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| Attualità

L’assedio a Falcone: una verità scritta nelle sentenze che la memoria corta vuole rimuovere

Antonio Esposito*

Il 23 maggio si è commemorato a Palermo il 34° anniversario della strage di Capaci ove trovarono la morte Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. 

A parte la irrilevante, peraltro, inopportuna presenza del ministro di Giustizia Nordio che ha ripetuto ‘abusata e sterile frase “mi sento magistrato prima che ministro” paragonandosi, poi, lui piccolo magistrato, al grande Falcone – e nel condividere le parole di Nino Di Matteo circa la “vuota e sterile retorica commemorativa da parte di chi ostacola la ricerca della verità” – meritano di essere considerate le dichiarazioni di Onelio Dodero, Procuratore della Repubblica di Cuneo (già P.M. nel processo “Capaci bis”) il quale ha affermato: “Falcone è stato deriso, delegittimato, di fatto isolato anche da una parte della magistratura: ed è ora di dirlo. L’esistenza professionale di Falcone fu segnata da disillusione, umiliazioni e tradimenti. Lo dimostrano le molteplici occasioni in cui il C.S.M. scartò la sua candidatura a ruoli direttivi ma anche le calunnie diffuse dopo l’attentato dell’Addaura: si disse che si era organizzato l’attentato. Dobbiamo finalmente avere il coraggio della verità, avere il coraggio di dire che le istituzioni e la magistratura sono ancora in debito con Giovanni Falcone”.  

Si tratta di parole sicuramente condivisibili ma che hanno bisogno di una importante precisazione. Non è esatto affermare: “è ora di dirlo …. Dobbiamo finalmente avere il coraggio della verità”; e ciò perché l’infame linciaggio (di questo si tratta) che subì Giovanni Falcone è incontestabilmente consacrato in una storica sentenza di oltre venti anni orsono, della Suprema Corte di Cassazione – (sez. II n° 40799/2004 confermò la condanna a 22 anni di reclusione per la strage dell’Addaura di Riina Salvatore e Antonino Madonia) – che richiama il periodo più buio della storia della magistratura che – unitamente a buona parte della politica – riuscì a delegittimare il magistrato che nel campo delle indagini sulla criminalità organizzata aveva acquisito un’esperienza ineguagliabile. Bocciato come consigliere istruttore a Palermo, bocciato come Alto commissario antimafia, bocciato come candidato al C.S.M., bocciato anche come Procuratore nazionale antimafia. Forse nessuno, nel nostro Paese, ha accumulato, in così pochi anni, tante disfatte. Tuttavia, nonostante tutto, la vita di Giovanni Falcone non è la cronaca di una sconfitta: essa racconta la straordinaria avventura di un uomo che – manifestando in ogni tempo, atteggiamenti di intransigenza e di forte autonomia – ha segnato il declino dell’associazione criminale “Cosa Nostra” da lui solo temendo azioni giudiziarie tali da disarticolare l’organizzazione stessa ed, ancor più, temendo le iniziative del magistrato come direttore generale degli affari penali del Ministero di Giustizia, incarico che, viceversa, per i detrattori di Falcone, ne offuscava l’immagine per “essere troppo vicino al potere politico”.

La sentenza della Cassazione elenca, quindi, “una serie di improvvidi e sleali attacchi subìti dal Giudice Falcone, anche all’interno dell’ambito istituzionale, per ragioni politiche, di invidia personale o distolta rivalità interna fra organi e funzioni dell’apparato statuale”. Evidenzia, poi, come “tale indegna, umiliante campagna di delegittimazione – anche attraverso lo squallido mezzo dello spregevole anonimo – mirava a farlo apparire magistrato scorretto e deviante, sì da impedirgli il raggiungimento di alti incarichi”.

La Corte così conclude: “Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto ad un infame linciaggio – prolungato nel tempo, proveniente da più parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme – diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse, la reputazione e il decoro professionale del valoroso magistrato. Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone – certamente il più capace magistrato italiano – fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all’interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il più meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il più bravo e il più preparato, e offriva le maggiori garanzie – anche di assoluta indipendenza e di coraggio – nel contrastare, con efficienza e in profondità, l’associazione criminale>>”.

La sentenza in questione è riportata anche nel bel libro di Giovanni Bianconi dal titolo “L’assedio: troppi nemici per Giovanni Falcone” (ed. Einaudi, 2017). L’autore “ricostruisce, attraverso i documenti e i ricordi dei protagonisti, l’ultimo periodo della vita di Giovanni Falcone. Una indagine nella Storia che rivela la condizione di accerchiamento in cui si è trovato il giudice palermitano, stretto tra mafiosi, avversari interni al mondo della magistratura e una classe politica nel migliore dei casi irresponsabile. E individua coloro che, nascosti dietro il paravento del <<rispetto delle regole>>, lo contrastarono, tentarono di delegittimarlo e lo isolarono fino a trasformarlo nel bersaglio perfetto per i corleonesi di Totò Riina”.

Ed, allora, nelle commemorazioni in onore di Giovanni Falcone, anziché vuote ed inutili retoriche affermazioni, occorre dare lettura delle pagine (e dei relativi documenti) del libro che descrivono dettagliatamente gli attacchi subìti dal magistrato da gennaio 1988 a maggio 1992 indicando i nomi di politici, componenti del C.S.M., esponenti di vertice delle correnti associative; pagine che non sono solo “coinvolgenti” quanto sono “scomode” perché fanno riemergere quel passato che si è cercato ad ogni costo di rimuovere: tutti, in seguito, pronti a ritenere Falcone il migliore dei magistrati, tutti a riconoscersi nel suo pensiero.

Ed in tali commemorazioni non sarà inutile ricordare la sentenza della Cassazione anche in quelle parti in cui si muove severa censura a Mori Mario (comandante il raggruppamento operativo speciale R.O.S.), Sica Domenico (Alto commissario antimafia), e Misiani Francesco (magistrato addetto all’ufficio dell’Alto commissario) i quali, in relazione all’attentato dell’Addaura, avevano rispettivamente dichiarato: il primo “il consistente numero di Kg. di esplosivo non aveva alcuna possibilità di deflagrare, era una minaccia molto relativa”; il secondo “le pile utilizzate per confezionare l’ordigno erano scariche”; il terzo “l’ordigno era fatto in modo tale da non farlo innescare”; laddove era vero, invece, che l’ordigno era perfettamente funzionante e l’esplosione degli 8 kg. di dinamite avrebbe avuto esito mortale nel raggio di 60 metri per ogni persona che si fosse trovata in tale ambito.

Ecco cosa scrive, in proposito, la Corte di Cassazione: “reta, comunque, il dato sconcertante costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici, investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare, in una vicenda che, per la sua eccezionale gravità, imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni le quali hanno finito per contribuire, sia pure indirettamente, a fornire – unitamente alla ridda di ipotesi anche fantasiose, più o meno artatamente divulgate – lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del giudice di <<inventare>> la tesi, delegittimante, del <<falso>> o <<simulato>> attentato”.