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Il debito che i vivi pagano a coloro che non hanno potuto impedire di morire

Dr Ezzideen

Ieri, ho provato a scrivere una didascalia sotto una Foto.  

Sembrava quasi disonesto lasciarla senza parole, come se la bellezza meritasse riconoscimento.

La parola guarigione mi è venuta in mente. L’ho vista così spesso sotto le fotografie di coloro che sono fuggiti da Gaza.

L’ho fissata a lungo prima di cancellarla.

Guarigione.

Che parola strana. Come se la distanza fosse medicina. Come se un confine potesse persuadere la memoria a rimanere dietro di esso.

Quando ero ancora a Gaza, la paura era misericordiosa. Pretendeva tutto da me. Ogni pensiero, ogni istinto, ogni respiro apparteneva alla sopravvivenza. Il terrore non lascia spazio al lutto. Lo zittisce, lo rimanda, lo seppellisce sotto la determinazione primitiva di rimanere vivi fino all’ora successiva.

Un tempo credevo che fuggire significasse pace. Invece, ho scoperto che la pace è dove il lutto ti trova finalmente.

Il silenzio è un carnefice paziente. Aspetta finché non ci sono più esplosioni con cui competere. Solo allora inizia il suo lavoro.

A volte passo accanto a estranei per strada, e mi guardano non più a lungo di quanto farebbe chiunque altro. Eppure mi ritrovo a chiedermi se qualcosa dentro di me sia diventato udibile. Se il rumore nella mia testa abbia iniziato a filtrare nell’aria intorno a me.

Ieri, il funerale della famiglia Abu Sharia ha rotto qualcosa in me che il giorno del massacro non era riuscito a fare. Non perché li amassi di più ieri di quanto li amassi allora. Ma perché allora non avevo il permesso di piangerli.

La famiglia Abu Sharia non è mai stata semplicemente i nostri amici. Le nostre vite si erano intrecciate per così tanti anni che spesso sembrava che appartenessimo alla stessa famiglia, divisi solo dalle pareti di case diverse.

Ricordo il massacro. Ricordo ogni telefonata. Ogni nome.  

Ogni speranza impossibile che una persona in più fosse in qualche modo sopravvissuta.

Ma ricordo tutto questo come un uomo che annega ricorda la riva. Non con dolore. Solo con disperazione.

Ora l’annegamento è finito.

Ora ogni bara cammina verso di me portando la vita che non mi sono mai fermato a piangere.

Cento dodici bare.

Ognuna contenente non solo un corpo, ma un mondo che è svanito senza saluto.

Cento dodici storie che hanno raggiunto l’ultima pagina mentre ero troppo occupato a cercare di rimanere vivo per leggerle.

La gente parla come se la sopravvivenza fosse l’opposto della morte.

A volte è solo il suo testimone ritardato. Forse è questo che è veramente il lutto.

Non una ferita. Ma il debito che i vivi pagano alla fine a coloro che non hanno potuto impedire di morire. 

Tratto da: x.com/ezzingaza   

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