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Il boss Galatolo in permesso premio, la dura reazione dei familiari di vittime di mafia

Il nipote di Nino Agostino: “Tornano al potere gli stessi cognomi di un tempo”. Borsellino: “Questo governo non vuole fare lotta alla mafia”

Mirko Felas

L'ultimo arresto di Raffaele Galatolo, boss irriducibile dell'Acquasanta, che secondo gli inquirenti sarebbe tornato a esercitare un'influenza diretta sulle attività del clan favorito dalla semilibertà, ha alimentato diversi interrogativi tra i familiari delle vittime di Cosa Nostra, in particolare sulle recenti aperture normative riguardanti i benefici penitenziari concessi ai detenuti al 41 bis. Al centro della discussione vi è la possibilità, per alcuni condannati all'ergastolo, di ottenere permessi premio pur non avendo mai collaborato con la giustizia. Una prospettiva divenuta concreta dopo la sentenza della Corte Costituzionale che nel 2019 ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di accesso a tali misure per i detenuti condannati al carcere a vita. Galatolo è uno di questi: più volte ha avuto accesso a permessi premio per buona condotta in carcere, l’ultima solo alcune settimane fa.
Per i parenti delle vittime di Cosa Nostra, ciò rappresenta la conferma di timori manifestati da tempo: figure criminali di primo piano, una volta rientrate nei territori di origine grazie ai cosiddetti permessi premio, possono recuperare rapidamente prestigio e capacità di comando all'interno delle organizzazioni mafiose. Tra le voci più critiche c'è quella di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino, assassinato nella strage di via d’Amelio. Il fondatore del Movimento Agende Rosse sostiene che la scelta di rimettere in libertà queste figure irriducibili della criminalità organizzata, sia la principale causa della progressiva scomparsa dei collaboratori di giustizia, “questo governo la lotta alla mafia non la vuole fare, perché con la mafia ha scelto di convivere” ha dichiarato. 

Anche Nino Morana, nipote del poliziotto Nino Agostino, ucciso nel 1989 insieme alla moglie incinta Ida Castelluccio nei mesi scorsi aveva espresso il timore che diversi boss scarcerati potessero tornare a occupare posizioni di rilievo all'interno delle cosche, previsioni che alla luce degli ultimi riscontri investigativi, rispecchiano la realtà. “Stanno tornando al potere gli stessi cognomi di un tempo”, ha evidenziato, in riferimento al quartiere dell’Acquasanta, roccaforte storica della famiglia Galatolo, luogo in cui maturò anche la decisione di eliminare l’agente di polizia a Villagrazia di Carini. Al coro delle denunce si è aggiunto Alfredo Morvillo, ex magistrato antimafia e fratello di Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone, entrambi assassinati nella strage di Capaci. Egli ha sottolineato come il ritorno sul territorio d’origine dei principali esponenti mafiosi comporti inevitabilmente la ripresa delle attività criminali: un fatto noto alle personalità che nel corso del tempo hanno svolto indagini su Cosa Nostra, “uno Stato che vuole seriamente contrastare il fenomeno mafioso non può consentire tutto questo”. Profonda amarezza e indignazione emergono infine dalle parole di Milly Giaccone, figlia del medico legale Paolo Giaccone, assassinato da Cosa Nostra per essersi rifiutato di alterare una perizia a favore di un boss. “I permessi non vengono usati per riabbracciare i parenti, ma per fare summit”, ha dichiarato richiamando l’attenzione a Salvatore Rotolo, uno dei responsabili della morte del padre, che secondo una successiva indagine della Procura di Palermo, sarebbe tornato a frequentare il suo vecchio clan di appartenenza. 
Il caso di Raffaele Galatolo è uno di quegli episodi che, secondo i familiari delle vittime di Cosa Nostra, lancia messaggi negativi alla società civile: i benefici carcerari concessi ai detenuti condannati per mafia non favoriscono il reinserimento sociale, bensì contribuiscono a riallacciare e consolidare le vecchie relazioni criminali. E’ possibile dunque ritenere reciso il legame con Cosa Nostra da parte di un boss che non ha mai collaborato con la giustizia? Le attuali normative sono davvero compatibili con una strategia efficace e duratura di contrasto alle mafie?

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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