
Proiettato in simultanea in Italia grazie a Pueblo Unido e Mescalitofilm
E’ stata una proiezione-evento, quella del film “The sea”, diretto dal regista israeliano Shai Carmeli-Pollak, organizzata ieri a Roma (in collaborazione con Il Fatto Quotidiano), e in simultanea in oltre 130 sale italiane. Una serata che, nella Capitale, ha visto la partecipazione della relatrice speciale Onu per la Palestina e i territori occupati, Francesca Albanese, a vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva (che ha moderato l'incontro), l'inviata di Report, Giulia Innocenzi, Enzo Porpiglia di Medici senza frontiere e l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani, collegato direttamente dalla Flotilla. Al termine della proiezione è stata trasmessa la diretta streaming del dibattito con oltre 15.000 persone presenti nelle sale collegate.
Di fatto il lungometraggio, selezionato come candidatura ufficiale agli Oscar 2026 per il miglior film internazionale, ha innescato in Israele reazioni durissime a livello istituzionale. Al punto che è stato cercato di impedirne la sua visione. In Italia è arrivato grazie alla forte determinazione di Giulia Innocenzi che, con la sua community media “Pueblo Unido”, assieme alla società indipendente di produzione e distribuzione cinematografica Mescalitofilm, è riuscita a coinvolgere sempre più sale cinematografiche rendendo virale l’appello alla visione del film. E, così come era stato per “Food for profit”, il film è finito al centro dell’interesse dell’opinione pubblica in un rapidissimo passaparola. Con conseguente sold-out ovunque. L’opera, finanziata dall’Israeli Film Fund, ha vinto tra l’altro il premio come miglior film agli Ophir Awards, ovvero gli Oscar israeliani.
La storia
Il sogno è quello di un bambino che spera di arrivare al mare. Ed è attraverso i suoi occhi che nei 93 minuti del film assistiamo ad “un viaggio di pochi chilometri che diventa una frontiera, una prova di sopravvivenza, rendendo visibile la frattura tra chi può muoversi liberamente e chi no”.
La storia cammina sulle gambe di Khaled, che ha dodici anni e vive vicino a Ramallah, in Cisgiordania. Il mare dista solo a un’ora di distanza, ma è come se fosse irraggiungibile. Arriva il giorno della gita scolastica e tutto sembra finalmente possibile. Ma al checkpoint le autorità israeliane fermano il bambino e lo rispediscono indietro. La notte successiva Khaled scappa dopo essersi sentito umiliato, e si mette in viaggio verso il Mediterraneo. Quando suo padre si rende conto che il figlio è scomparso, abbandona il lavoro e lo cerca, consapevole che ogni controllo potrà finire male con tanto di arresto e di perdita del lavoro. In uno spaccato di sogni spezzati da una realtà brutale, il film si muove tra compassione e tensione. Quella che si respira forte nei momenti in cui Khaled arriva a Tel Aviv e cerca di arrivare al mare mentre il clima attorno a lui comincia a farsi ostile.

La reazione di Israele
Il ministro israeliano della Cultura, Miki Zohar, ha definito il film “una vergogna” e ha annunciato la sua intenzione di tagliare i finanziamenti pubblici agli Ophir Awards, ma anche a future produzioni nazionali, come ritorsione politica.
“Questa scandalosa vittoria – ha sottolineato Zohar – ha suscitato sdegno tra i tanti cittadini israeliani e i soldati dell’Idf che dedicano la loro vita a difendere la loro patria”.
Il ministro ha quindi accusato la pellicola di dipingere i “nostri eroici soldati in maniera falsa e diffamatoria, mentre combattono e rischiano la vita per proteggerci”. Sempre Zohar ha poi esternato l’intenzione di tagliare i fondi alla stessa Israeli Film Academy che riceve importanti aiuti governativi. “Durante il mio mandato i cittadini israeliani non pagheranno di tasca propria per una cerimonia vergognosa che sputa sui nostri eroici soldati” ha dichiarato il ministro in un post su X. “Dal 2026 l’evento non riceverà più fondi pubblici perché rappresenta meno dell’1% del popolo israeliano e le risorse devono essere destinate a scopi più importanti”. Dichiarazioni gravissime, ma anche paradossali, rilasciate da un ministro di un governo presieduto da un premier come Benjamin Netanyahu. Che è inseguito dal 21 novembre 2024 da un mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità (assieme all’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant) spiccato dalla Corte Penale Internazionale per il genocidio compiuto a Gaza. Ma come è noto, Netanyahu continua imperterrito a viaggiare impunito verso gli States, come e quando gli pare, per ricordare a Trump che un ricatto è per sempre (vedi alla voce Epstein files).
