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| Società

I processi sono di tutti, vanno fatti conoscere

Non c’è dubbio che il dilemma del rapporto tra attività giudiziaria e comunicazione è davvero destinato a non avere pace...

Henri John Woodcock

Non c’è dubbio che il dilemma del rapporto tra attività giudiziaria e comunicazione è davvero destinato a non avere pace, e soprattutto è da sempre dominato, da ogni parte, dal leitmotiv dell’ipocrisia. Ebbene, nel confondere il sacrosanto principio (costituzionale) della “presunzione di innocenza” e l’altrettanto sacrosanto diritto (parimenti di rilevanza costituzionale) dell’informazione (o meglio all’informazione), si tende a dimenticare – per lo più consapevolmente – che qualsiasi fatto si verifichi nella realtà quotidiana, e dunque anche un fatto di asserita e presunta rilevanza criminale, è prima di tutto un “fatto” e non si può certo impedire a chi si occupa di comunicazione di occuparsene e all’opinione pubblica di essere informata; questo però non significa che chi se ne occupa debba giungere a conclusioni affrettate e “partigiane” rispetto alla naturale sede giudiziaria. Purtroppo, tutto ciò deve fare i conti con un dato, per così dire, ineluttabile, ovvero con l’esigenza dell’opinione pubblica di essere rassicurata, di avere certezze e di averle in tempi brevi; dunque, è in qualche modo inevitabile che i media vadano incontro all’esigenza di offrire alla collettività “certezze”, bandendo dalla loro rappresentazione ogni dubbio; peraltro, mentre nella carta stampata sopravvive ancora la separazione tra i fatti e le opinioni, nei talk show la confusione tra i due piani ormai è inestricabile. In un simile contesto nessuna delle categorie coinvolte può considerarsi – tanto per rimanere in tema – “incolpevole”, in primis gli Uffici di procura che spesso illustrano – con conferenze stampa, sovente utilizzando toni precocemente trionfali – l’attività di indagine svolta; dall’altra parte, altrettanto frequentemente, capita di assistere a quotidiane interviste e ospitate degli avvocati difensori degli indagati e degli imputati in particolare nei numerositalk show, a loro volta vittime della tirannia commerciale dell’audience, e delle aspettative di editori spesso portatori di Dna molto diversi dagli editori dell’era che ha preceduto la cosiddetta televisione commerciale.

La stessa politica, e chi la rappresenta, non si sottrae invero a questo “teatro”, nel senso che da una parte ci si ricorda della presunzione di innocenza e del diritto alla inviolabilità della privacy nelle vicende che riguardano i fatti di pubblica amministrazione, e cioè le vicende che coinvolgono i cosiddetti “colletti bianchi”; mentre dall’altra parte si è pronti a “sputare” vere e proprie sentenze e a pronunciare condanne immediate quando viene coinvolto l’extracomunitario e il manifestante di turno, il quale, appunto, non può che essere colpevole per il solo fatto di essere extracomunitario o manifestante dissenziente.
Detto ciò, la legislazione e più in generale gli interventi normativi avvicendatisi su tale annosa questione negli ultimi anni (ora anche il Csm uscirà con le sue “linee guida”) appaiono non solo del tutto inadeguati, ma addirittura controproducenti, primo tra tutti, per esempio, il divieto di pubblicare, testualmente e letteralmente, i brani delle ordinanze cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminare (atti evidentemente non più coperti dal cosiddetto segreto istruttorio), regola che lascia alla libera interpretazione del giornalista di turno l’esegesi delle risultanze processuali; con ciò voglio dire che io preferirei leggere sul giornale e poter seguire, alla lettera, la motivazione posta da un giudice a fondamento di un provvedimento giurisdizionale (non più segreto) che mi riguarda, piuttosto che leggere la libera interpretazione fatta dello stesso da parte dell’esegeta di turno, che rischia di essere condizionato dagli “spifferi informativi” che provengono, indistintamente, da una parte e dall’altra.
Allo stesso tempo appare davvero ispirato all’insegna della più evidente ipocrisia il principio secondo il quale ai magistrati, e in particolare ai magistrati del pubblico ministero, dovrebbe essere categoricamente impedito e interdetto di parlare e anche forse di salutare i giornalisti, e in modo specifico i giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria; dirò di più: da anni sostengo che per uscire da questa impasse sarebbe fondamentale che in particolare gli uffici di Procura si dotassero di veri e propri uffici stampa in grado di svolgere e di assolvere all’onere e al dovere di informazione in modo trasparente. In questa prospettiva, mi sembra sicuramente logica e coerente la proposta di dare adeguato, proporzionato e corrispondente spazio anche alle notizie riguardanti le assoluzioni, ma non solo: a me piacerebbe che i media seguissero, con altrettanta attenzione, anche lo svolgimento dei dibattimenti, e cioè il processo vero e proprio; invero, a tale ultimo proposito, non c’è bisogno di spingere lo sforzo della memoria alla fine dell’800 allorquando a Milano veniva pubblicato il Giornale dei Tribunali: basta al riguardo riportare la memoria a quando, negli anni 90 del Ventesimo secolo, tutti i media hanno seguito con attenzione alcuni grandi processi (parlo dei dibattimenti) sia di cronaca nera sia di Pubblica amministrazione.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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