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Di Matteo e de Magistris: traditori della Costituzione sono soprattutto dentro lo Stato

Il sostituto procuratore nazionale antimafia e l’ex sindaco di Napoli alla libreria “Io Ci Sto”

Luca Grossi

Mentre i palazzi del potere romano si affannano a riscrivere le regole del gioco per blindare l’impunità, a Napoli, tra gli scaffali della libreria IoCiSto, l’ex magistrato e già sindaco di Napoli Luigi de Magistris e Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia e già consigliere togato al Csm, non si sono limitati a presentare un libro ("Attuare la Costituzione") con la giornalista Federica Flocco, ma hanno tracciato la mappa di un tradimento: quello di uno Stato che, pezzo dopo pezzo, sta smarrendo la propria anima costituzionale per farsi sistema di potere.  


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Nino Di Matteo ha parlato con la lucidità di chi conosce il peso del sangue versato per quella Carta. Se è vero che la Costituzione "profuma di libertà e dignità", è altrettanto vero che oggi viene continuamente “elusa, tradita e calpestata”. Non solo da leggi dubbie, ma da prassi consolidate che svuotano di senso la sovranità popolare. Come si può parlare di democrazia, si è chiesto Di Matteo, quando le leggi elettorali impediscono ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e il potere legislativo viene sistematicamente espropriato da decreti legge abusivi. È il ritratto di una Repubblica che ripudia la guerra a parole (Art. 11), ma che nei fatti contribuisce ad armare conflitti e genocidi, come quello in corso contro il popolo palestinese a Gaza. 


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E come si può parlare del popolo quando, anche a seguito della vittoria del ‘No’ al referendum sulla separazione delle carriere, ancora ci si ostina a non ascoltare la voce dei tanti giovani che sono andati “in massa a votare”. “Quella non è stata una vittoria della magistratura, non è stata una vittoria nemmeno dei partiti politici che forse anche con un po' di ritardo si sono schierati per il no al referendum, quella è stata la vittoria di quella parte del popolo italiano che non vuole che la Costituzione venga stravolta a colpi di maggioranza”. Emerge poi il dramma di una magistratura che rischia di trasformarsi in un "ruolo di potere" anziché di servizio. Di Matteo ha descritto una giustizia penale a due velocità: implacabile con i disperati e gli ultimi, ma "timorosa e con le armi spuntate" verso i colletti bianchi e i corrotti. 
L'abrogazione dell'abuso d'ufficio e la limitazione delle intercettazioni non sono errori tecnici, ma tasselli di un disegno volto a proteggere quella criminalità che preferisce corrompere piuttosto che sparare. Sulla stessa lunghezza d'onda, Luigi de Magistris ha descritto una mutazione antropologica del potere: il passaggio a una "Terza Repubblica" dove il sistema criminale non attacca più militarmente lo Stato, ma lo conquista dall'interno. In questa fase, i leali alla Costituzione vengono percepiti come "sovversivi", mentre i deviati diventano la normalità. "I principali traditori stanno ai vertici dello Stato", ha incalzato l'ex sindaco di Napoli, denunciando come il diritto sia stato trasformato in una concessione del potere per trasformare i cittadini in sudditi incatenati al bisogno. 


