Giornalismo di strada, cronaca nera e lotta antimafia: Jean Georges Almendras si racconta
Il direttore di Antimafiadosmil esce con la sua autobiografia in Uruguay. “¡No te apretés, carajo!”, un libro di vita vissuta in mezzo alla gente tra sparatorie, inchieste e tv
Può un giornalista diventare un modello per le nuove generazioni di cronisti, un punto di riferimento per chi ha fame di conoscenza e un faro per chi si è naufragato tra le tempeste del mondo dell’informazione?
Si, può. Soprattutto se vivi nel piccolo Uruguay. Soprattutto se ti chiami Jean Goerges Almandres. Boliviano di nascita, “uruguayo” di adozione, trentacinque anni di esperienza come cronista giudiziario o “policial” (come lo definisce), Almendras ha consumato la suola delle scarpe nei palazzi, nei tribunali, nelle carceri, nei pub e nei quartieri più difficili di Montevideo. Prima la carta stampata, poi la televisione che lo ha lanciato alla ribalta, infine il web con ANTIMAFIADuemila (di cui è direttore in Sudamerica). Almendras conosce la capitale come le sue tasche. E la capitale conosce, e riconosce lui. La gente lo saluta con affetto e stima. Il motivo? Il grande impegno investigativo avviato alla fine degli anni ’80 per raccontare la Montevideo invisibile, quella fatta di violenza, di corruzione, di sofferenza, ma anche di riscatto. La Montevideo vera, quella degli ultimi, lontana dagli scranni. Almendras ha inseguito storie, attraversato luoghi, ascoltato persone e scavato dove altri non volevano nemmeno guardare. Sempre avendo l’etica come stella polare. C’è chi lo stima e chi lo detesta. Oggi ha deciso di racchiudere tutta la sua vita in prima linea in un libro di 400 pagine. Una vita fatta di incontri, paure, errori, intuizioni e storie raccontate spesso a pochi centimetri dalla morte. Una testimonianza personale, ma anche il ritratto di un mestiere vissuto senza filtri, tra cronaca nera, giornalismo d’inchiesta e lotta alla criminalità organizzata. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: “¡No te apretés, carajo!”. “Non ti cagare sotto, cazzo!”. E dentro quelle pagine c’è tutta la voce di un cronista che, per oltre tre decenni, ha scelto di stare dalla parte della strada e della gente. Mordendo la notizia prima degli altri e meglio degli altri.
"¡No te apretés, carajo!". Letteralmente: “Non ti cagare sotto, cazzo!” È un titolo molto insolito. Era una frase tua?
Il titolo è il riassunto di un episodio che, ironicamente, compie 38 anni il prossimo 25 agosto. L’episodio è nella foto sulla copertina del libro e avvenne nel 1989, in un quartiere di Montevideo, vicino al Cerrito de la Victoria. Io e il mio cameraman ci trovammo nel mezzo di una sparatoria e dovevamo documentarla in diretta. Io lo tiravo per il cavo della telecamera e, in quella situazione di ansia e adrenalina, in mezzo al rischio e alla voglia di esserci, gli dissi quella famosa frase: “Non ti cagare sotto, cazzo!” (ed. Aguilar). Quella frase rappresenta, in qualche modo, la tensione del momento e il modo di lavorare del giornalista. Il giornalista sul campo, nella strada, deve avere una certa impronta e, diciamo, una determinata dose di adrenalina per portare a termine il lavoro. Quando ho proposto “¡No te apretés, carajo!” alla casa editrice, l’hanno interpretata perfettamente e hanno detto: “Questo è il titolo!”. E così è stato.
E’ vero che è una frase celebre in Uruguay?
Si è una frase che ripetono tutte le persone che mi incontrano per strada. È diventata famosa nell’immaginario popolare e, nel suo contesto, rappresenta il mio messaggio.
Ma veniamo al cuore del tuo libro, il primo in 35 anni di giornalismo. Di che parla?
È un libro autobiografico. Ma è anche una denuncia al sistema e al modo di lavorare del giornalismo. È una critica a un sistema perverso e competitivo. I vissuti di tutta la mia carriera che riporto nel libro, in qualche modo, dicono al lettore che non dobbiamo arrenderci di fronte alle difficoltà del sistema e che dobbiamo, in qualche modo, combattere, lottare per le cause sociali, per il nostro lavoro e così via.
Cosa pensi del fatto che gli uruguaiani abbiano questa considerazione di te? Cosa credi di aver dato alla gente in tutti questi anni?
La cronaca nera che ho seguito dalla fine degli anni ’80, poi gli ’90, e 2000 fino a quando sono stato allontanato ha segnato un’epoca. Il mio modo di lavorare ha segnato uno stile evidentemente che ho modellato in qualche modo in base alle circostanze. All’epoca non avevamo le infrastrutture del 2026, le telecamere digitali, gli smartphone, i social network, le chat. Bisognava lavorare per strada, con le proprie forze, con l’intuito. In un certo periodo lavoravamo ascoltando le frequenze della polizia, con apparecchi radio che ci permettevano di ascoltare in diretta cosa avveniva a Montevideo. Alcune di queste cose ci aiutavano per strada. E poi c’era la complicità che si creava con la fonte di turno, piuttosto che il chofer o i vari operatori della tv. Non bisogna mai dimenticarlo quando si fanno servizi per strada non si è mai da soli. Io dipendo dal cameraman, dipendo dall’autista e l’autista dipende da me. Dobbiamo proteggerci tutti e tre. Se falliamo in una situazione di rischio è un grosso problema per tutti. 
