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| Società

Memorie dal G8

Il passato di Genova, il tempo di Gaza, il presente di Cuba

Floriana Savino

È 1940 quando, tra le ricche e pregnanti pagine dell’opera Sul concetto di storia, l’indimenticato Walter Benjamin sentì di dover constatare: «Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? [...] Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra».
Sull’onda di quanto possa restituirsi nella terminologia simbolica del passaggio di un quarto di secolo, le memorie del G8 di Genova tornano a verificare, come per un termometro, lo stato fattuale del nostro più interminabile tempo. Se il passato ha l’opportunità di attivarsi partecipativamente nell’immagine esaudibile di una storia intesa come il «profeta con lo sguardo rivolto all’indietro», allora e probabilmente, le immagini, i sentimenti, i contenuti e le violenze, scardinanti quelle calde giornate di fine luglio, continuano a evocare l’insostituibile passo e tassello di quanto nessuno mai potrà celare sotto il tappeto di una più che opportunistica indifferenza.
In un breve passo dal titolo Movimenti e fotografia (2020) - con la passione e la partecipazione mai venuta meno - il fotografo Tano d’Amico suggella:

I movimenti hanno sempre prodotto immagini belle. A loro volta le immagini belle hanno sempre prodotto i movimenti. I movimenti e le immagini belle sono della stessa imprendibile materia, imprevedibile e incontrollabile. I movimenti e le immagini belle sono fatti di speranze, amore, insoddisfazione, inquietudine, della sete di giustizia, della sete di bellezza, della sete di verità, di attenzione, ricordo, pietà per i fratelli che sono venuti prima. I movimenti e le immagini belle sono incontenibili, sono loro a segnare il tempo e lo spazio. Molti giovani scambiano per immagine quel tipo di rappresentazione che il nazismo ha inferto alla fotografia. Un trattamento accolto con entusiasmo dai poteri di tutto il mondo. L’immagine senza anima - [...] manipolabile come la parola scritta, una banale serie di tratti che assorbono il significato delle parole, [...] senza vita propria, senza dignità – è la sola immagine accettata. Vincitori e vinti, ricchi e poveri, soddisfatti e innovatori, i rivoluzionari, i rivoltosi, i ribelli. Forse esistono solo tifosi, massa informe. Pronti, magari, alla rabbia e alla rissa. La questione è che, senza nuovi modi di vivere, non si può mettere davvero in discussione il regime, qualunque esso sia. [...] I periodi più oscuri, più infelici dell’umanità sono quelli in cui impera un solo tipo di immagine, condivisa da tutti. Deboli e forti, inquieti e soddisfatti, dominati e dominatori, insoddisfatti e conservatori. Un’immagine incapace di comunicare oltre, al di là di quel che rappresenta. 


