Strage di via d'Amelio, Gian Carlo Caselli: ''Il movente non è mafia-appalti''
L'ex procuratore parla di “ricostruzione inconsistente” e critica la Commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo

A pochi giorni dal 34° anniversario della strage di via d'Amelio, Gian Carlo Caselli interviene nel dibattito sulle cause dell'attentato che il 19 luglio 1992 costò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta. In un editoriale pubblicato su lavialibera, l'ex procuratore di Palermo ha contestato la ricostruzione che individua nell'inchiesta “mafia-appalti” il movente dell'omicidio, definendola una pista da escludere. Lo ha fatto partendo con alcune critiche verso la Commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo, spiegando che la Commissione avrebbe scelto di concentrare la propria attività quasi esclusivamente sulla strage di via d'Amelio, “assumendo, come unica possibile ipotesi causale della strage, la questione mafia-appalti”, ma trascurando un’analisi molto più ampia in seno alla strategia stragista di Cosa nostra tra il 1992 e il 1993.
Un’unica ipotesi d’indagine, “sostenuta (in perfetta sintonia con Mario Mori e Giuseppe De Donno, ufficiali del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) con inguaribile ostinazione, fino al punto di considerare ‘nemico della verità’ e provocatore sistemico chiunque volesse sostenere una tesi diversa”. Per Caselli, ciò avrebbe condotto a una vera e propria “revisione della storia di Paolo Borsellino”.
L'ex procuratore di Palermo ha ribadito che il movente dell'omicidio del giudice Borsellino sarebbe da escludere completamente in riferimento alla vicenda mafia-appalti, come confermato da “testimonianze plurime, concordanti e autorevoli”, oltre che da “precisi dati logico-fattuali”. Caselli ha infatti ricordato che Borsellino stava soltanto programmando di occuparsi del dossier mafia-appalti e che “in concreto non aveva ancora intrapreso alcunché”. Proprio per questo motivo, “l'uccisione di Borsellino ordinata da Totò Riina a Giovanni Brusca - ha precisato Caselli - sicuramente non è collegabile a un'attività ancora inesistente: sarebbe fuori da ogni logica e buon senso”.
Diversa, invece, l'ipotesi collegata a Casa Professa, luogo dell'ultimo intervento pubblico di Borsellino. Quello pronunciato il 25 giugno 1992, meno di un mese dopo la strage di Capaci e appena 24 giorni prima dell'attentato di via d'Amelio. Durante quell'incontro, Borsellino spiegò di essere a conoscenza di diverse confidenze ricevute da Giovanni Falcone. Disse di sentirsi testimone dei fatti accaduti e di dover riferire tutto all'autorità giudiziaria, poiché era a conoscenza di elementi utili alla ricostruzione della strage di Capaci. Proprio per questo motivo precisò di non voler esprimere pubblicamente le proprie valutazioni, perché avrebbero dovuto essere prima riferite ai magistrati.
Per Gian Carlo Caselli, l'intervento di Borsellino a Casa Professa sarebbe stato “l'unico fatto che si presta” a spiegare sia il movente sia “l'improvvisa accelerazione dei tempi di esecuzione” della strage. A sostegno di questa ricostruzione, Caselli richiama anche quanto scritto da Angelo Siino nel libro “Vita di un uomo di mondo”. Siino, ex mafioso e collaboratore di giustizia, deceduto nel 2021, racconta infatti che, dopo la strage di via d'Amelio, alcuni boss detenuti commentarono l'omicidio di Paolo Borsellino. Tra questi ci sarebbe stato Salvatore Montalto, capomandamento di Villabate, che avrebbe pronunciato la frase in dialetto: “A chistu chi ci 'u purtava a parrare di certe cosi?” (“Ma chi glielo faceva fare di parlare di certe cose?”). Una frase ritenuta particolarmente significativa anche da Caselli, che ha ricordato come Riina, secondo le dichiarazioni di Giovanni Brusca, accelerò improvvisamente l'esecuzione dell'attentato contro Borsellino.
Ecco che, Gian Carlo Caselli, si pone quindi una domanda: Che cosa era successo di nuovo tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio da giustificare questa accelerazione? Secondo Caselli, se Borsellino, durante il suo ultimo discorso pubblico, aveva lasciato intendere di essere a conoscenza di elementi utili alle indagini sull'assassinio di Falcone e di essere pronto a riferirli all'autorità giudiziaria, questo avrebbe potuto convincere chi aveva interesse a impedirlo ad accelerare il progetto di morte nei confronti del magistrato, per evitare qualsiasi rischio. “Le parole di Borsellino, soprattutto nella parte finale dell’intervento, sono parole di un uomo incupito, addolorato per la scomparsa dell’amico, ma nient’affatto disposto ad arrendersi, che non si rassegna ma vuol continuare la ‘battaglia’. Ergo - ha proseguito Caselli - un discorso che equivaleva a una bomba pronta a esplodere, che non poteva non preoccupare i mafiosi e i loro complici, spingendoli a intervenire”.
A sostegno della sua ricostruzione, Caselli ha evidenziato anche altri elementi che indeboliscono la tesi del movente “mafia-appalti”. Ha ricordato il racconto del sociologo Nando dalla Chiesa, presente all'incontro di Casa Professa, secondo cui Borsellino concluse il suo intervento ripetendo due volte la frase: "Non c'è più tempo...".
Caselli cita inoltre la riapertura del bando per il procuratore nazionale antimafia, che vedeva il magistrato tra i candidati sostenuti pubblicamente dagli allora ministri Claudio Martelli e Vincenzo Scotti, e l'intervista rilasciata il 21 maggio 1992 ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Pierre Moscardo, nella quale Borsellino affrontava il tema dei rapporti tra mafia, traffico di droga e imprenditoria del Nord, precisando però di non poter parlare di alcuni aspetti coperti dal segreto istruttorio.
Alla luce di questi elementi, l'ex procuratore ha ribadito che attribuire alla sola vicenda mafia-appalti il movente della strage di via d'Amelio rappresenterebbe una ricostruzione “inconsistente”. E conclude con una dura critica alla Commissione Antimafia, affermando che, qualora dovesse giungere a questa ricostruzione, non resterebbe che “evocare l'immagine di chi... si arrampica sugli specchi”.
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