ATFX Global ha aggiunto: "Guardavamo all'incontro con ottimismo e ci aspettavamo almeno in parte che venisse annunciato un accordo commerciale di enorme portata; da questo punto di vista, siamo rimasti delusi".
Trump: “la pazienza è finita” e minaccia di una nuova offensiva contro Teheran
Allo stato attuale Trump non potrebbe essere più alle spalle al muro di così ed emette rantoli ancora più minacciosi come una bestia braccata.
"Non avrò più molta pazienza. Dovrebbero trovare un accordo, qualsiasi persona sana di mente lo farebbe", ha dichiarato nell'intervista su Fox News, lanciando una minaccia sibillina: “Possiamo mantenere i ponti e le centrali elettriche in Iran, oppure possiamo distruggere tutto in due giorni”.
Le indiscrezioni parlano chiaro. Stati Uniti e Israele si starebbero preparando a riprendere gli attacchi contro l'Iran già dalla prossima settimana, magari dando un nuovo nome all'operazione. Lo scrive il New York Times spiegando che tra le opzioni in esame ci sono attacchi più aggressivi contro obiettivi militari e infrastrutturali e una missione ad alto rischio delle forze speciali per estrarre fisicamente l'uranio altamente arricchito iraniano dai tunnel bombardati a Isfahan.
I colloqui tra Washington e Teheran, che passano attraverso il Pakistan come canale intermedio, sono fermi dalla scorsa settimana, quando entrambe le parti hanno respinto le rispettive proposte. L'Iran ha dichiarato apertamente di non fidarsi degli americani: il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha ricordato che Washington ha già interrotto precedenti cicli di trattative lanciando attacchi aerei. Allo stesso tempo, Teheran si è dichiarata aperta tanto alla diplomazia quanto alla ripresa dei combattimenti, affermando che le navi non legate agli stati aggressori potrebbero attraversare lo Stretto se si coordinassero preventivamente con l'Iran.
In ogni caso, secondo Al-Jazeera, la Guida Suprema iraniana Ayatollah Mojtaba Khamenei ha posto ai negoziatori 5 condizioni che devono essere soddisfatte prima di avviare i colloqui relativi al dossier nucleare: porre fine alla guerra su tutti i fronti nella regione, compresi Libano e Gaza; revocare tutte le sanzioni economiche imposte all'Iran; sbloccare tutti i fondi iraniani congelati detenuti in banche estere; impegnarsi a pagare riparazioni per i danni e le perdite derivanti dalla guerra; riconoscere il diritto sovrano dell'Iran sullo Stretto di Hormuz.
Condizioni che se accettate da Trump già avrebbero il sapore umiliante della sconfitta. In ogni caso, il tycoon si dice sicuro: “Pensi che l'Iran capitolerà presto?”, gli chiede il giornalista di Fox News. “Non ho dubbi”, risponde lui borioso, lasciando intendere scenari militari durissimi: "Potremmo dover fare un po' di lavoro di pulizia, perché abbiamo avuto un piccolo cessate il fuoco di un mese." Ha aggiunto che "tutto quello che l'Iran ha costruito nelle ultime quattro settimane sparirà in un giorno" e chiarendo in termini inequivocabili, in un lapsus, clamoroso, la vera motivazione dell'intervento americano: "Si potrebbe dire che siamo lì per aiutare Israele".
Le capacità iraniane indebolite?
Tuttavia le posizioni su una nuova avventura militare nel golfo sembrano contraddittorie all’interno della Casa Bianca. L'ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha confermato che i bombardamenti hanno inferto un colpo pesante all'industria della difesa iraniana, con una battuta d'arresto stimata al 90%, ma ha riconosciuto che Teheran conserva "una capacità molto moderata, se non addirittura limitata" di colpire i paesi vicini, con un arsenale di missili, droni e piccole imbarcazioni ancora operativo. Le ultime settimane hanno visto continuare gli attacchi iraniani sugli Emirati Arabi Uniti, con la difesa aerea emiratina che ha intercettato circa 3.000 attacchi missilistici e con droni dall'inizio del conflitto.
Tuttavia, una valutazione della CIA indica che Teheran è in grado di resistere a un blocco navale per circa 3–4 mesi prima di affrontare serie difficoltà economiche. Sul piano militare, l’Iran conserva ancora circa il 75% dei lanciatori mobili (TEL) e il 70% delle scorte di missili balistici rispetto al periodo prebellico. Inoltre, l’intelligence segnala una capacità di recupero superiore alle attese, con il ripristino di depositi sotterranei e la riparazione di missili danneggiati. 
Il Congresso non frena la macchina da guerra
Sul fronte interno americano, cade l’ultimo freno in grado di impedire a Trump di dare l’ok per nuovi raid improvvisati. Il Congresso ha fallito per la terza volta consecutiva nel tentativo di limitare i poteri di guerra di Trump verso l'Iran. Il 15 maggio la Camera dei Rappresentanti ha votato 212 a favore contro 212, mancando la maggioranza necessaria per approvare una risoluzione che avrebbe obbligato le forze statunitensi a ritirarsi dalle ostilità entro 30 giorni. Tentativi analoghi erano già falliti a marzo e ad aprile. Il Senato ha respinto ripetutamente proposte di estensione dei poteri di guerra, e il termine di 60 giorni previsto dalla War Powers Act è scaduto il 1° maggio senza conseguenze, con l'amministrazione che sostiene che il cessate il fuoco "ha messo in pausa il conteggio dei giorni".
Gli Emirati isolati nel Golfo, Libano in fiamme
Sul piano regionale, gli Emirati Arabi Uniti si trovano in una posizione sempre più isolata. Abu Dhabi ha intercettato circa 3.000 attacchi iraniani dall'inizio del conflitto, ha condotto operazioni militari autonome contro l'Iran a marzo e aprile, e sta accelerando la costruzione di un oleodotto verso il porto di Fujairah sul Golfo di Oman per raddoppiare la propria capacità di esportazione a circa 3-3,6 milioni di barili al giorno, aggirando Hormuz. Il progetto, guidato dal principe ereditario di Abu Dhabi Sheikh Khaled Bin Mohamed Bin Zayed, dovrebbe diventare operativo nel 2027. Il tentativo emiratino di trascinare Arabia Saudita e Qatar in una coalizione del Golfo contro l'Iran è però fallito: i paesi vicini hanno rifiutato, spingendo Abu Dhabi ad abbandonare il blocco petrolifero OPEC ad aprile e a intensificare la cooperazione con Israele, che ha fornito batterie antimissile Iron Dome e personale tecnico.
In Libano, la situazione è ulteriormente deteriorata. Dall'inizio del conflitto con Hezbollah, il 2 marzo, almeno 2.951 persone sono state uccise e 8.988 ferite negli attacchi israeliani. Di queste, almeno 657 morti e 1.444 feriti si registrano dopo il "cessate il fuoco" mediato dagli Stati Uniti a metà aprile, un dato che mette in discussione la tenuta stessa della tregua, in scadenza domenica. I colloqui tra funzionari libanesi e israeliani avrebbero dovuto riprendere venerdì, ma Hezbollah si oppone a qualsiasi negoziato che preveda il proprio disarmo. Nel frattempo, un raid aereo israeliano ha distrutto un centro ambulanze nella città di Harouf, nel Libano meridionale, ferendo almeno due persone: secondo le Nazioni Unite, dall'inizio del conflitto almeno 103 operatori sanitari libanesi sono stati uccisi e 230 feriti in oltre 130 attacchi di questo tipo.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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