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Nel nome del soffio memore e vivifico, invocato da Benjamin, non può esserci una giornata in ricordo delle violenze perpetrate dagli agenti di polizia italiani sui giovani corpi dei manifestanti di Genova senza aver a cuore per esso il tempo torturato della Palestina e la coercizione criminale inflitta all’isola di Cuba.
Il grande movimento che, infatti, andò ad occupare le strade della città ligure nello schiudersi del nuovo e luminescente millennio traeva motivazione, essenza e spirito da quanto messo a punto e rivendicato dalle mobilitazioni di Seattle del 1999. Il primo forum, mondiale e sociale, svoltosi nella simbolica città brasiliana di Porto Alegre nel 2000, conteneva in sé già tutte le spinte e l’energia di un contesto mondo che si desiderava più vivo, intellettualmente partecipe e decisamente fraterno e solidare al cospetto dei popoli e dei vinti di ogni tempo. In un punto di approdo, che per secoli si era reso suo malgrado compartecipe dello smercio criminale e violento di risorse vive (gli schiavi torturati, trasportati e maciullati dalle rotte più lontane), si riunivano finalmente quanti sognavano un futuro godibile senza differenze e limitazioni di ogni sorta. Vi sarà sempre troppa ostinazione nel suo umanamente dolce ricordo, troppa passione e un forte desiderio di abbattere barriere truffaldinamente innalzate, per ergere a rendicontazione reale una definizione che tende chiaramente all’inganno. Non vi è, infatti, nuovo nato del millennio che non abbia, in qualche modo, in ode il ridondare timoroso della parola No global (enfaticamente accompagnata da quel Black block che non guasta mai…): vesti nere e volti incappucciati, bottiglie infuocate e scaraventate, feriti e città in subbuglio furon subito i tratti riconoscibili di quanto giungeva a delineare un’estetica del torto ben codificata nell’ipse dixit dell’autorità.
Per comprendere le logiche di una forza bruta e statale, rimasta tendenzialmente impunita (con tanto di ricorrenti pubblicazioni, a carattere pseudo memoriale, ancora condite di un propagandistico oltraggio e di una consapevolezza mai cercata), occorre fare approdo alla genealogia della parola, l’ultimo e infausto baluardo tentato per l’assolvimento di un crimine militarizzato al cospetto della storia. I popoli di Seattle - e quanto in evocazione e per organizzazione derivò -, contrastavano il pugno di ferro, la coercizione capitalista e il potere sconfinato di entità come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Nel loro sogno di una realtà possibile e diversa non era una globalità propriamente detta a spaventare, quanto l’idea che nell’evocazione data in pasto alle genti sulle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione potessero interessatamente affermarsi e suggellarsi i grandi interessi di pochi. Oggi, nell’arguta e impeccabile premonizione di quei ragazzi, diremmo: di pochissimi.
Nella violenza, che per le giornate di Genova imperversò (di pari passo alle più patinate e sorridenti fotografie dei Capi di Stato danzanti in una città resa autarchicamente inaccessibile), occorre portar memoria dei piccoli episodi raccolti e narrati all’indomani dell’ignominiosa macelleria messicana, messa in atto tra le aule della scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto.
Se larga parte delle testate giornalistiche e delle trasmissioni di intrattenimento italiane attualmente mostrano una certa inquietudine dinanzi alle incisioni techno al suon di Viva il duce e aggregati vari, è bene annoverare quanto venne a merito dell’informazione estera nel momento in cui fu deciso di diffondere mediaticamente le incitazioni «in lode di Mussolini e di Pinochet», ripetute dagli aguzzini delle forze dell’ordine nostrane, nel corso delle scorribande violente e degli abusi perpetrati a danno dei tanti giovani dalla provenienza internazionale.

I primi segnali che c’era qualcosa di più grave possono sembrare banali. Alcuni poliziotti avevano vecchie canzoni fasciste come suoneria del cellulare e parlavano con ammirazione di Mussolini e Pinochet. Diverse volte ordinarono ai prigionieri di gridare “Viva il duce” e usarono le minacce per costringerli a intonare canzoni fasciste: “Uno, due, tre. Viva Pinochet!” (Davies, 2008).

In un articolo mirabilmente restituito dal giornalista Nick Davies per la testata The Guardian (The bloody battle of Genoa, 17 luglio 2008), si legge a chiare lettere: 


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© Imagoeconomica 


[Nel] crescere della violenza ci furono momenti in cui scelsero l’umiliazione. Un agente si mise a gambe aperte davanti a una donna inginocchiata e ferita, si afferrò il pene e glielo avvicinò al viso. Poi si girò e fece la stessa cosa con Daniel Albrecht, che era inginocchiato lì accanto. Un altro poliziotto interruppe un pestaggio per prendere un coltello e tagliare i capelli alle vittime [...] Un altro chiese a un gruppo di ragazzi se stavano bene e quando uno disse di no, partì un’altra scarica di botte. [...] Jaraslav Engel, polacco, riuscì a uscire dalla Diaz arrampicandosi sulle impalcature, ma fu preso sulla strada da alcuni autisti della polizia che gli spaccarono la testa, lo scaraventarono per terra e rimasero a fumare mentre il suo sangue scorreva sull’asfalto.

