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| Società

Il Paese distratto e l'attentato a Sigfrido Ranucci

L’esplosivo contro un giornalista colpisce la democrazia

Maria Grazia Mazzola*

Attenzione, il nostro Pese è malato: scivoliamo pian piano verso il Sudamerica quanto a democrazia e pluralismo dell’informazione. Se l’unico programma di inchiesta investigativa-Report- deve difendersi dall’esplosivo e dagli attacchi pesanti che arrivano da centri di potere, se il collega Ranucci deve vedersi ridimensionato invece che rafforzato, allora la situazione è molto grave. Grave perché la Commissione Parlamentare di vigilanza Rai si è dimessa in queste ore: i membri dell’opposizione hanno denunciato che la maggioranza blocca ogni intervento, paralizza le sue funzioni. Dunque se non c’è chi vigila sulla Rai per pluralismo, tutela dell’obiettività e contratto, che cosa sta accadendo? Ognuno può rispondere da sé. Dov’è la tutela del giornalista indipendente? Chi lo difende? Dove sono le regole? E’ la scuola del giornalismo investigativo superstite che sta morendo: a Samarcanda di Michele Santoro ci chiudevano una settimana si e una no, perché le nostre inchieste scoprivano retroscena. Giuseppe Marrazzo con le sue inchieste al vecchio TG2 diede non poco fastidio. Oggi quella scuola è in estinzione, pochissimi i superstiti. Continui invece gli scoop sulla cronacaccia nera, sugli stranieri brutti e cattivi, sugli pseudo errori dei magistrati, i 10.000 servizi su Garlasco e la strage di Erba…Il giornalista vero scopre però ciò che è celato alla società intera, scopre illegalità, corruzione e interessi da capogiro che minano la democrazia e l’economia. Questo c’è dietro l’attentato a Sigfrido Ranucci, poteri forti disturbati. Come la meravigliosa collega Daphne Caruana Galizia, fatta esplodere con un’autobomba a Malta il 16 ottobre 2017: mise le mani sulla corruzione dei big politici dell’Isola. Come il collega Jan Kuciak , assassinato con la sua compagna Martina Kusnirova in Slovacchia il 21 febbraio 2018, per avere puntato con le sue inchieste gli ‘intoccabili’. Ho indagato su questi omicidi e da anni scrivo che nessun giornalista investigativo è più al sicuro in Europa. Se il pluralismo dell’informazione non è vagliato, se non è garantito, allora sono venuti a mancare i principi costituzionali dei meccanismi di controllo. Se ognuno si fa ‘la propria informazione’ a sua immagine, con linee editoriali omologate, tradendo il servizio pubblico e il dovere di dare tutte le notizie, allora sarebbe regime. L’attentato a Sigfrido è più grave di quanto si creda: chi si sente minacciato da Report?
Quando nel gennaio 2005, dovetti lasciare il TG1 per Report di Milena Gabanelli, perché non mi facevano più occupare di mafia e magistratura, il direttore di Rai3 Ruffini mi chiese di realizzare ‘la mafia che non spara’, rompemmo il silenzio e denunciammo interessi occulti. Scoppiò un putiferio: tentarono di fermare la mia inchiesta anche attraverso un parlamentare della Commissione di Vigilanza Rai( ci sono gli atti), perché avevo disturbato un imprenditore potente. Ricevemmo pressioni di ogni tipo ma non ci fermammo ed Enzio Biagi-lui si giornalista giornalista- incise la nostra inchiesta nel suo ultimo libro, ‘Quello che non si doveva dire’. Il cronista è testimone dei fatti che tocca con mano e non chiude mai gli occhi davanti all’illecito, lo denuncia.

*Inviata speciale Rai

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