A processo Yorgen Fenech, presunto mandante dell'omicidio di Daphne Caruana Galizia
È entrato nel vivo il processo contro Yorgen Fenech, il magnate maltese ritenuto il mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Il dibattimento, iniziato il 1° luglio davanti al giudice Edwina Grima, vede per la prima volta alla sbarra l’imprenditore dopo anni di rinvii, mentre tutti gli esecutori materiali hanno già ricevuto condanne definitive. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il piano prese forma nell’aprile 2017 quando Fenech, 44 anni, chiese al suo collaboratore e tassista Melvin Theuma – diventato il teste chiave dopo aver ottenuto la grazia presidenziale – di trovare persone disposte a eliminare la giornalista. Theuma si rivolse ad Alfred Degiorgio, che coinvolse il fratello George Degiorgio e Vincent Muscat. Il presunto compenso pattuito fu di 150.000 euro: 30.000 versati in anticipo e i restanti 120.000 dopo l’esecuzione. Il patto sarebbe stato siglato con una stretta di mano, la consegna di contanti in una busta marrone e un messaggio in codice. I tre trascorsero l’estate del 2017 a organizzare l’omicidio. Dopo aver inizialmente previsto di sparare alla vittima nella sua abitazione con fucili di precisione, optarono per un’autobomba. I preparativi furono temporaneamente sospesi per le elezioni generali del 2017, ma ripresero subito dopo il voto. Convinto che Caruana Galizia stesse per pubblicare informazioni compromettenti sul suo conto o su suo zio, Fenech avrebbe imposto tempi rapidi. Gli esecutori monitorarono gli spostamenti della giornalista e nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2017 piazzarono l’ordigno sotto il sedile del conducente della sua Peugeot 108. L’esplosione, azionata a distanza con un comando cifrato, la uccise mentre si allontanava da casa. Fenech, che nel 2013 aveva ottenuto un contratto multimilionario per la costruzione di una centrale elettrica a gas, nega ogni addebito e rischia l’ergastolo. Arrestato nel novembre 2019 mentre tentava di fuggire a bordo di uno yacht di famiglia, è rimasto in custodia cautelare per oltre cinque anni ed è stato scarcerato su cauzione a gennaio 2025. La reporter, descritta come una “WikiLeaks in persona”, aveva denunciato corruzione ai massimi livelli e legami opachi tra élite politica e imprenditoriale maltese. Il suo omicidio scatenò indignazione mondiale, mise in discussione lo Stato di diritto nell’isola più piccola dell’Unione Europea e contribuì alle dimissioni dell’allora premier Joseph Muscat nel gennaio 2020, dopo proteste di massa per i presunti tentativi di proteggere amici e alleati. In aula, già al secondo giorno, l’avvocato di parte civile Jason Azzopardi – ex parlamentare dell’opposizione e rappresentante della famiglia della vittima – ha attaccato il premier laburista Robert Abela, accusandolo di aver anticipato le elezioni al 31 maggio proprio per precedere l’apertura del processo. Azzopardi ha dichiarato: “All’inizio dello scorso gennaio, sei settimane prima dell’attacco statunitense all’Iran, ho scritto pubblicamente che le elezioni si sarebbero tenute prima di giugno. L’ho scritto perché sapevo che la giuria avrebbe iniziato il processo il primo luglio, ma ero vincolato da un’ordinanza del tribunale a non divulgarlo”. Ha aggiunto che il premier era stato informato della data fin dal momento in cui era stata fissata. Abela ha respinto ogni collegamento, sostenendo di aver agito nell’interesse nazionale. La difesa ha sollevato preoccupazioni per l’attenzione mediatica sul caso, chiedendo che alcune escussioni si svolgano a porte chiuse. Il giudice valuterà caso per caso. La sentenza finale potrebbe rappresentare un tassello decisivo nella ricerca di giustizia per Daphne Caruana Galizia.
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