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Manifestare in Paraguay per dire basta al narcotraffico
di Jean Georges Almendras - 21 Novembre 2014
Il 16 ottobre si è tinto di sangue, nella regione di Canindeyú. Nelle strade non asfaltate di Villa Ygatimí, in un'area territoriale confinante con il Brasile chiamata Ypejhú. La vittima è stata un giornalista: Pablo Medina, insieme ad una sua assistente, Antonia Maribel Almada Chamorro. Entrambi assassinati dai colpi di arma da fuoco. Due famiglie distrutte, che vivono il loro dolore in solitudine, un dolore che è anche il nostro. Anche il senso di impotenza è nostro. Perché siamo giornalisti liberi, come Pablo Medina e la sua assistente Almada.
Sono trascorsi trenta giorni da quel vile attacco, gli investigatori hanno ricostruito la dinamica dell’attentato e identificato gli autori, ma sorprendentemente non ci sono arresti. La notizia del delitto si è diffusa in tutto il territorio paraguaiano e anche oltre oceano. Il mandante del duplice crimine ed i suoi sicari sono mafiosi della zona. Semplici lacchè di un potere nascosto nell’ombra delle strade e dei villaggi paraguaiani. Semplici soldati di un sistema criminale protetto e custodito.
Sono trascorsi trenta giorni e ci siamo dati appuntamento ad Asunción. Abbiamo percorso migliaia di chilometri per rendere onore a Pablo nella sua terra. Un sincero omaggio ad un professionista dei mezzi di comunicazione impegnato nella causa di denuncia contro il narcotraffico, nella sua terra. In una zona a rischio, dove i narcos girano impunemente.
Pablo Medina era un nostro amico. Un nostro compagno di lotta. Nel 2005 ebbe l'opportunità di incontrare il direttore Giorgio Bongiovanni ad Asunción. Nell'incontro ci parlò di suo fratello Salvador, assassinato nel 2001. Un incontro rivelatore che sigillò un'amicizia oltre ad un legame professionale.
Nelle prime ore del pomeriggio del 16 ottobre la notizia della morte di Pablo Medina ci colpì tutti. Uno shock indescrivibile. Un vero terremoto che segnò comunque un cammino. Tante volte Pablo aveva parlato di quei rischi poi diventati mortali quando fu oggetto di un’imboscata. Fu consegnato ai killer da personaggi che lo hanno esposto. Quel giorno, Pablo era senza scorta. Perché, quando già la vox populi diceva che i suoi scritti avevano risvegliato la violenza criminale? Pablo si fidava dell'azienda dove lavorava da oltre 15 anni. Sentiva che la sua vita era a rischio, ma anche che godeva di certe garanzie per il solo fatto di far parte dello staff giornalistico di uno dei quotidiani più importanti del Paraguay: ABC Color.
Nel corso delle indagini alla ricerca di informazioni lungo i territori confinanti con il Brasile, supportati da prove ed evidenze su personaggi coinvolti nel narcotraffico, sicuramente Pablo alzò un coperchio, scoprendo al suo interno personaggi appartenenti a sistemi di potere che non dubitarono di mettere in moto i meccanismi giusti per renderlo completamente vulnerabile. Ed è così che quel giorno le pallottole furono sparate senza pietà, bisognava far tacere l'impiccione che aveva l'audacia di immischiarsi in affari che altrimenti potevano essere realizzati senza ostacoli, il connubio tra i sistemi di potere dello Stato Paraguaiano e la malavita del narcotraffico.
L’uccisione di Pablo Medina, e di chi lo accompagnava, dimostra la veracità delle sue denunce e rimane il più grande errore commesso dai mafiosi, perché eliminarlo ha significato aprire le porte allo scandalo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai colmo, che ha fatto emergere una storia di corruzione e di narcotraffico radicata impunemente (forse, grazie ai silenzi ed ai depistaggi dei potenti di turno), nella società di Canindeyú.
LA MANIFESTAZIONE © ACFB
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A trenta giorni dalla morte di Pablo Medina, mentre giornali, radio e televisioni gli dedicano le prime pagine ed i primi blocchi di notizie (con aggiornamenti delle indagini di Polizia e Procura), continuano le perquisizioni che hanno permesso il sequesto di marijuana e confermano nomi e cognomi dei mandanti e dei responsabili materiali del doppio crimine. Sono stati arrestati i latitanti identificati e mostrati nelle prime pagine dei mass media? Per niente.
Tutto questo ci ha spinti ad organizzare una mobilitazione cittadina per martedì 18 novembre, alle 18:30 in Plaza de la Democracia, in pieno centro della capitale paraguaiana.
