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Ignazio Cutrò: ''Se Denise si è tolta la vita, è un suicidio di Stato''

Il testimone di giustizia denuncia l’abbandono istituzionale, le rigidità del sistema di protezione e i diritti rimasti sulla carta: «Non vogliamo privilegi, ma ciò che ci spetta».

Paolo De Chiara
antimafiaduemila

La morte di Denise, figlia di Lea Garofalo, riapre una ferita mai rimarginata: quella delle persone che, dopo avere scelto di denunciare le mafie, si sentono abbandonate dalle istituzioni che dovrebbero proteggerle.

In questa intervista esclusiva a WordNews.it, Ignazio Cutrò, testimone di giustizia e presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia, ripercorre la propria esperienza e lancia un duro appello al Governo, al Ministero dell’Interno, alla Commissione parlamentare Antimafia e al presidente della Repubblica.

Qual è stata la sua prima reazione davanti alla morte di Denise, la figlia di Lea Garofalo?
Per me è stata una tragedia, perché, quando ho appreso la notizia, la prima cosa che ho pensato è stata questa: purtroppo, forse, faremo tutti questa fine. Avevo già dichiarato che, un po’ di tempo fa, anch’io, per lo sconforto, avevo avuto lo stesso pensiero. Poi, forse, ho avuto la forza di reagire e di pensare che avrei lasciato la mia famiglia ancora più nei guai di quanto non si trovi adesso. Quindi sto cercando di lottare per me e per gli altri. Se avessi avuto la possibilità di incontrare Denise e di parlarle, se fosse stata davvero decisa, le avrei detto: «Se dobbiamo farlo, facciamolo insieme, ma riflettiamo: hai un bambino piccolo». La mia paura, però, è che non si tratti di un suicidio; oppure, se è un suicidio, dobbiamo chiamarlo con il suo nome: è un suicidio di Stato.

Possiamo parlare soltanto del suicidio di una donna fragile oppure questa morte impone di verificare anche le responsabilità e le omissioni di chi avrebbe dovuto proteggerla?
Ricordo che, prima di denunciare, avevo un carattere molto forte. Dopo la denuncia mi sono rafforzato: sono diventato ancora più coriaceo, più duro. Ma quando ho avuto a che fare con il Ministero dell’Interno, con una burocrazia che è peggio della mafia e con il loro fingere di non sentire, e poi con l’arrivo di Molteni, la mia forza è diventata paura. Quindi mi immedesimo nell’abbandono vissuto da Denise. Qui non stiamo parlando semplicemente di una persona che ha dei problemi. Può accadere a tutti di avere problemi psicologici, di vivere momenti di scoraggiamento o qualsiasi altra difficoltà e, per questo, di tentare il suicidio o di togliersi la vita. Qui, invece, siamo indotti a farlo. Qualcuno mi dica che non è così. Siamo indotti: dobbiamo dire le cose come stanno, ora basta. Non abbiamo più la possibilità di interloquire con il Ministero dell’Interno. Esiste una legge secondo la quale, quando un testimone di giustizia chiede di essere ricevuto dalla Commissione centrale di sicurezza, deve essere ascoltato entro un mese, giusto? Ci sono testimoni che hanno presentato la richiesta e che, pur essendo nel programma, vengono indirizzati ai NOP. Questo non va bene, perché il testimone deve avere la possibilità di interloquire con la Commissione, soprattutto con il suo presidente. Vorrei sapere soltanto una cosa: siamo nemici o amici? Non mi rivolgo allo Stato, perché lo Stato siamo noi cittadini; mi rivolgo direttamente al Ministero dell’Interno e, nella persona di Molteni, vorrei sapere se siamo suoi nemici oppure suoi amici. Se siamo amici e figli di questo Stato, ci dimostri che vuole risolvere i problemi. Non è giusto, perché il testimone non pretende regali: vuole ciò che gli spetta. Se non ci risponde, la risposta è già nel suo silenzio: significa che siamo nemici. Io non mi sento nemico dello Stato italiano. Per lo Stato italiano eravamo e siamo disposti a morire, perché lo abbiamo difeso nelle aule giudiziarie. Siamo la parte sana di questo Paese, però veniamo trattati come pezzi di merda.

