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Dall'abisso a spiragli di pace. Araghchi: ''Mai così vicini alla firma'', ma Israele bombarda

Missili, sanzioni e mercati in fibrillazione: perché il costo politico ed economico della guerra spinge Trump verso un’intesa

Francesco Ciotti

Quella che sembrava un’escalation incontrollabile in grado di portare lo scontro tra Stati Uniti ed Iran su un nuovo livello ancora più apocalittico ha subito ancora una volta una battuta d’arresto all’ultimo minuto. 
Donald Trump ha annullato per la terza notte consecutiva gli attacchi programmati contro l'Iran, dichiarando che i negoziati erano arrivati "ai massimi livelli della leadership iraniana". Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha confermato su X che il Memorandum d'intesa di Islamabad "non è mai stato così vicino alla conclusione", invitando i media ad astenersi da speculazioni prima della finalizzazione del testo. Da Islamabad, il premier pachistano Shehbaz Sharif ha confermato che "è stato concordato un testo finale dell'accordo di pace" e che "la pace non è mai stata così vicina come lo è ora".
Soltanto poche ore prima dell'annuncio dell'annullamento degli attacchi, Trump aveva avvertito che l'Iran sarebbe stato colpito "molto duramente stanotte" e aveva minacciato di prendere di mira l'isola di Kharg e altri impianti petroliferi iraniani nello Stretto di Hormuz. Poi, bruscamente, il cambio di rotta: i bombardamenti pianificati sono stati sospesi, con il presidente che parlava di negoziati approvati dalla leadership iraniana.
Non è la prima volta che Trump si ferma sull'orlo dell'azione. Secondo The Independent, il presidente ha fatto marcia indietro dalle minacce di distruggere l'Iran almeno otto volte dall'inizio del conflitto. I critici hanno coniato per lui il soprannome TACO — acronimo di "Trump Always Chickens Out" — per descrivere questo schema ricorrente. Il 21 marzo aveva lanciato un ultimatum promettendo di "annientare" l'Iran, senza seguito; il 7 aprile aveva scritto "un'intera civiltà morirà stanotte", senza che fosse condotta alcuna operazione. L'11 giugno la sequenza si è ripetuta: minaccia, poi ritiro. Complessivamente, Trump ha dichiarato almeno 39 volte che un accordo era vicino e che l'Iran "lo desiderava ardentemente".
Un atteggiamento ondivago tanto ricorrente che non ispira particolare fiducia nella controparte iraniana che tuttavia si sente più vicina che mai al raggiungimento di un’intesa. 


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Abbas Araghchi © Imagoeconomica 


La voce di Araghchi: "Siamo vittoriosi, ma diffidiamo di chi non rispetta gli impegni"

Lo stesso Araghchi, in una serie di interventi ai media iraniani, ha tracciato un bilancio impietoso e una visione strategica precisa.
"Il momento migliore per porre fine a una guerra è quando abbiamo il sopravvento; siamo veramente vittoriosi sul campo di battaglia", ha affermato il ministro, sottolineando che l'Iran ha resistito per oltre quaranta giorni "contro quella che sembra essere la superpotenza mondiale". L'accordo, a suo giudizio, non è una resa ma una consolidazione della vittoria.
Araghchi ha chiarito la struttura dell'intesa: "L'accordo prevede due fasi e abbiamo spostato la questione nucleare nella seconda fase." Le richieste americane in materia nucleare per questa prima fase erano, a suo dire, "assolutamente inaccettabili". Il memorandum d'intesa include la questione nucleare, l'allentamento delle sanzioni, la ricostruzione e i fondi bloccati, ma tutto questo sarà oggetto di negoziazione nella fase successiva.


Lo stretto di Hormuz: mai più come prima

Uno degli elementi più dirompenti delle nuove dichiarazioni del ministro riguarda proprio lo Stretto di Hormuz. "Il futuro dello Stretto di Hormuz e della sua gestione non sarà come prima", ha affermato il ministro, aggiungendo che "l'Iran e l'Oman probabilmente rilasceranno presto una dichiarazione congiunta in merito all'amministrazione dello Stretto". La via d'acqua, ha chiarito, è "indubbiamente sotto la sovranità dell'Iran e dell'Oman" e "non esiste una via navigabile internazionale nello Stretto di Hormuz" in senso giuridico autonomo.

Sul piano concreto, Araghchi ha annunciato una svolta storica: "Secondo il diritto internazionale, imporre pedaggi nello Stretto di Hormuz non è possibile. Tuttavia, sarà richiesto un qualche tipo di pagamento o tariffa di servizio per attraversare lo Stretto di Hormuz. Questo è confermato." Per decenni Iran e Oman hanno garantito gratuitamente la sicurezza e i servizi di quella via navigabile; questo modello, ha detto senza ambiguità, non sarà più ripristinato. Una dichiarazione che — se attuata — ridisegnerebbe le regole del commercio energetico globale e trasformerebbe lo Stretto in uno strumento di deterrenza permanente nelle mani di Teheran. 


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Donald Trump © Imagoeconomica 


La diffidenza nei confronti degli americani

In ogni caso, non sarebbe una sorpresa constatare che regni una certa sfiducia da parte di Teheran dopo che per la 39° volta Trump ha annunciato un accordo imminente e l’Iran, nei giorni precedenti il conflitto, durante gli accordi di Ginevra, aveva accettato di convertire a combustibile nucleare le sue scorte di 440 kg arricchite al 60%, ricevendo come risposta uno spietato attacco a sorpresa.

