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Ingroia: rimozione Ranucci è censura di regime. Siamo in una democrazia malata

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L’ex magistrato e oggi avvocato Antonio Ingroia, intervenuto sul canale Facebook “Fondazione Spazio Legalitá”, ha duramente criticato la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla direzione di Report: “La rimozione di Sigfrido Ranucci dalla direzione di Report da parte dei vertici RAI non è solo un gravissimo esempio di censura di regime, dove il potere, in questo caso il governo Meloni, si libera di un punto di ancoraggio della libertà di informazione” ma è molto di più: “È un sintomo ulteriore che il nostro Paese è oggi una democrazia malata” in cui “è possibile cacciare in questo modo un giornalista coraggioso, soprattutto perché fa le inchieste contro il potere”.

l punto grave è che Sigfrido Ranucci viene “cacciato benché sia la vittima di un attentato, e di un attentato frutto di un tradimento, perché lui ha subito un attentato alla vita, un attentato organizzato da un suo amico che quindi lo ha tradito per finalità e moventi ancora piuttosto oscuri e torbidi, che ci auguriamo la magistratura scopra".

"Io conosco Sigfrido Ranucci da tantissimi anni. Ero Pm del processo Dell'Utri quando lui, giovane inviato della RAI, di Rai News 24, la gloriosa Rai News 24 diretta da Roberto Morione, scovò la famosa intervista scomparsa di Paolo Borsellino, quella cassetta che si voleva far sparire da dell'intervista di Borsellino poco, pochi giorni prima di essere ucciso, in cui si soffermò sul triangolo Vittorio Mangano, Marcello Dell'Utri, Silvio Berlusconi. E poi ho avuto modo ovviamente di apprezzare Sigfrido Ranucci in tutto il suo percorso fino alla conduzione di Report". Secondo Antonio Ingroia, “occorre quindi la mobilitazione di tutti, occorre quindi tenere alta la guardia per difendere la democrazia, perché qui non è in ballo la carriera di Sigfrido Ranucci, sono in ballo gli spazi di libertà, della libertà di informazione, del diritto di cronaca, del diritto nostro cittadini di essere informati. E quindi è il momento di mobilitarsi".

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Foto © Paolo Bassani