In una precedente intervista a WordNews.it lei ha affermato: «Noi testimoni di giustizia siamo carne da macello». Lo Stato utilizza le testimonianze nei processi e, una volta ottenute le condanne, abbandona le persone al proprio destino? È questo che sta dicendo?
Sto aggiungendo anche il carico, sa perché? Sono stato ascoltato — e spero che lo scriviate (noi riportiamo sempre tutto, nda) — dalla Commissione parlamentare Antimafia. Almeno da parte mia e di chi è stato ascoltato ultimamente, devo dire che c’è una grande apertura da parte di Chiara Colosimo, è giusto dirlo. Tuttavia, quell’audizione sta seguendo i tempi che stanno decidendo loro. Penso che siano state esercitate anche pressioni verso il Ministero dell’Interno, ma non sono state esercitate le pressioni politiche da parte di chi avrebbe dovuto farlo. Secondo me, appartenendo allo stesso organismo politico, forse non vogliono mettersi gli uni contro gli altri. Questo è un mio pensiero. Voglio però ricollegarmi alle parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, pronunciate in mia presenza. Eravamo a Palermo, durante la commemorazione in cui era stata portata la teca con i resti della Fiat Croma blindata della scorta di Giovanni Falcone. In quell’occasione disse con parole forti che nessun testimone sarebbe stato lasciato solo. Carissima presidente, io la stimo tantissimo, però penso che nella lotta alla mafia non si debba fare una politica di sole parole. Difenda personalmente i testimoni. Lei ha detto che, dopo ciò che era accaduto con le stragi, avrebbe voluto fare il magistrato, se non erro. Se ha pronunciato queste parole, allora è ancora in tempo per fare qualcosa di bello: si metta dalla parte dei testimoni di giustizia e dica lei stessa «Io sono una testimone di giustizia». Basta con le angherie da parte del Ministero dell’Interno nei confronti dei testimoni di giustizia. Non vogliamo altro: vogliamo essere trattati come figli di questo Stato. Non pretendiamo nulla di più. Non so che cosa si siano messi in testa. Sanno che noi tiriamo la giacca, ma dimenticano che le mafie non dimenticano. Quindi siamo morti che camminano.

Lea Garofalo non aveva commesso reati, eppure per lungo tempo fu trattata come una collaboratrice di giustizia e considerata poco credibile in vita; dopo la morte, invece, la ritroviamo sulle bandiere. Lei ha sempre denunciato la confusione, anche istituzionale, tra collaboratori e testimoni di giustizia. Quali conseguenze concrete può produrre questo errore nella tutela, nel trattamento e nella credibilità riconosciuta a chi denuncia?
A questo punto penso che la conoscenza della differenza sia pari a zero. Personalmente, io e la mia famiglia siamo stati fermati più di una volta da forze di polizia in varie parti d’Italia e gli operatori non sapevano neppure quale fosse la differenza tra un testimone e un collaboratore di giustizia. Le dico che, più di una volta, i miei figli sono stati trattati con i piedi perché venivano considerati figli di un collaboratore. Ma, anche se lo fossero stati, che cosa c’entrano i figli dei testimoni o dei collaboratori? Perché dovrebbero essere trattati così? Lo direi anche se mia figlia fosse figlia di un collaboratore. Diciamolo chiaramente: ho sempre detto che, quando un collaboratore di giustizia si pentirà davvero e dirà che la mafia fa schifo, partirò a piedi da Bivona e andrò a stringergli la mano, perché finalmente avrà saltato il fosso. Giusto? Ma mi sembra che in Italia non ci sia ancora un pentito, uno che si sia pentito dentro e abbia ripudiato la mafia. Mi corregga lei. La differenza è questa. È inutile andare a commemorare i morti. Commemoriamoli, ma intanto cerchiamo di non fare ammazzare i vivi.

