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Di Matteo: ''La Costituzione italiana non va cambiata, va applicata''

A Roma l’appello ai giovani: “Non diventate gregge”. E sulla mafia: serve responsabilità politica

Jamil El Sadi

“La Costituzione italiana non va cambiata, la Costituzione italiana va applicata”. È l’appello che Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, ha rivolto ieri mattina ai giovani riuniti nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma, per la presentazione del libro “Cinque passi verso una comunità”, promosso dall’associazione antimafia I Ragazzi di Via d’Amelio. All’incontro, organizzato con Roma Capitale e Tor Più Bella, sono intervenute anche l’assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro Claudia Pratelli e la rettrice della Sapienza Università di Roma Antonella Polimeni. Il volume contiene la prefazione dello stesso Di Matteo. Il magistrato ha scelto di parlare soprattutto ai ragazzi, partendo dalla propria esperienza e dal significato del servizio nelle istituzioni. “Il rapporto con i giovani, il rapporto con il popolo, il rapporto con i cittadini ci ricorda qual è l'essenza vera del nostro lavoro, quale deve essere l'essenza vera del nostro lavoro: un servizio alla collettività”. Da qui il richiamo alla memoria delle stragi e al sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una memoria che, per Di Matteo, non può esaurirsi nelle commemorazioni del 23 maggio e del 19 luglio. “Per favore, non cedete alla prospettazione retorica. Non è soltanto un problema di emozione ricordare gli uomini e le donne che sono caduti in quel modo. Non deve essere soltanto emozione, commozione. Deve essere comprensione, deve essere pretesa di verità e di giustizia, al di là di quello che già è stato fatto ma che ancora deve essere fatto per la ricostruzione dei moventi e dei mandanti, eventualmente anche esterni a Cosa Nostra, di quei terribili attentati”. Di Matteo ha insistito sulla dimensione nazionale del fenomeno mafioso e sulla necessità che la politica torni ad assumersi una responsabilità autonoma rispetto a quella penale. Citando l’esempio di Pio La Torre, ha ricordato una politica capace di denunciare collusioni e infiltrazioni mafiose anche prima dell’intervento della magistratura.  

Il magistrato ha criticato sia chi, davanti a un’indagine su rapporti tra mafia e politica, “grida al complotto politico”, sia l’atteggiamento di chi invita semplicemente ad aspettare le sentenze definitive. “La presunzione di innocenza fino alla sentenza di condanna riguarda l'aspetto giudiziario”, ha precisato, sostenendo però che debba esistere anche una responsabilità politica per comportamenti che, pur non costituendo necessariamente reato, mostrino rapporti consapevoli con esponenti mafiosi. “Non esiste solo la responsabilità penale, deve esistere anche una responsabilità di tipo politico che qui in Italia ormai si è dimenticata”. 
La seconda condizione indicata da Di Matteo per sconfiggere le mafie è una “rivoluzione culturale” dal basso, capace di contrastare la rassegnazione, la ricerca del favore e della raccomandazione e la prepotenza. “Io vi prego, ragazzi, informatevi. Ognuno di voi crescerà al suo modo, avrà le sue idee politiche, il suo credo religioso, Ma non diventate, non consentite ad altri, e ce ne sono molti che lo vogliono, di diventare gregge, di diventare facilmente guidabili in un senso o nell'altro”. Di Matteo ha quindi richiamato la mobilitazione giovanile per Gaza, affermando: “Avete vissuto un momento secondo me bellissimo [...] nel momento in cui vi abbiamo visto scendere a migliaia, decine di migliaia, in piazza per protestare e per denunciare il genocidio in corso contro la comunità palestinese a Gaza e altrove”. Ha poi ricordato il ruolo avuto dal voto dei giovani nel referendum sulla giustizia, interpretando il risultato come una difesa dell’indipendenza della magistratura. Il cuore dell’intervento è diventato così la Costituzione. “La Costituzione italiana è il baluardo delle vostre libertà, dell'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, è il baluardo e la base su cui dovete formare i vostri sogni”. Di Matteo ha poi richiamato gli artt. 3, 11 e 32, soffermandosi in particolare sul ripudio della guerra: “Ripudiare. Significa noi non ne vogliamo sentire nulla della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Questo non è compatibile con l'esportare armi, col finanziare le guerre in corso”. Infine, dopo aver ricordato di vivere sotto scorta da 35 anni e le rinunce imposte anche alla propria famiglia, Di Matteo ha lasciato ai ragazzi un ultimo invito: uscire da un concetto astratto di legalità per riempirlo “di giustizia, di ricerca della verità, di libertà e di democrazia”.

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Foto © Luca Staiano