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I 117 "Titani" della finanza globale: ecco chi sono i veri padroni del mondo

A un anno dalla scomparsa del giornalista Mauro Del Corno, Il Fatto Quotidiano ripubblica la sua inchiesta sulla rete di potere che attraversa economia, politica e istituzioni

AMDuemila

Chi sono davvero i "padroni del mondo"? È la domanda da cui prende le mosse l'inchiesta firmata da Mauro Del Corno per Millennium, il mensile de Il Fatto Quotidiano, oggi ripubblicata a un anno dalla scomparsa del giornalista. Al centro del reportage c'è il lavoro del sociologo statunitense Peter Phillips, docente della Sonoma State University, che nel libro Titans of Capital ricostruisce la rete di potere dei dirigenti dei dieci maggiori fondi e società di gestione finanziaria del pianeta. In tutto sono 117 persone che amministrano complessivamente circa 50 mila miliardi di dollari e siedono nei consigli di amministrazione delle principali multinazionali, oltre a ricoprire incarichi in organismi internazionali, fondazioni, università, musei, ospedali e organizzazioni non governative.  
L'inchiesta parte da una riflessione: esiste una diffusa percezione di un potere capace di influenzare economia, politica e società, ma che appare senza volto e difficilmente identificabile. Dare un nome a chi esercita questo potere diventa, secondo Del Corno, il primo passo per comprenderne i meccanismi. È proprio questo l'obiettivo del lavoro di Phillips, che concentra l'attenzione sui vertici delle dieci maggiori realtà finanziarie mondiali e sui loro amministratori. 
I cosiddetti "Titani" sono prevalentemente uomini, bianchi e statunitensi. Il 65% è composto da uomini, l'86% da persone bianche, mentre oltre la metà proviene dagli Stati Uniti. Più che per la ricchezza personale, il loro peso deriva dall'essere al centro di una fitta rete di relazioni che attraversa il mondo della finanza, delle imprese, delle istituzioni, della cultura e della filantropia. 
"Oggi non esiste banca o multinazionale che non abbia uno o più di questi colossi come azionisti. E ciò significa potere", sottolinea l'inchiesta. Le società guidate dai 117 dirigenti amministrano patrimoni immensi: la sola BlackRock gestisce circa 10 mila miliardi di dollari, una cifra superiore alla somma dei Pil di Giappone e Germania. Seguono VanguardUbsFidelityState StreetMorgan StanleyJp MorganAmundiAllianz e Capital Group.
Questi gruppi raccolgono e investono il denaro di decine di milioni di risparmiatori, acquistando partecipazioni nelle principali aziende mondiali. Dal 2017 il patrimonio complessivo dei dieci colossi è quasi raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari. La loro presenza azionaria si estende ai principali gruppi petroliferi, farmaceutici, automobilistici, bancari e tecnologici, consentendo ai loro rappresentanti di partecipare ai consigli di amministrazione e contribuire alle decisioni strategiche delle imprese.
Phillips evidenzia inoltre gli investimenti nei settori del tabacco, dell'alcol, della plastica, delle armi, del gioco d'azzardo e delle prigioni private, definiti "investimenti che generano impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo". BlackRockVanguard e State Street risultano inoltre tra i principali azionisti delle grandi industrie belliche statunitensi, come Lockheed MartinNorthrop Grumman e Raytheon.
"Importante la presenza in associazioni, ong, enti culturali, ospedali. E il World Economic Forum è il loro salotto di casa", prosegue l'inchiesta. I dirigenti dei grandi fondi siedono infatti negli organi del Fondo monetario internazionale, della Banca dei regolamenti internazionali, del Consiglio Atlantico della Nato, della Federal Reserve, oltre che in organismi di regolazione finanziaria e gruppi di esperti delle Nazioni Unite. Alcuni hanno lavorato anche per la Cia.
La loro influenza si estende anche al mondo della cultura e del sociale: Croce Rossa americana, Oxfam AmericaSave the Children, fondazioni universitarie come il Mit di Boston, la London Business School e numerose istituzioni artistiche e ospedaliere figurano tra gli enti nei cui organi direttivi siedono alcuni dei 117 "Titani".
Un ulteriore elemento analizzato riguarda le partecipazioni incrociate tra gli stessi grandi fondi. Nel 2022 il valore di questi investimenti reciproci ammontava a circa 320 miliardi di dollari. BlackRock possiede quote di Vanguard e State StreetVanguard investe in BlackRock Jp MorganState Street detiene partecipazioni in Vanguard e BlackRockJp Morgan, a sua volta, ha investito decine di miliardi sia in Vanguard sia in BlackRock. Una rete di interessi comuni che, secondo l'autore, contribuisce a consolidare il mantenimento dello status quo.
"La disuguaglianza non è mai accidentale", afferma Peter Phillips, "ma è incoraggiata dai Titani con le loro decisioni". Secondo il sociologo, la concentrazione della ricchezza è favorita da un sistema in cui governi e istituzioni proteggono la proprietà privata e consentono ai grandi patrimoni di continuare a crescere. Le conseguenze, sostiene, riguardano non solo l'aumento delle disuguaglianze economiche, ma anche guerre, violazioni dei diritti umani e crisi ambientali.
L'inchiesta richiama anche le riflessioni dell'economista Thomas Piketty, secondo cui la polarizzazione della ricchezza non rappresenta un'anomalia del capitalismo, ma il risultato del suo stesso funzionamento. Phillips osserva che "tra le conseguenze dell'estrema disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali", una situazione che altri studiosi definiscono una vera e propria "crisi dell'umanità". 
Nelle conclusioni del reportage, Del Corno riflette sul progressivo spostamento del potere dalla politica ai mercati finanziari. Se un tempo i leader politici rappresentavano il principale centro decisionale, oggi, sostiene l'articolo, molte scelte sembrano essere determinate altrove e i governi finiscono per limitarsi ad attuarle. Come esempio viene richiamata la crisi greca del 2015, quando, nonostante il referendum con cui la maggioranza della popolazione respinse le condizioni imposte dai creditori internazionali, il governo accettò comunque quelle stesse misure.
Per Peter Phillips la risposta passa dalla costruzione di nuove forme di partecipazione democratica. "Penso che, come abitanti di questo pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone", conclude il sociologo.  

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