A proposito di Bivona, lei scelse di restare nel suo paese, rifiutando di essere sradicato dalla propria terra, e quella possibilità fu successivamente contemplata anche dalla riforma sui testimoni di giustizia. Lea e Denise, invece, attraversarono anni di trasferimenti, precarietà e difficoltà economiche. Un programma che costringe una persona a perdere casa, lavoro, identità e relazioni può essere ancora definito “di protezione”?
No, penso che sia un esilio. Quando noi, come famiglia, abbiamo scelto, abbiamo compiuto una scelta di dignità. Abbiamo deciso da che parte stare, siamo rimasti e abbiamo accettato quel programma parallelo, collegato alla località d’origine. Perché lo abbiamo accettato? Perché eravamo convinti che non dovessimo essere noi ad andare via: devono andarsene i mafiosi. Quando un’istituzione si nasconde dietro un dito o sotto le gonnelle della burocrazia, se vogliamo chiamarla così, e sradica i testimoni di giustizia dal loro territorio per portarli altrove, sottrae manodopera e, chiamiamoli così, partigiani della legalità. Restando in quel territorio, quelle persone avrebbero potuto piantare un paletto fermo contro la mafia, un paletto di legalità. In questo modo, invece, quei territori vengono indeboliti. Dopo le tante lotte che abbiamo fatto, non mi attribuisco alcun merito, perché ho abbandonato tutto e ho lottato insieme agli altri testimoni, arrivando anche a incatenarmi. Gli altri non potevano farlo perché, trovandosi nel programma di protezione e in località protetta, rischiavano di essere estromessi dal programma. Mi sono sacrificato per loro e ne sono fiero e felice. Abbiamo ottenuto tre leggi, tra cui la legge n. 6 del 2018, la cosiddetta legge Bindi, che ancora oggi viene disattesa. Di che cosa stiamo parlando? Per un decreto attuativo sono trascorsi più di due anni e questa legge continua a non essere applicata. Diciamolo chiaramente, con le parole giuste. A volte realizzano qualche spot in cui dicono: «Imprenditori, cittadini, denunciate». Fin qui ci sono anch’io. Ma dite anche che, magari, dopo li abbandonate. Io l’ho fatto e lo rifarei altre mille volte. Lo giuro su me stesso, perché sulla famiglia non si giura. Ma, prima di andare a testimoniare, porterei la mia famiglia fuori da questo Paese; renderei la mia testimonianza e poi me ne andrei anch’io. Sapete perché? Perché questo Paese, e questa parte politica, non ci meritano: non meritano la gente onesta. Mi dimostrino il contrario. Sarò felice se riusciranno a dimostrarmelo. Sarei felice per la prima volta negli ultimi trent’anni.

Lei ha ricordato più volte che le vere vittime della scelta di denunciare sono spesso i familiari del testimone. Denise entrò da bambina nel programma di protezione e per tutta la vita portò le conseguenze delle denunce della madre. Quale assistenza psicologica, sociale, economica e lavorativa dovrebbe essere garantita ai figli dei testimoni, anche dopo la conclusione formale del programma?
Ma non esiste una conclusione. È questo che vorrei far capire a queste persone, perché non sanno che cosa provino un figlio, una moglie o un marito di un testimone. Non lo sanno. È questo il problema. Se andiamo a vedere — non ricordo bene e non vorrei dire minchiate — penso che ci siano tre o cinque psicologi per tutta la popolazione composta da collaboratori e testimoni di giustizia. Io, personalmente, non ne ho mai visto uno. Qui c’è bisogno di fare cose concrete. Il testimone chiede soltanto di avere, intanto, la giustizia ottenuta nelle aule giudiziarie e poi una vita normale. Ma non siamo in un Paese normale. Questo è il problema: non viviamo in un Paese normale. Io mi immedesimo in Denise. Denise, prima, ha subìto il trauma di scoprire chi fosse suo padre. Poi sono dovute scappare e hanno cercato di dimostrare la propria onestà. Dov’è tutta questa protezione di cui parlano? Denise si è ritrovata con la mamma bruciata e con la propria vita inserita, da sola, in un programma di protezione. Ma capite che cosa è successo? Anche una persona forte viene destabilizzata. Se siamo figli di questo Stato, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci abbracci. Perché non ci riceve? Perché non ci aiuta? Perché nessuno ha speso una parola su Denise? Non hanno detto una parola: nessuno.

