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| Società

“Mafiosi, fuori dalla comunità!”

Super User

caselli-gian-carlo-web4di Gian Carlo Caselli - 30 giugno 2014
Mafiosi, io vi scomunico! Sono le pa­role scandite da Papa Francesco in Cala­bria sabato 21 giugno, davanti ad una folla immensa. Parole pesantissime. Mai pronunziate prima. Altri Papi prima di lui avevano scagliato anatemi contro i mafiosi. Convertitevi! un giorno verrà il giudi­zio di Dio!, aveva urlato Giovanni Paolo II ad Agrigento vent’anni fa. Benedetto XVI aveva poi bollato la mafia come in­compatibile con il Vangelo. Ma la con­danna più grave ed esplicita, una condan­na senza appello, è arrivata ora da papa Bergoglio.

Cacciati definitivamente
Fin dai primi tempi della Chiesa, la sanzione della scomunica veniva espres­sa – nel diritto canonico – con la formula “a communione repellatur”. Vale a dire che il colpevole – in quanto indegno – era cacciato, espulso definitivamente dalla comunione dei fedeli: comunità di perso­ne e comunità di cristiani che con il sa­cramento della comunione realizzavano il momento più alto della loro fede.

Senza più ambiguità
Già il 21 marzo, in occasione della “Giornata della memoria e dell’ impegno” annualmente celebrata da Libera, Papa Francesco (incontrando con Luigi Ciotti i familiari delle vittime di mafia) aveva ricordato ai mafiosi che le loro malefatte li avrebbero inesorabil­mente portati, dopo la morte, all’inferno. La scomunica ora li colpisce già in vita e nello stesso tempo è un severo monito alla Chiesa perché sia reciso ogni rappor­to con i boss, rinunziando alle ambiguità, passività e disattenzioni che troppo spes­so si son dovute registrare nel passato.

Ai livelli più diversi: dal cardinal Ruf­fini, per il quale parlare di mafia era una provocazione comunista o nordista (al punto da costringere ad una lunghissima, ostentata ed umiliante attesa Tina Ansel­mi, inviata apposta da Roma per chieder­gli qualche “orientamento” sulla mafia); fino al carmelitano padre Frittitta, capace di celebrare messa – senza vergogna – nella cappella privata che Pietro Aglieri aveva fatto allestire nel suo “covo”, lo stesso dal quale partivano ordini di morte e di delitti assortiti.

Come se la mafia, coltivando i riti vuo­ti di un cattolicesimo tutto santini, devo­zioni ipocrite e confraternite, potesse na­scondere sotto una crosta di falsa sacrali­tà – insieme alla lupara – il suo comporta­mento blasfemo, intriso di violenza, pre­potenza e sfruttamento.

* * *

La speranza è che le parole di Papa Bergoglio riescano a spezzare questa cro­sta ingannevole, ottenendo uno scatto di responsabilità che finalmente superi un agire troppo vecchio o timoroso (se non anche connivente), trovando il coraggio di rinnovare. Senza coraggio ( per dirla col linguaggio degli uomini di Chiesa) non c’è freschezza del Vangelo. Non c’è speranza di slegare le bende ed i bavagli che per troppo tempo hanno reso forti i mafiosi e mortificato i valori, costringendo il nostro popolo a subire infamie tremende insieme ad un doloroso turbamento sociale e morale.

In ogni caso, Papa Francesco obbliga tutti ad una presenza davvero significati­va sulla questione mafia: che significa – in particolare – obbligo di progettare sen­za limitarsi ad inseguire emergenze o pronunziare condanne occasionali ed iso­late.

Tratto da: isiciliani.it