Dopo l'arresto di Lavitola bisogna opporsi ancor di più ai tentativi di strumentalizzazione di certa politica
Ora che l’arresto di Valter Lavitola conferma che per la Procura di Roma Sigfrido Ranucci è esclusivamente vittima di questa brutta storia, bisogna opporsi con rinnovata forza ai tentativi di strumentalizzazione e depistaggio posti in essere dagli ambienti vicini al governo.
Da quando è cominciata la XIX Legislatura che ha portato al Governo di Giorgia Meloni, gli “eredi-al-quadrato” (del Duce e di Berlusconi) hanno immediatamente manifestato una insofferenza radicale verso il giornalismo libero ed autorevole che fa il proprio mestiere a servizio della democrazia e cioè quello di spiegare ai cittadini ciò che chi detiene temporaneamente il potere istituzionale non vorrebbe che i cittadini sapessero. In particolare, poi, tra i vari “fronti” di attacco possibili al giornalismo-giornalismo, i meloniani doc hanno manifestato una vera predilezione per quello che riguarda le fonti del giornalista.
Va ribadito ancora una volta, come un salmo, che il rapporto tra la fonte ed il giornalista è un rapporto professionalmente “sacro” e come tale riconosciuto e tutelato da norme nazionali ed europee (ultime quelle contenute dal Media Freedom Act della Ue, in vigore dall’8 agosto 2025 e ignorate dal governo), per un motivo quasi banale: il giornalista non è dotato (normalmente) di poteri ultramondani, divinatori e quindi, quando scrive qualcosa che il potere vorrebbe mantenere segreto a tutti i costi, lo fa perché qualcuno che ha quella informazione, per i motivi più svariati, decide di raccontarla al giornalista.
Il giornalista non risponde della sua fonte, risponde di quello che scrive dopo aver ricevuto la confidenza, ovvero risponde della autenticità della notizia e della sua rilevanza pubblica. Punto. La “fonte” per definizione è una cerniera, spesso scivolosa e pericolosa, tra mondo di “sopra” e mondo di “sotto”, qualunque cosa possano significare “sopra” e “sotto”, diversamente non potrebbe avere quelle informazioni. Uno dei giochi preferiti dal potere è quello di attaccare chi usa la fonte proprio a partire dalla presunta immoralità della fonte stessa, immoralità che si “appiccicherebbe” per proprietà transitiva a colui che usa quella informazione: se va con lo “zoppo” allora vuol dire che gli piace “zoppicare”.
Una delle declinazioni di questo gioco è dimostrare che tra fonte e attore della notizia esista un rapporto poco professionale, di eccessiva familiarità, lasciando intendere pure che sussista un interesse particolare, una convenienza illecita che vada ben al di là dell’amore per la ricerca della verità. Addirittura, una complicità criminale. Quanti giornalisti in Italia assassinati dalla mafia hanno anche pagato questo prezzo per il lavoro di scavo che avevano condotto in campi minati dagli interessi che contano!
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
