Carlo e Vito Cosco, rispettivamente padre e zio di Denise, condannati all’ergastolo per l’omicidio di Lea, hanno già usufruito di diversi permessi e sono usciti dal carcere per alcune ore in più occasioni. Quando si concedono benefici penitenziari a condannati per questa tipologia di delitti, è sufficiente valutare il comportamento tenuto in carcere oppure dovrebbe essere considerato anche il potere di condizionamento familiare, sociale e criminale che possono continuare a esercitare all’esterno?
Potrei provare a immedesimarmi in un capomafia. So benissimo che posso usufruire di queste leggi e, quindi, faccio il bravo in carcere. In questo modo posso ottenere dei permessi, uscire e continuare, anzi, a dettare determinati ordini o le azioni che devono essere compiute. Da cittadino cretino e ignorante, la penso così. Non dico che queste persone debbano pagare a vita le proprie colpe, perché può esserci chi si vuole redimere, chi vuole riscattare la propria vita. Dobbiamo, però, stare attenti alle persone alle quali concediamo questi benefici. Dobbiamo essere attenti.

Lei ha contribuito alla battaglia che ha portato alla legge n. 6 del 2018 sui testimoni di giustizia, ma ha denunciato — come fa sempre e come ha fatto anche oggi — che molti diritti continuano a rimanere sulla carta. Quali atti dovrebbe adottare immediatamente la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, alla quale lei aveva già chiesto di ascoltare tutti i testimoni che domandano di essere ricevuti?
L’ho chiesto tramite voi, anche attraverso i giornali, e personalmente, durante l’audizione. Avevo chiesto che la mia audizione venisse desecretata, ma purtroppo non è successo. Vi dico che è stata pesantissima e mi sto muovendo con i miei avvocati per ottenerne la desecretazione. Intanto, si dovrebbe intervenire subito, perché ci sono testimoni di giustizia che ancora oggi devono ricevere il risarcimento del danno biologico. C’è una testimone, Orietta — vi dico anche il nome —, uscita da pochi mesi dal programma di protezione, che è stata letteralmente abbandonata e non ha ricevuto neppure il risarcimento del danno biologico. Prendiamo Mario Cavallaro, che ha subìto danneggiamenti e poi ha avuto una sentenza sfavorevole per alcuni debiti che aveva. Lui ha pagato e oggi l’Avvocatura dello Stato gli richiede una seconda volta quella somma. Lo aveva detto anche in Commissione Antimafia. Oggi si ritrova ad avere già pagato una volta e a essere obbligato a pagare una seconda volta. Stiamo parlando di 700-800 mila euro, non del costo del caffè della mattina. Quando ci rivolgiamo a un’istituzione non lo facciamo per andare a sfilare in passerella: arriviamo lì per chiedere aiuto. Quando un testimone chiede aiuto e dice di essere in pericolo di vita, oppure sente che la sua vita non ha più un prezzo, non ha più un senso, penso che le istituzioni debbano attivarsi subito, qualunque sia la reazione necessaria, anche se ciò significa mettersi contro lo stesso Governo.

Lei ha affrontato attentati, isolamento, difficoltà economiche, la perdita dell’impresa e la revoca della protezione. Se oggi un imprenditore le confidasse di volere denunciare la mafia, riuscirebbe ancora a dirgli, con onestà, «fidati dello Stato»?
Mi è accaduto anche poco tempo fa. Un imprenditore è venuto a cercarmi. Ho parlato con il suo avvocato, poi ho incontrato lui e l’ho accompagnato fino all’ingresso del tribunale. È entrato con il suo legale; io non ho voluto entrare, perché non ho bisogno di medaglie sul petto. A me interessava che facesse il proprio passo. Prima, davanti al suo avvocato, gli ho raccontato ciò che è accaduto a me, anche se ne avevo già parlato pubblicamente. Ma questo non deve essere un monito a non denunciare: serve a essere pronti a qualsiasi cosa. Se lo facciamo, le nostre denunce devono servire a liberare i nostri figli. Parlare chiaro, secondo me, è un segno di onestà. Devono sapere a che cosa vanno incontro, però il mio primo obiettivo è convincerli a denunciare. Secondo me, così si denuncia con maggiore tranquillità.

Tratto da: wordnews.it

Foto © Massimo Gugliucciello