Strumenti di accessibilità
Skip to main content
| Attualità

La lunga corsa Usa per mettere le mani sul Medio Oriente

Noam Chomsky

Parliamo della politica estera degli Stati Uniti verso l'Iran nel secondo dopoguerra. Washington elaborò la strategia della cosiddetta "Grande Area", all'interno della quale l'Iran assumeva un'importanza cruciale per via delle sue ingenti risorse petrolifere e della collocazione strategica. Nella pianificazione della Grande Area si dava per acquisito che gli Stati Uniti avrebbero dominato il Medio Oriente, quella che Eisenhower definì la regione strategicamente più importante del mondo, un tesoro senza eguali in termini di materie prime.
L'idea di fondo era maturata già prima, agli esordi della seconda guerra mondiale; già allora si pensava che gli Stati Uniti avrebbero assunto il controllo della cosiddetta "Grande Area": l'emisfero occidentale, l'ex impero britannico e l'Estremo Oriente. All'epoca si riteneva che la Germania avrebbe vinto la guerra; si prospettavano quindi due grandi potenze, una con epicentro tedesco, estesa su gran parte dell'Eurasia, e l'altra dominata dagli Stati Uniti e coincidente con la Grande Area. Quando divenne chiaro che l'Unione Sovietica avrebbe sconfitto la Germania – dopo Stalingrado e il grande scontro corazzato di Kursk - la pianificazione cambiò: l'obiettivo divenne includere nella Grande Area quanta più Eurasia possibile, mantenendo ovviamente il controllo delle risorse petrolifere del Medio Oriente.
Proprio alla fine della seconda guerra mondiale esplose un conflitto attorno all'Iran. I sovietici sostenevano un movimento separatista nel Nord; gli inglesi intendevano mantenere il controllo del paese. I russi furono di fatto espulsi. L'Iran rimase uno Stato vassallo sotto l'influenza britannica. Gli Stati Uniti furono i principali artefici di un colpo di Stato militare: il sistema parlamentare venne rovesciato e fu insediato lo Scià, fedele alleato di Washington. L'Iran rimase uno dei pilastri del controllo statunitense sul Medio Oriente finché lo Scià restò al potere. Egli intratteneva relazioni molto strette con Israele, il secondo pilastro di tale assetto. Non si trattava di legami ufficiali ma in pratica erano rapporti solidissimi. Il terzo pilastro del controllo statunitense era l'Arabia Saudita. Si configurava così una sorta di alleanza tacita tra Iran e Israele e, ancora più tacita, tra Israele e Arabia Saudita, sotto l'egida degli Stati Uniti.
Nel 1979 lo Scià fu rovesciato. Gli Stati Uniti presero in considerazione un colpo di Stato militare per restaurare il regime, ma il tentativo fallì. Seguì la crisi degli ostaggi. Poco dopo, l'Iraq di Saddam Hussein invase l'Iran. Washington sostenne con decisione l'aggressione irachena, arrivando persino a intervenire direttamente per proteggere le navi irachene nel Golfo. Nel 1988 un incrociatore missilistico statunitense abbatté un aereo di linea iraniano nello spazio aereo civile, uccidendo 290 persone. Alla fine, l'intervento americano indusse l'Iran ad accettare un accordo di pace molto meno favorevole di quanto sperasse dopo l'invasione irachena. Fu una guerra estremamente sanguinosa: Saddam Hussein fece uso di armi chimiche; gli Stati Uniti finsero di non saperlo e cercarono anzi di attribuirne la responsabilità all'Iran. Alla fine si giunse comunque a un accordo. Gli Stati Uniti imposero immediatamente sanzioni e avanzarono pesanti minacce. Era l'epoca di George H.W. Bush. La sua amministrazione arrivò persino a invitare ingegneri nucleari iracheni negli Stati Uniti per un addestramento avanzato, un fatto che rappresentava una minaccia diretta per l'Iran. C'è una certa ironia nel fatto che, quando l'Iran era un fedele Stato vassallo sotto lo Scià negli anni Settanta, Reza Pahlavi e altri alti funzionari lasciarono intendere con chiarezza di lavorare allo sviluppo di armi nucleari. All'epoca Henry Kissinger, Donald Rumsfeld e Dick Cheney esercitarono pressioni sulle università statunitensi affinché accogliessero ingegneri nucleari iraniani per formarli, pur sapendo che l'obiettivo era la costruzione di armi atomiche. In seguito, quando a Kissinger fu chiesto perché avesse cambiato posizione sul nucleare iraniano negli anni successivi rispose semplicemente che allora l'Iran era un alleato.
Le sanzioni contro l'Iran divennero via via più severe. Si avviarono negoziati sul programma nucleare. Secondo l'intelligence statunitense, dopo il 2003 non vi erano prove dell'esistenza di un programma di armamenti nucleari, anche se l'Iran stava probabilmente sviluppando una cosiddetta "capacità nucleare", ossia la possibilità di produrre armi atomiche se necessario, come molti altri paesi. Mentre l'Iran ampliava le proprie capacità tecniche, con un numero maggiore di centrifughe e via dicendo, nel 2015 il presidente Obama accettò infine l'accordo congiunto sul nucleare iraniano. Da allora, secondo le stesse agenzie di intelligence statunitensi, l'Iran ha rispettato pienamente l'accordo, senza alcun indizio di possibili violazioni. L'amministrazione Trump si è invece ritirata unilateralmente. Oggi il nuovo pretesto non riguarda più le armi nucleari, ma la presunta "interferenza" dell'Iran nella regione.

Tratto da: La Stampa

Elaborazione grafica by Paolo Bassani 

ARTICOLI CORRELATI


Noam Chomsky e Ken Loach contro il capitalismo moderno e le false democrazie

''Le conseguenze del capitalismo'': esce il nuovo libro di Noam Chomsky e Marv Waterston

Noam Chomsky ed il ''leader terrorista a stelle e strisce'