Non si vede già unanime coerenza nella posizione Usa. Quando si è diffusa, soprattutto tra i sostenitori di Trump, la sensazione che avesse concesso troppo, che avesse potenzialmente fatto ciò che aveva criticato per aver fatto Barack Obama con il JCPOA, i falchi della sua amministrazione si sono subito affrettati a smentire.

“Primo, gli iraniani non stanno ricevendo contanti, e nessun fondo viene sbloccato solo per firmare un accordo o partecipare a un incontro. L'accordo è strutturato per garantire che le preoccupazioni degli Stati Uniti e dei suoi alleati siano prioritarie, e che se la Repubblica Islamica dell'Iran adempie ai suoi obblighi, allora i benefici economici fluiranno verso di loro e verso l'intera regione”, ha scritto il vicepresidente J.D Vance sul social X.

"Se gli accordi raggiunti nella prima fase non verranno attuati, non procederemo alla seconda fase", ha avvertito Araghchi, tracciando una linea netta di condizionalità che differenzia questa intesa dal JCPOA, mostrando una diffidenza esplicita sulla controparte americana.

"Abbiamo a che fare con persone negli Stati Uniti che non rispettano i propri impegni; dobbiamo impedire loro di venir meno ai propri obblighi", ha proseguito, precisando che gli Stati Uniti si sarebbero impegnati nel memorandum a non iniziare una guerra e a non ricorrere alle minacce, e che è stata inserita una garanzia scritta sul rispetto della sovranità iraniana. Quanto agli oppositori dell'accordo, Araghchi non ha lasciato spazio ai dubbi: "Questo accordo ha dei nemici, e in prima linea c'è il regime israeliano, che cerca pretesti e opportunità per minarlo". 

Il possibile sabotaggio israeliano: il nodo che rischia di far saltare tutto

Ebbene, il punto critico che può far saltare il tavolo negoziale da un momento all’altro, è proprio l’operato di Netanyahu.

Secondo i24 News, l'accordo in discussione includerebbe, infatti, un cessate il fuoco completo su tutti i fronti. Dettaglio confermato anche da un alto funzionario dell'amministrazione americana.

Araghchi ha reso ancora più esplicita questa condizione: "Nell'ambito del Memorandum d'intesa e del cessate il fuoco in Libano, Israele si ritirerà da tutti i territori occupati. Se questi e altri obblighi non verranno rispettati, non si terranno negoziati per una soluzione definitiva." La posta è dunque altissima.

Ma come sta rispondendo il regime sionista di Tel Aviv? Continuando a bombardare, ovviamente, senza badare minimamente a quanto riportato nel memorandum, evidentemente. Forti esplosioni sono state segnalate a Marjayoun e Nabatieh, nel Libano meridionale: secondo l'agenzia di stampa nazionale libanese NNA, l'esercito israeliano ha condotto quella che ha definito un'operazione di demolizione su larga scala in prossimità della collina di Ali al-Taher, vicino a Nabatieh. Le esplosioni hanno fatto tremare il terreno su una vasta area, scatenando il panico tra i residenti. Una mossa che suona, effettivamente, come una risposta silenziosa alle parole di Araghchi. 


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Perché Washington ha più bisogno dell'accordo di quanto ne abbia Teheran

Dietro la "schizofrenia politica" di Trump si cela una realtà strategica incontrovertibile: il vecchio schema imperiale della deterrenza militare statunitense non funziona più. Andrea Dessi, docente di relazioni internazionali all'Università Americana di Roma, ha descritto senza mezzi termini la campagna militare come un "disastro strategico", affermando che il presidente cerca ormai "una via d'uscita che gli permetta di salvare la faccia".

Il peso economico del conflitto è diventato insostenibile. A metà maggio il Pentagono aveva dichiarato di aver speso 29 miliardi di dollari; il sito Iran War Cost Tracker stima ora la cifra a oltre 109 miliardi, mentre gli esperti militari statunitensi la proiettano addirittura a 300 miliardi. Almeno una ventina di siti militari statunitensi in Medio Oriente sono stati resi inabitabili. Le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti, secondo il Washington Post, sono scese a 349,2 milioni di barili, avvicinandosi al livello più basso dal 1983. Il prezzo medio nazionale della benzina, riporta la CNN, è ora più elevato rispetto al 91% della presidenza Biden. A questo si aggiunge la corsa contro il tempo politico: le elezioni di midterm si avvicinano, mentre incombono i segnali di recessione e di crisi economica globale.

Sul piano militare, le scorte missilistiche statunitensi si stanno rapidamente riducendo, mentre l'Iran ha conservato circa il 70% del proprio arsenale. L'Iran potrebbe semplicemente resistere più a lungo di Trump e attendere un'intesa con una prossima amministrazione. Come ha osservato Mohammad Eslami dell'Università di Teheran, "Donald Trump sta cercando di inviare messaggi positivi ai mercati e all'economia globale" — e i mercati hanno risposto: giovedì l'S&P 500 ha registrato il suo maggiore rialzo giornaliero da aprile, il Nasdaq Composite è salito del 2,5%, il Dow Jones dell'1,9%. In Asia, il Kospi sudcoreano ha segnato un'impennata dell'8%.

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