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I grandi delitti di mafia, le lotte del PCI e la Sicilia di oggi: parla Adriana Laudani

A “La corda pazza” l’intervista dell’avvocata catanese: “La matrice politica dietro i delitti La Torre e Mattarella non fu nemmeno sforata”

AMDuemila

C’è una Catania che cambia volto, ma che continua a fare i conti con le stesse disuguaglianze, con il potere dei più forti e con una questione mafiosa che, secondo Adriana Laudani, non può essere confinata al passato. Avvocata, dirigente politica, protagonista della stagione dell’antimafia siciliana e testimone diretta di alcune delle pagine più drammatiche della storia dell’isola, Laudani è l’ospite della nuova intervista de La corda pazza, il canale YouTube che prova a leggere la realtà siciliana attraverso le voci di chi l’ha vissuta e attraversata in prima persona. Laudani ha iniziato il suo impegno politico a Catania nei primi anni Settanta, dopo un’esperienza nel mondo cattolico e nell’associazionismo. Nel 1974 entra nel Partito Comunista Italiano e l’anno successivo nel Comitato Centrale. Successivamente fa parte della segreteria regionale siciliana guidata da Pio La Torre. Eletta al Consiglio comunale di Catania e all’Assemblea regionale siciliana, ha seguito da vicino la stagione della lotta alla mafia, contribuendo a far emergere gli equilibri di potere della Catania di quegli anni. È stata inoltre avvocata dei familiari di Giuseppe Fava, il giornalista e scrittore ucciso dalla mafia catanese. Nell’intervista, il racconto personale si intreccia con la memoria politica e con una riflessione sul presente. Laudani descrive una Catania “disordinata e senza testa”, nella quale gli appetiti dei potenti alimentano disuguaglianze che considera ormai “insopportabili”. Ma indica anche una strada precisa per contrastare la criminalità organizzata: combattere la povertà e sottrarre ai poteri mafiosi il controllo sociale sui giovani dei quartieri più fragili. Per Laudani, antimafia, lotta alla violenza, contrasto al patriarcato e difesa della pace sono battaglie profondamente legate tra loro, perché hanno alla radice lo stesso fenomeno: la sopraffazione. Il suo sguardo torna poi agli anni in cui ha conosciuto e lavorato accanto a figure come Pio La Torre e Cesare Terranova, ricordandone la preparazione e la capacità di leggere la mafia non soltanto come fenomeno criminale, ma come sistema capace di infiltrarsi nell’economia, nell’edilizia e nella politica. Una riflessione che porta inevitabilmente alle differenze tra Palermo e Catania e alla lunga rimozione dell’esistenza stessa della mafia nella città etnea. Laudani ripercorre anche gli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti, raccontando il dolore per aver visto cadere persone con cui aveva condiviso battaglie politiche e magistrati con i quali si era confrontata. E affronta uno dei nodi più controversi della storia dell’antimafia: la possibile matrice politica dietro gli omicidi di Pio La Torre e Piersanti Mattarella, una pista che, secondo Laudani, non sarebbe stata adeguatamente esplorata nelle indagini. Una conversazione che attraversa dunque più di mezzo secolo di storia siciliana e arriva fino al presente, mettendo insieme memoria e politica, mafia e disuguaglianze, violenza e impegno civile. 

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