E ancora:

Due studenti tedeschi [...] furono tra gli ultimi a essere presi. Si erano nascosti in un armadio [...] Sentirono la polizia che si avvicinava sbattendo i manganelli sulle pareti [...] [li] aggredirono come cani addosso a un coniglio. [...] [la donna] fu colpita alla testa e poi presa a calci da ogni parte finché sentì collassare la gabbia toracica. La rimisero in piedi appoggiandola a una parete dove un poliziotto le dette una ginocchiata all’inguine mentre gli altri continuarono a prenderla a manganellate. Scivolò giù, ma la picchiarono ancora: “Sembrava che si divertissero, quando gridavo di dolore sembrava che godessero ancora di più”. I poliziotti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma sulle ferite di Martensen. Zuhlke venne afferrata per i capelli e scaraventata per le scale a testa in giù. Alla fine, trascinarono la ragazza nell’ingresso del piano terra, dove avevano ammassato decine di prigionieri insanguinati e sporchi di escrementi. La gettarono sopra ad altre due persone. Non si muovevano e Zuhlke, tramortita, chiese se fossero vivi. Nessuno rispose e lei rimase supina. [...] Il sangue le gocciolava dalle ferite alla testa. Un gruppo di poliziotti le passò accanto: uno dopo l’altro si sollevarono le bandane che gli coprivano il volto e le sputarono in faccia.

Alle porte di una stagione, che per l’Occidente sta chiaramente disvelando l’appoggio incondizionato e l’adempimento alla più rude e malata sete di sangue ed egemonia passante per la violenza, il venticinquesimo anniversario di un evento locale, ma chirurgicamente emblematico e significante, non può che restituire l’immagine aguzzina e spettrale di quanto possa derivare da un potere senza limiti affidato alle mani di un gruppo incontrollato, qualunquistico e ristretto. In nuce quanto spezzato - e criminalmente realizzato alla Diaz - conteneva già tutti gli ingredienti dell’abuso di potere, della divinizzazione macabra della forza e del più sanguinoso esercizio militare che, per l’America Latina dei golpisti, ha significato la privazione decennale e la sparizione forzata di migliaia di cittadini (per lo specifico dell’Argentina ne ricorrono ad oggi gli esatti cinquant’anni). Leggere i fatti di Genova alle porte del nostro inguardabile tempo corrisponde a conoscere per tocchi quanto consumato con la violenza e la vendetta più deviante entro le carceri innalzate per imprigionare e torturare la popolazione palestinese.

“Gaza assomiglia a un inedito esperimento di laboratorio, la cui finalità sembra essere quella di misurare la resilienza di due milioni di cavie che vivono sotto una campana ermetica”. Avrei potuto scrivere io queste righe se non le avesse già scritte, sette anni fa, un giornalista francese in un reportage da Gaza. La constatazione era la stessa, anno dopo anno, peggiore, ogni volta peggiore, e poi ancora in corso. Non c’è alcun merito in una simile lucida lettura: è nell’ordine dell’ovvio quando ci si impegna, come ho fatto io davanti a voi, a vivere in mezzo a questi “due milioni di cavie” e sotto la stessa “campana ermetica”. (Filiu, 2025) 

Al cuore del sogno dei ragazzi del G8 di Genova, la possibilità che una terra possa dirsi viva e desiderante oltre le logiche del profitto e degli artigli di un’aquila vorace e ossessionata dalla più rude sete di controllo. 

Per chi suona la campana? Suona per noi. Non riesco a pensare a Che Guevara, da questa lugubre primavera di Buenos Aires, senza pensare a Hemingway, a Camilo, a Masetti, a Fabricio Ojeda, a tutte quelle meravigliose persone che si trovavano all’Avana o che passarono di lì nel ’59 e nel ’60. La nostalgia si traduce in un rosario di morti e mi vergogno un po’ a stare qui seduto davanti alla macchina da scrivere, pur sapendo che anche questo è una sorta di destino utile a qualcosa. [...] “Vinceremo, noi cubani vinceremo” [...] Rivedo continuamente Masetti nelle notti di Prensa Latina, quando bevevamo mate e ascoltavamo tango, ma il tema ricorrente era quella rivoluzione così indispensabile, anche se oggi sembra così dura, così vestita del sangue delle persone che abbiamo ammirato o semplicemente amato. (Walsh, 1967) 

Foto di copertina © Ares Ferrari