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Se ci vogliamo ancora illudere che siamo il Paese delle mele marce, non abbiamo capito nulla - ha detto De Magistris - Perché noi dobbiamo capire perché la Costituzione è stata tradita, perché c'è un governo occulto nel nostro paese, perché ci sono stati colpi di stato che non vengono analizzati. Perché se noi arriviamo invece alla conclusione che dal '48 ad oggi la Costituzione più bella del mondo è tra le meno attuate del mondo perché la colpa è di tutti noi, è il modo migliore per dire che la colpa è di nessuno, siamo fuori traccia. L'analisi che il popolo sovrano deve fare, come se andasse da uno psicologo, è capire e scoprire che i traditori della Costituzione stanno soprattutto dentro lo Stato”. Infatti la prassi ordinaria e attuale è l’eliminazione dei soggetti scomodi non più attraverso le bombe o gli omicidi ma attraverso “gli strumenti della carta bollata e della legalità formale. E quindi l'uccisione del magistrato scomodo, del poliziotto scomodo, di tante categorie scomode non avviene tendenzialmente più per mano militare, ma con mani interne allo Stato”. Quindi noi siamo nella fase in cui “i normali, leali, ubbidienti alla Costituzione vengono percepiti dal sistema come sovversivi, socialmente pericolosi, ribelli, e i deviati sempre più diventano normali”. Il fulcro dell’intervento di De Magistris ha riguardato anche l’articolo 3 della Costituzione il quale “impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando la libertà dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. “Rimuovere gli ostacoli non è un verbo per magistrati, avvocati e professori universitari. Rimuovere è un verbo che è indirizzato alla Repubblica. La Repubblica siamo noi. Rimuovere è un atto di militanza. Quindi noi dobbiamo militare di fronte al tradimento della Costituzione”. 


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I rapporti tra mafia-Stato e la stagione delle stragi non ancora chiusa

Il cuore dell'intervento di Di Matteo ha toccato il nervo scoperto del nostro Paese: il rapporto tra Cosa nostra e le istituzioni. Citando le parole del boss Salvatore Cancemi, il magistrato ha ricordato una frase del capo mafia Totò Riina: "Senza i rapporti con il potere e con la politica, saremmo stati solo una banda di sciacalli". Una verità che oggi si scontra con una narrazione mediatica e politica volta a cancellare la memoria delle stragi e delle collusioni eccellenti. Di Matteo ha denunciato con forza il tentativo di riabilitare figure come Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi, ignorando sentenze definitive che accertano rapporti pluridecennali con i vertici mafiosi (vedi sentenza di condanna a Dell’Utri del 1994). "Di queste cose i ragazzi non sono messi in condizione di informarsi", ha avvertito, sottolineando come la strategia delle bombe del '92-'93 sia stata alimentata proprio dalla percezione che le “stragi pagassero”. Tale venne provocata proprio da quella interlocuzione tra pezzi dello Stato (il Ros con il generale Mario Mori) e Vito Ciancimino; tale vicenda poi culminerà nella Trattativa (non presunta) di cui abbiamo scritto molte volte su questo giornale.


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Di Matteo ha sottolineato che la lotta alla mafia "non può limitarsi alla lotta e al contrasto all'ala militare delle mafie, a chi traffica a chi spara, a chi mette le bombe, a chi estorce denaro o altro a imprenditori e commercianti", ma che "per sconfiggere la mafia bisogna recidere ogni possibilità di rapporto tra la mafia e le istituzioni". Le mafie oggi "perseguono i loro interessi, soprattutto quelli di tipo economico, di grande riciclaggio, attraverso reati particolari. Preferiscono corrompere piuttosto che uccidere, preferiscono adoperarsi per truccare un appalto piuttosto che costringere l'imprenditore onesto a ritirarsi dalla gara d'appalto".
Ha quindi dichiarato che "mafia e corruzione sono diventate due facce della stessa medaglia"  e non è concepibile che anziché arginare il problema si sia abbrogato il reato di abuso d'ufficio e ridimensionato il traffico d'influenze. Secondo Di Matteo, "lo abbiamo capito, ma evidentemente non si vuole centrare il cuore del problema". Nonostante il quadro, entrambi i relatori hanno intravisto una luce nell'esito del referendum di marzo, dove il popolo - e soprattutto i giovani - ha reagito fiutando l'odore di un "attentato alla Costituzione". Perché, come ha concluso de Magistris, la Costituzione è il "battito cardiaco della democrazia": oggi è in terapia intensiva, avvelenata da un sistema che la vuole morta, ma può ancora essere salvata da chi ha il coraggio di non farsi comprare. Il cambiamento non verrà dall'alto; il popolo che nelle mani il suo destino. 

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Foto © ACFB