Era in stazione con la mamma e due amiche, dirette in vacanza sul lago di Garda. Non sapeva nulla di ideologie o terrorismo, sapeva solo che era estate e che si partiva con la mamma.
Quel 2 agosto 1980, alle 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Angela fu la vittima più piccola di una strage che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200.
C’erano lavoratrici come Mirella, Euridia, Franca, Katia, Nilla e Rita, che quella mattina erano semplicemente al loro posto negli uffici e nei bar della stazione. Studenti, studentesse, giovani coppie, viaggiatori e viaggiatrici come John e Catherine, come le famiglie tedesche in ritorno dal mare, come Nazzareno che aspettava un treno in ritardo.
Da allora l’orologio nell’ala ovest della stazione è fermo sulle 10.25, a ricordarci ogni giorno il momento esatto in cui una bomba neofascista, sostenuta da poteri occulti e coperta da depistaggi, colpì al cuore la nostra democrazia.
Sono passati 46 anni, ma il dovere di memoria e di verità resta intatto.
Finché ci sarà anche solo una domanda senza risposta, il nostro compito sarà continuare a esserci, a ricordare, a pretendere verità e giustizia.
Hanno fermato il tempo, non la verità.
Bologna, l’Emilia-Romagna e l’Italia non dimenticano.















