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| Attualità

Gaza: la sola sopravvivenza non basta per essere definita vita

Dr. Ezzideen

Ieri, un panificio di Gaza City ha annunciato di aver bisogno di quattro operai.
Nel giro di ventiquattro ore, il panificio ha annunciato la chiusura delle iscrizioni.
Più di 4.500 persone avevano fatto domanda.
Non panettieri. Non artigiani.
Non uomini in cerca di una professione.
Solo persone in cerca del permesso di sopravvivere un altro mese.
Quattromilacinquecento anime in piedi davanti a un forno come se fosse la porta della vita stessa.
Questo è ciò che rimane dopo che una guerra non solo ha distrutto una città, ma ha stravolto il significato dell'esistenza umana.
Perché cos'è il lavoro, in fondo? Non è solo denaro.
Il lavoro è dignità.
È un uomo che torna a casa con le mani stanche e lo spirito indomito.
È la silenziosa prova che il domani esiste.
E a Gaza, il domani è diventato incerto.
Dall'inizio della guerra, i giovani hanno perso tutto in un colpo solo.
Il loro lavoro. Le loro case. Il futuro che si erano costruiti con tanta cura.
Un'intera generazione sospesa tra la vita e la rovina.
A volte mi siedo con i miei amici. Ingegneri. Avvocati. Commercialisti.
Uomini e donne che hanno dedicato anni a costruirsi pazientemente, come si costruisce una cattedrale pietra dopo pietra.
Hanno studiato sognando in silenzio cose ordinarie: una casa, una famiglia, una scrivania, un futuro.
Che tragedia che l'ordinario sia diventato impossibile.
Ora sono senza lavoro.
E la povertà, per quanto terribile, non è la ferita più crudele.
No.
La ferita più crudele è svegliarsi ogni mattina e sentirsi un peso nella casa che un tempo celebrava i propri successi.
Non avere un posto dove andare. Nulla da costruire. Nulla da aspettare se non un altro giorno identico al precedente.
La guerra non si limita a distruggere edifici. Questo è il minimo dei suoi crimini.
La guerra distrugge il sacro legame tra un essere umano e il suo futuro.
Lascia in vita le persone, ma ruba silenziosamente la capacità di immaginare la vita che verrà.
E forse la verità più dolorosa di tutte è questa: molti non si chiedono più se lasceranno Gaza.
Quella decisione è già stata presa, in silenzio, nel profondo di loro.
Ciò che li trattiene qui non è più la speranza. Né il senso di appartenenza. Né l'amore per il luogo che li ha cresciuti.
Solo valichi chiusi. Solo cancelli. Nient'altro.
E un giorno, se quei cancelli si apriranno, il mondo potrebbe assistere a qualcosa di più terribile di persone in fuga dalle bombe.
Potrebbe assistere a un intero popolo che se ne va volontariamente. In silenzio. Senza gridare.
Senza voltarsi indietro.
Non perché abbiano smesso di amare la loro patria... Ma perché hanno finalmente capito che la sola sopravvivenza non basta per definire qualcosa una vita.

#WoundedGaza
#GazaFerito

Tratto da: x.com/ezzingaza

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