La tua è un’esperienza di circa 35 anni come giornalista e di 21 anni come giornalista e opinionista televisivo. Ma all’inizio lavorare in televisione non era il tuo obiettivo. Raccontaci un po’ la storia di Jean Georges Almendras.
Sono nato a La Paz, in Bolivia, migrai da piccolo. Ma sono cresciuto qui in Uruguay e qui ho ricevuto la mia educazione. Venendo alla tua domanda. Ti confesso che il mio obiettivo non era nemmeno diventare giornalista. Da giovane volevo fare l’attore o l’avvocato e in un periodo desideravo addirittura entrare in polizia. Poi però il mio percorso si è orientato verso il giornalismo. Ho iniziato nelle riviste a Montevideo e poi, dopo aver frequentato un breve corso di giornalismo, all’epoca qui non esisteva non esistevano lauree in giornalismo, mi formai direttamente in strada. Come fece il 90% dei miei colleghi, vedi il grande Eduardo Galeano. La scuola erano i locali, i caffè. Si imparava tra un bicchiere e l’altro, con i vecchi giornalisti. Questa è stata la mia formazione. Ho iniziato a lavorare nell’85 a Últimas Noticias, un quotidiano del periodo della dittatura. Lì ho imparato da giornalisti della vecchia guardia, che mi hanno insegnato il mestiere in redazione. Da lì mi focalizzai sulla cronaca nera e la cronaca giudiziaria. Ho iniziato a lavorare con José Perrona nella pagina della cronaca nera. Una persona meravigliosa. È stato lui a insegnarmi il mestiere e a lui dedico questo libro. Lui aveva contatti con la televisione, perché negli anni Ottanta i mezzi televisivi avevano gli informatori, i cosiddetti “dateros”. Erano persone che lavoravano nei giornali e passavano le informazioni ai canali televisivi. Perrona era un informatore di Canal 4 e a Canal 4 cercavano un cronista di nera e così mi disse: “Ti piacerebbe lavorare in televisione?”. Gli risposi che non l’avevo mai fatto e non sapevo come si facesse perché la stampa è una cosa e la televisione è un’altra. Cambia tutto, a partire dal linguaggio. Insistette: “Si fidano di te. Vogliono te”. E così sono entrato in televisione nel 1988. La televisione mi ha dato una grande versatilità. Poi le circostanze che si sono verificate mi hanno catapultato verso la popolarità, che sottolineo sempre di non aver cercato.
Restando nel tema del giornalismo, perché hai iniziato a lavorare con ANTIMAFIADuemila? Arrivando poi a diventarne direttore in Sudamerica.
Il progetto e la conoscenza di Bongiovanni come direttore e giornalista e, all’epoca, di Lorenzo Baldo. Io già collaboravo contemporaneamente quando lavoravo per il quotidiano e in tv. Avevo iniziato a scrivere articoli e, successivamente, ANTIMAFIADuemila, una volta che ho lasciato Canal 4, è diventata il mio impegno al 100%. Ma il fattore fondamentale, che mi ha spinto ad accettare quella che vivo come missione è che la cronaca nera è uno dei rami dell’albero del narcotraffico e della mafia. E oggi non è più soltanto un braccio.ANTIMAFIADuemila ha quindi assorbito nel mio lavoro l’esperienza di tutti quegli anni trascorsi in televisione e sui giornali e mi ha permesso di comprendere quali siano le colonne portanti e quali i parametri fondamentali di ciò che significa, innanzitutto, il sistema mafioso: comprenderlo e, in secondo luogo, denunciare quel sistema.
Qual è oggi lo stato di salute del giornalismo e della libertà di stampa in Uruguay?
È in crisi. Non posso paragonarlo alla mia epoca, perché sono due periodi diversi, ma ci sono fattori comuni. Il giornalismo soffre di una patologia: quella di anteporre un’operazione politica, un’ideologia di partito, a un fatto di cronaca. Questo fa perdere completamente il senso del lavoro giornalistico. Così si perde persino la capacità di giudizio e soprattutto la coerenza. Di tutto questo modo di fare giornalismo il sistema criminale ovviamente se ne approfitta e ne trae beneficio. Se mi chiedi se in Uruguay esiste libertà di espressione, io direi di no, almeno non se la confronto con la mia epoca. Noi lavoravamo intercettando le frequenze radio della polizia. Stavamo per strada perché è lì che si producono le situazioni. Oggi il giornalista in Uruguay sta seduto in scrivania, chiuso in un ufficio. Così prende il contatto con il reale. Si trasforma in un osservatore seduto, non fa più parte della democrazia. E ricordiamoci che nella storia del mondo, e il Sudamerica insegna purtroppo, che quando il giornalismo è assente, nascono gli abusi delle autorità. La prima cosa che fanno le dittature, quando instaurano un regime autoritario, è eliminare o controllare giornali e tv. In fondo, il libro vuole essere una sorta di manuale per il giornalista di cronaca nera. Senza alcuna arroganza lo dico. Ai giornalisti dico: tornate sul campo.
