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Di Matteo e Saviano raccontano Sodano e Messina Denaro: ''La Giusta Distanza'' tra Stato e mafia

Karim El Sadi

dimatteo saviano play

Ieri la puntata su La7, il magistrato: “Vanno individuate le coperture della latitanza del boss”

Da una parte un “principe” di Cosa Nostra, per trent’anni latitante, con un centinaio di omicidi alle spalle e una campagna stragista che ha seminato distruzione. Dall’altra un prefetto siciliano, che per combattere mafiosi e collusi ha sacrificato anni della sua vita, in solitudine, pagando un caro prezzo. È la storia di Matteo Messina Denaro e di Fulvio Sodano. È “La Giusta Distanza” - il programma condotto da Roberto Saviano che indaga crimini e misteri italiani - tra Stato e anti-Stato, tra bene e male. L’ultima puntata, andata in onda il 15 aprile su La7, porta i telespettatori nella Trapani degli anni ’90 e 2000, dove si combatte una guerra senza esclusione di colpi. Qui si scontrano due uomini su fronti opposti: legalità e giustizia contro criminalità organizzata. Matteo Messina Denaro, boss invisibile e figlio del potente Francesco Messina Denaro, che trasforma la Sicilia in un sistema di potere economico e violento; dall’altro il prefetto Fulvio Sodano, che lo contrasta colpendo interessi chiave come edilizia e appalti.


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Niente operazioni eclatanti, ma atti amministrativi incisivi e silenziosi. Proprio per questo Sodano resta isolato fino a lasciare la città: una sconfitta solo apparente, che negli anni contribuirà al percorso investigativo culminato nella resa di “Iddu”. È in questa “giusta distanza” che si misura il divario tra l’immediatezza dell’azione criminale e il tempo lungo, faticoso, dello Stato. Ad accompagnare Saviano nel racconto - e nell’analisi storica e politica - è il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo.
Il magistrato, assieme ai giornalisti Rino Giacalone e Alessandro D’Amato e ai familiari di Sodano e Messina Denaro (il nipote Lorenzo Cimarosa che lo ha rinnegato), ricostruisce il contesto in cui si è sviluppato il potere mafioso nel trapanese: “Quella di Trapani è una provincia particolare nell’ambito della Sicilia occidentale, nel cuore pulsante della storia di Cosa Nostra. Sono tanti gli aspetti che fanno pensare a una coesistenza tra poteri diversi che hanno trovato una saldatura e un’alleanza”. E aggiunge: “Negli anni ’80 si caratterizzò per essere la provincia con la più alta concentrazione di istituti bancari e finanziari di tutta Italia. Matteo Messina Denaro ha incarnato tutto questo”.


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Un figlio d’arte, cresciuto all’ombra di Totò Riina, il “capo dei capi”: “Riina ha avuto il talento di scegliere gli uomini giusti. I cosiddetti ‘corleonesi’ erano i suoi fedelissimi nei vari territori. Tra questi, un giovane Messina Denaro, suo vero e proprio pupillo, che incarnava fedeltà, segretezza e spietatezza”. 
Il magistrato sottolinea poi la svolta del 1993: “Per la prima volta Cosa Nostra compie stragi fuori dalla Sicilia non per eliminare un singolo obiettivo, ma per gettare scompiglio nel Paese. I morti di Firenze e Milano sono morti casuali: l’importante era fare pressione sullo Stato”. E sulla lunga latitanza del boss si interroga: “Com’è stato possibile che quest’uomo sia rimasto latitante così a lungo? Si muoveva senza le cautele tipiche dei latitanti”.  
Un dato che si lega alla capacità pervasiva dell’organizzazione: “Non vorrei sembrare catastrofista, ma Cosa Nostra controlla più o meno tutti i settori. Non ce ne sono immuni”. Centrale, in questo sistema, il ruolo degli appalti: “Costituiscono il momento principale di snodo della triangolazione mafia-imprenditoria-politica”. 


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Emblematica, in questo quadro, è la vicenda di Antonio D'Alì: “È stato per 24 anni parlamentare della Repubblica, sottosegretario e tra i fondatori di Forza Italia insieme a Marcello Dell’Utri. La sua parabola e i rapporti con Vincenzo Virga, con i Messina Denaro e con altri uomini d’onore del trapanese sono emblematici della forza e della capacità di Cosa Nostra di condizionare la politica”. Dopo l’arresto di Riina, prosegue Di Matteo, “Messina Denaro rappresenta la continuità della strategia stragista, l’esponente di quella parte di Cosa Nostra che voleva continuare l’attacco frontale allo Stato”.
Infine, uno sguardo al presente e al significato della sua cattura: “È stato uno dei mafiosi più importanti della storia recente del nostro Paese. È fondamentale continuare a ricostruire il suo operato, individuare le coperture della latitanza e capire eventuali collegamenti con ambienti esterni a Cosa Nostra nel periodo delle stragi”. E sulla figura di Sodano conclude: “È la storia di un uomo di Stato che ha combattuto davvero gli interessi mafiosi e che, come altri prima di lui, è stato delegittimato e lasciato solo proprio da quelle istituzioni per cui ha rischiato in prima persona”. 

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