Una proiezione che ha unito l’Italia
“In Cisgiordania – ha ricordato Maddalena Oliva nel suo intervento subito dopo la proiezione del film – nei Territori occupati, dal 7 ottobre 2023 a oggi, sono stati uccisi più di 1000 palestinesi”. “Questo film ci aiuta a tenere la luce accesa su quanto sta succedendo in Palestina oggi, sulle violazioni del diritto internazionale, la legge del più forte che sta attuando Israele, non solo sul territorio, ma anche nell’acqua e nel mare, come ha dimostrato quanto avvenuto con Flotilla”. Ed è esattamente dalla Global Sumud Flotilla che si è collegato l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovano, per affermare con forza un concetto semplice nella sua terribile verità: “Se non si ferma quanto sta avvenendo a Gaza, allora tutto il mondo rischia di diventare Gaza”. “Stiamo ripartendo – ha quindi sottolineato Mantovani – pensate che 40 dei 181 che sono finiti sulla nave prigione di Israele, sono decisi a imbarcarsi di nuovo”. Una determinazione che mira a scuotere ulteriormente l’opinione pubblica per tenere alta l’attenzione sulla prosecuzione del genocidio a Gaza, e per chiedere la liberazione immediata dei due attivisti della Flotilla, Thiago Avila e Saif Abukeshek. Entrambi al momento sono detenuti in Israele – mentre attuano per protesta lo sciopero della fame – dopo essere stati rapiti dalla Marina israeliana.
Con l’autenticità di chi da anni non si risparmia per dare il proprio contributo di medico alla popolazione di Gaza, è stato Enzo Porpiglia di Medici Senza Frontiere, per anni capo missione per la Palestina, a evidenziare l’orrore perpetrato dal governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania.
Un orrore che passa attraverso quell’impunità tracotante che consente a Netanyahu e ai suoi sodali di continuare a orchestrare il genocidio in Palestina. Senza che nessuno al mondo – con tanto di complicità del governo Meloni – osi fermarlo. In videocollegamento dalla Spagna è intervenuta anche Francesca Albanese: “Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha scritto alla massima rappresentante dell’Unione Europea per chiederle di attivarsi per rimuovere le sanzioni contro di me e contro i giudici della Corte Penale Internazionale, perché è una vergogna. In Italia mi sento comunque sempre avvolta dall’affetto delle persone, però fa male il fatto che di fronte all’aggressione che ho subito da parte degli Stati Uniti, lo Stato italiano mi abbia lasciato da sola”. Una solitudine firmata da Sergio Mattarella, Giorgia Meloni e dal suo intero Governo. Con tanto di squallide iene che continuano a dileggiarla su buona parte dei media nazionali. Un isolamento che passa anche attraverso il silenzio assordante di Papa Leone XIV. Che attraverso il suo ufficio stampa preferisce piuttosto parlare di incontri “cordiali e costruttivi” con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, dopo che Trump continua a sostenere Netanyahu nella sua folle corsa alla terza guerra mondiale attraverso genocidi allargati.
Dal canto suo Giulia Innocenzi ha spiegato minuziosamente le ragioni che l’hanno portata a farsi promotrice di “The sea”. “Questo film ha riscontrato un successo nell’opinione pubblica israeliana - ha spiegato – ha avuto un afflusso di pubblico all’estero, ma praticamente non ha distribuzione. È un film particolarmente pericoloso per la narrativa del governo israeliano perché è un film universale. È proprio per l’attacco del governo israeliano che ho deciso, insieme a Mescalito, di distribuire questo film perché non potevo credere che un film pluripremiato, rappresentante di Israele agli Oscar, invece venisse attaccato proprio dal suo governo. Allora mi sono detta che qualcuno questo film avrebbe dovuto portarlo in Italia”.
Presente in sala a Roma anche Francesca Nardi, tra le attiviste rientrate in Italia dopo l’abbordaggio di Israele. “Abbiamo trascorso nella nave prigione di Israele 30 ore – ha raccontato – abbiamo dovuto rassegnarci al fatto che Thiago, Saif e anche altri compagni fossero stati messi in isolamento. Eravamo consapevoli del fatto che loro non sarebbero più venuti con noi. La priorità assoluta ora è la loro liberazione. Quello che ci è capitato succede a più di 9mila detenuti palestinesi, anche minorenni. Il nostro corpo diventa uno strumento per continuare a fare luce su quello che invece continua tutti i giorni a succedere in Palestina, ma adesso anche in Iran, in Libano, in tutta la regione. E, come dimostra quest’ultimo intercetto, evidentemente Israele non ha più limiti neanche in Europa”. Limiti che Israele ha già travalicato, prima e dopo l’ultimo abbordaggio della Flotilla in acque greche. Uno scenario che apre alle peggiori ipotesi nelle quali non rimarrà in piedi il benchè minimo barlume del diritto internazionale.
Continuare a fare pressione sul Governo Meloni per la liberazione di Thiago Avila e Saif Abukeshek e per l’immediata interruzione di ogni sostegno da parte dell’Italia nei confronti di Israele resta un imperativo urgente. Prima che quella forma di “israelizzazione” di cui parla Francesca Albanese distrugga definitivamente quel che resta del nostro senso di umanità.
Info film, prossime programmazioni e trailer: theseafilm.it
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