Abbiamo visitato redazioni di giornali, radio, televisioni, parlato con dirigenti dei sindacati di giornalisti e di altri ambiti, intrapreso contatti a vari livelli, per invitare il popolo paraguaiano a partecipare all'incontro. Abbiamo parlato con la figlia maggiore di Pablo, con i suoi genitori e fratelli. È stato come sentire Pablo. Come ritornare indietro nel tempo e vederlo insieme al nostro direttore durante il Congresso Antimafia di Rosario, Argentina, nell'anno 2009, o a casa di Omar Cristaldo quando nel 2005 ci parlava della morte di suo fratello Salvador e di tutta la sua campagna di denuncia al narcotraffico. In quella occasione gli abbiamo trasmesso la nostra forza, il nostro affetto ed il nostro appoggio. Nasceva un'amicizia profonda. Adesso ci è rimasto il suo ricordo e i frutti della sua perseverante denuncia.
I suoi genitori, Angela e Don Pablo, hanno rivvisuto in lacrime la tragedia. Chiedono giustizia per la morte di Pablo e per quella dei loro figli Salvador e Salomon, anche loro uccisi dalla mafia. Dhirsen, la figlia maggiore di Pablo, ha avuto la forza di parlarci della sua indignazione e dei particolari dell'attentato, ricordando il padre meraviglioso, pieno di valori e di determinazione.
Il giorno della manifestazione il palco installato in un angolo della Plaza de la Democracia è divenuto il punto dal quale lanciare la nostra pretesa di giustizia per Pablo Medina ed Antonia Almada.
Striscioni estesi tra alberi e pali dell’illuminazione pubblica dicevano: "Non temo le azioni dei cattivi, temo il silenzio dei buoni" e "Chi ha paura, muore ogni giorno. Chi non ha paura, muore una volta sola”.
Juan Carlos Paolini, argentino, ha aperto la manifestazione. Subito dopo, insieme a Giorgio Bongiovanni, abbiamo introdotto le motivazioni del raduno, uno a uno i relatori hanno presso il microfono per esprimere le proprie profonde riflessioni, auspicando la condanna ai criminali, rimarcando la loro vigliaccheria e sottolineando con rabbia le negligenze dello Stato. Hanno parlato Federico Enciso, della Federación Nacional de Estudiantes Secundarios; il Senatore Luis Alberto Wagner; il Dr. Juan Alberto Rambaldo, giudice argentino e redattore della web Antimafia argentina; il giornalista Antonio Pecci, di Periodistas en Alerta; la Dra. Katia González, Presidenta della Coordinadora de Abogados del Paraguay; il sacerdote Francisco Oliva; e il magistrato Penal del Ministerio Público del Paraguay e redattore di Antimafia Paraguay, Dr. Jorge Figueredo.
Lo scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano ha dichiarato: "Voglio aggiungere il mio nome alle dichiarazioni di condanna contro le esecuzioni di giornalisti e contadini che stanno seminando orrore nella mia amata terra paraguaiana. Chi come me conosce ed ama questo paese sa per esperienza che è il terrorismo messo in atto dal potere ad agire mascherato per assassinare impunemente coloro che difendono le loro tormentate terre e la loro libertà di espressione”.
Giorgio Bongiovanni ha parlarto direttamente ai poteri dello Stato affinché agiscano di conseguenza ed evitino che l'impunità scenda sul caso Medina.
L'INTERVISTA AL TG NAZIONALE © ACFB
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Dhirsen, la figlia maggiore, ha preteso giustizia spendendo dure parole contro i proprietari del quotidiano ABC Color, dove lavorava suo padre e proibendo loro l'utilizzo dell'immagine di Pablo a fini lucrativi e speculativi. Anche i due fratelli di Pablo lo hanno ricordato insistendo sulla pretesa di giustizia. Sono stati minuti di amarezza, la stessa amarezza che si vedeva riflessa nei volti dei familiari. Dopo la manifestazione, un canale di televisione nazionale ha intervistato in diretta Bongiovanni, che ha così potuto parlare a milioni di telespettatori. Rivolgendosi alle telecamere della televisione, ha intimato gli assassini di consegnarsi alle autorità e di segnalare l'identità dei veri mandanti del duplice delitto.
Il giorno dopo la morte di Pablo Medina, il fotografo siciliano Giorgio Barbagallo ha realizzato un documentario sul giornalista. Un vero omaggio alla vita di Pablo Medina ed al suo lavoro di informazione. La proiezione ha chiuso l’evento tra la commozione dei presenti.
Il popolo paraguaiano non è accorso in massa alla Plaza del la Democracia. Forse perché la paura regna ancora. Crediamo invece sia ora di uscire nelle strade e nelle piazze. È il momento di dare loro risposte ferme e di denunciare pubblicamente i potenti responsabili della deriva di questo paese. La lotta al crimine organizzato è stata lanciata. Non si può più tornare indietro. Tutto per Pablo Medina, per Antonia Almada, e per le altre vittime cadute. Perché loro, sono vivi. Più che mai.
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I VIDEO DELLA MANIFESTAZIONE "JUSTICIA YA"













