
La legge di riforma sulla separazione delle carriere di giudici e pm sottrae al Consiglio Superiore della Magistratura il potere disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari e lo affida ad un'Alta Corte di nuova istituzione. Da ciò derivano diverse perplessità.
L'Alta Corte è configurata come un giudice disciplinare solo per i magistrati ordinari. Non per i magistrati amministrativi e per quelli contabili. Essa è dunque un giudice che si definisce «speciale». Ma la nostra Costituzione, memore delle tragiche esperienze del Tribunale speciale della razza e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato creati dal regime fascista, ha categoricamente stabilito all'art. 102 che «Non possono essere istituiti giudici speciali». Qui sta un nucleo «duro» della Carta costituzionale. La creazione dell'Alta Corte disciplinare come giudice speciale contrasta dunque con questa norma della Costituzione. Ciò non significa che essa vada senz'altro ritenuta illegittima, perché una legge costituzionale (come quella di cui stiamo parlando) può anche modificare la Costituzione e consentire quindi l'istituzione di un giudice speciale. Ma ciò non toglie che, dopo il radicale divieto posto dalla Costituzione, la creazione di un giudice speciale per la materia disciplinare dei magistrati susciti inevitabilmente quanto meno dei cattivi pensieri circa i rapporti di questo giudice con il potere esecutivo che lo ha voluto: e dunque, in sostanza, circa l'effettiva indipendenza del giudice stesso. Un gusto sgradevole che è difficile far scomparire.
Il governo sostiene che l'affidamento del potere disciplinare all'Alta Corte è necessario perché il Csm, che attualmente lo esercita, sarebbe un giudice «domestico», eccessivamente indulgente verso i magistrati. Ma questa giustificazione è smentita dai numeri: da un'indagine recente risulta che nel triennio 2023-2025 il Csm ha emesso 94 sentenze di assoluzione e 82 di condanna: un numero quindi sostanzialmente equivalente, che dimostra un esercizio rigoroso del potere disciplinare.
Il fatto è che l'istituzione dell'Alta Corte sembra in realtà rispondere alla volontà del governo di indebolire la magistratura perché essa – sono parole ancora recentissime della Meloni – «impedisce al governo di lavorare». Questa considerazione pare confermata dalla composizione dell'Alta Corte stabilita dalla legge di riforma. Innanzitutto l'Alta Corte (a differenza del Csm) non sarà presieduta dal Presidente della Repubblica, che viene così espropriato della sua funzione in materia. Questo è un fatto molto grave, perché il Presidente rappresenta una importante garanzia di equilibrio nel delicato meccanismo delle valutazioni disciplinari: la mancanza di questa garanzia diminuisce la tutela dei magistrati sottoposti a giudizio. Inoltre nell'Alta Corte viene alterato a favore dei membri laici il rapporto numerico fra essi e i magistrati: la posizione di questi ultimi risulta quindi ulteriormente indebolita. L'autogoverno della magistratura, che la stessa relazione al progetto della legge di riforma riteneva elemento essenziale per assicurare l'indipendenza della magistratura, si allontana sempre di più.
Un'ultima osservazione. La nostra Costituzione pone, all'art. 111, una fondamentale garanzia di giustizia: «Contro le sentenze è sempre ammesso ricorso in Cassazione». La legge di riforma stabilisce invece che le sentenze dell'Alta Corte sono impugnabili non più davanti alla Cassazione, ma «soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte» (sia pure con diversa composizione). Ai magistrati ordinari, e solo ad essi, viene così sottratto uno strumento di difesa indispensabile, riconosciuto in via generale agli altri cittadini. Se questo si aggiunge ai due fattori indicati poco sopra (creazione di un giudice speciale – con esclusione del Presidente della Repubblica – e rapporto numerico fra magistrati e membri laici nell'Alta Corte) compare un complesso di norme davanti al quale risulta difficile negare il vero scopo della riforma: che non sembra quello di rendere i giudici indipendenti dai pm, bensì quello di intimidire e indebolire la magistratura, spostando così l'equilibrio fra i poteri dello Stato. In fondo si deve arrivare sempre al solito punto: questo governo non ama i controlli.
Tratto da: La Stampa
Foto © Imagoeconomica



















