Le immagini contro l’oblio, il ruolo della fotografia al tempo del regime Videla
Il fotoreporter José Luis Ledesma all’Università di Palermo: “Durante la dittatura la fotografia divenne il principale strumento di resistenza civile”

“Il fotogiornalismo e l’immagine durante la dittatura militare in Argentina (1976-1983) hanno lottato contro la sistematica ‘invisibilità’ dei desaparecidos, mentre il governo italiano dell’epoca mantenne un atteggiamento di colpevole copertura e silenzio, per privilegiare i rapporti commerciali e i legami con la loggia P2”. A dirlo è il fotoreporter José Luis Ledesma, intervenuto lo scorso 18 settembre all’Università di Palermo alla conferenza internazionale “Awareness, Consciousness and ‘Ourness’ of Spaces”, due giornate dedicate a esplorare come percepiamo, abitiamo e trasformiamo gli spazi che ci circondano.
Ledesma, nato in Argentina e naturalizzato italiano, da anni residente a Palermo, ha raccontato, da testimone oculare dei crimini della dittatura argentina (1976-1983), quale è stata la funzione del fotogiornalismo sotto il pugno di ferro della dittatura di Jorge Rafael Videla. “Il regime di Videla faceva sparire i prigionieri nel nulla, senza lasciare corpi né tracce ufficiali. Le Madres de Plaza de Mayo e i movimenti di opposizione, per contrastare l’oblio, resero vivi i propri figli portando nei cortei i loro ritratti fotografici”, ha ricordato Ledesma. “La fotografia divenne così il principale strumento di agency, denuncia e resistenza civile”.
Fotografi locali e progetti successivi, come l’opera Ausencias di Gustavo Germano, “hanno documentato il vuoto lasciato dai connazionali e dai familiari strappati alla vita dal terrorismo di Stato”. Questa opera di resistenza civile avveniva in un contesto di censura generale, in Argentina come all’estero. Il Corriere della Sera (all’epoca sotto la proprietà Rizzoli e con una direzione vicina a logiche di potere) “attuò una sostanziale censura, o un vero e proprio blackout, sulle atrocità argentine fino al 1981, arrivando a licenziare giornalisti coraggiosi come Giangiacomo Foà, che denunciavano il golpe”. Voci di denuncia arrivarono invece da testate come la Repubblica, Avanti! e il manifesto.
All’epoca, infatti, ha spiegato il fotoreporter, “i governi italiani, guidati da esponenti della Democrazia Cristiana come Andreotti e Forlani, scelsero di non disturbare la Giunta militare argentina, per non compromettere gli scambi commerciali e le commesse economiche”. A dettare l’agenda, allora, era la P2 di Licio Gelli, alla quale erano iscritti anche alcuni degli altissimi generali del regime. “La rete piduista di Licio Gelli influenzò pesantemente i canali diplomatici e il settore dell’informazione”, ha affermato Ledesma. Il racconto di Ledesma restituisce un quadro inquietante: da un lato il potere delle immagini come atto di resistenza contro la cancellazione forzata delle persone; dall’altro il silenzio complice di parti decisive dell’informazione e della politica italiana. In quel doppio gioco tra visibilità e oblio, la fotografia ha finito per diventare non solo documento, ma vero e proprio presidio di verità e di memoria, mentre istituzioni e media, in nome di interessi economici e di rete, sceglievano di non vedere.
ARTICOLI CORRELATI
Scatti d’identità: Palermo raccontata tra abbandono e bellezza
''Nunca más'', la memoria dei 30mila desaparecidos con gli scatti di José Luis Ledesma
Palermo, con José Luis Ledesma: storico fotoreporter argentino