Restiamo sulla dittatura. Questo è uno dei temi della tua vita professionale. Hai indagato molto sui crimini del regime in Uruguay, e non solo. Qual è l’urgenza oggi su questo fronte?
In Sud America esistono migliaia e migliaia di famiglie che chiedono ancora dei loro cari desaparecidos. Non possiamo restituire loro la vita, ma almeno dobbiamo lavorare per recuperare quei resti e dare loro una risposta coerente, che permetta di compiere altri passi avanti. La mia sensibilità di cronista si lega a un obbligo etico, morale e storico: non possiamo dimenticare. Anche nel libro ne parlo. Purtroppo i desaparecidos continuano a essere uno dei punti sospensivi di una democrazia fragile, di una democrazia che, tra virgolette, non esiste. L’Uruguay chiede da 50 anni di poter ritrovare corpi sepolti nei terreni militari e non ci sono risposte. E purtroppo qui esiste un movimento di persone vicine ai militari che chiede la scarcerazione dei repressori e che non si continui a indagare. Purtroppo, anche con il ritorno della democrazia i governi dei partiti tradizionali e quelli del Frente Amplio partito attualmente al potere) hanno fatto poco o nulla. A loro pongo un duro quesito.
Ovvero?
Sono forse più imputabili i governi progressisti che non hanno lavorato fino in fondo su questo tema o i governi non progressisti, che invece sono coerenti con la propria ideologia e che non favoriranno mai la ricerca di questi corpi e non perseguiranno i responsabili della dittatura?
Parliamo di narcotraffico. L’Uruguay come si inserisce?
Purtroppo, negli ultimi anni, soprattutto dopo la cattura di Rocco Morabito nel 2017, ma già da prima, l’Uruguay si è inserito a ritmo accelerato nella rotta del narcotraffico che porta tonnellate di cocaina in Europa attraverso Montevideo, così come avviene attraverso il Paraguay, il Brasile e l’Argentina. L’Uruguay è diventato un elemento fondamentale dell’ideologia narco-mafiosa e del narcotraffico organizzato. Purtroppo queste paese presenta caratteristiche giuridiche, culturali che creano tutte le condizioni perché il narcotraffico si installi facilmente, un po come fece lo ‘ndrenghatista Morabito, latitante a Montevideo. E voglio aggiungere un aspetto che finora non ho menzionato.
Prego.
Goerges: L’Uruguay è un Paese pacifico. Non possiede una cultura violenta come quella colombiana, messicana o centroamericana. Questa struttura emotiva della comunità uruguaiana ha permesso al narcotraffico di insinuarsi senza fare rumore fino a radicarsi già dagli anni Settanta. All’epoca l’attività principale consisteva nel trasporto della marijuana da Pedro Juan Caballero, in Paraguay. Era marijuana e contrabbando. C’erano persone coinvolte nel crimine e anche nelle forze di sicurezza e nella polizia. Passarono gli anni, arrivò la cocaina e l’Uruguay gradualmente iniziò a diventare paese di transito. Oggi tutto questo si è moltiplicato per cinque. Nel 2024 sono venuti in Uruguay esponenti della Guardia di Finanza e della Direzione Investigativa Antimafia italiana, per sensibilizzare magistratura, forze e dell’ordine e giornalisti sul modus operandi della ’Ndrangheta. Uno dei dirigenti della Dia disse categoricamente: “Siete in un territorio dove stanno accadendo fatti che noi conoscevamo già 30 anni fa a Palermo”.
Aveva ragione?
Oggi in Uruguay si registrano praticamente due o tre omicidi al giorno. Sono regolamenti di conti o lotta tra gruppi per il controllo delle piazze di spaccio. Sono gruppi che dispongono di un’enorme capacità di fuoco. Non parliamo di pistole calibro 9, ma di mitragliatori di grande potenza di fuoco, persino superiori a quelli della polizia. Come vedi l’Uruguay è diventato un territorio favorevole per il narcotraffico. Ma il problema è strutturale.
Cioè?
Non c’è soltanto il narcotrafficante che litiga e si uccide con un altro narcotrafficante. Ci sono il trasporto della cocaina, le operazioni finanziarie, il riciclaggio, la logistica economica, la corruzione all’interno dello Stato e, purtroppo, anche nelle istituzioni.
Ma la gente in questo momento si rende conto di quello che accade attorno a sé?
No. La gente vive la violenza, vive ciò che raccontano i media. Ma come dicevamo prima, guardano l’albero, non il bosco. E la colpa principale è dei miei colleghi. Sono pochissimi i giornalisti che affrontano il problema come dovrebbero, con una visione d’insieme.
Un’ultima domanda, più personale. In cosa crede Georges Almendras?
Nell’uomo nuovo.
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