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Cristiano Niceta: “A uccidere Denise Cosco è stato l’isolamento dello Stato”

Le dure parole del figlio del testimone di giustizia Angelo Niceta: “Le istituzioni abbandonano chi denuncia. Non è istigazione al suicido questa?”

AMDuemila

“Questo Stato ha deliberatamente abbandonato chi ha sacrificato la propria esistenza per la giustizia”. È un atto d’accusa duro quello affidato ai social da Cristiano Niceta, figlio del testimone di giustizia Angelo Niceta, intervenuto dopo la morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, morta suicida nei giorni scorsi.
Niceta accosta la vicenda di Denise e della madre alla propria esperienza familiare, ricordando le difficoltà affrontate da chi sceglie di denunciare e testimoniare contro la criminalità organizzata. “Per anni Lea e Denise hanno dovuto lottare contro le istituzioni per non essere marchiate come collaboratrici di giustizia”, scrive, sottolineando come, a suo giudizio, quella definizione abbia rappresentato “un’etichetta ingiusta e diffamante per chi è solo vittima”. 
Il figlio di Angelo Niceta racconta quindi la propria esperienza all’interno di un programma di protezione durato sette anni, descrivendolo come un periodo segnato da “isolamento, precarietà assoluta e sfregi continui” a causa delle denunce presentate dal padre sulle presunte collusioni tra mafia, borghesia mafiosa e istituzioni.
“La protezione testimoni è un iter stressante, totalmente invalidante. Ti sradicano dalla tua vita”, afferma Niceta, denunciando soprattutto le difficoltà che, a suo dire, arrivano una volta terminato il programma di protezione: “Quando il programma finisce ti lasciano in mezzo a una strada. Senza alcun reinserimento socio-lavorativo nonostante siano misure che spetterebbero per legge”.  




Nel suo intervento, Niceta punta il dito contro la gestione istituzionale della tutela dei testimoni di giustizia e chiama direttamente in causa il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Nicola Molteni, accusando la Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione di “inerzia colpevole”. Tra le contestazioni cita il mancato riconoscimento di diritti contrattuali, i ritardi nei risarcimenti per le opportunità lavorative perdute e le difficoltà legate alla sicurezza delle abitazioni e alla protezione dei familiari. 
“Quando le telecamere si spengono resta un grande vuoto che ti divora”, afferma ancora il giovane, sostenendo che le persone sottoposte a protezione avrebbero bisogno non soltanto di tutela, ma anche di un adeguato sostegno psicologico e di un reale percorso di reinserimento. 
Infine, il riferimento diretto a Denise Cosco: “Persone come Denise, che hanno testimoniato per il bene di tutti noi italiani, vengono abbandonate dallo Stato”. E la domanda, provocatoria, con cui conclude il suo intervento: “Non è istigazione al suicidio questa?”. 
Un'accusa che Cristiano Niceta rivolge alle istituzioni come riflessione sulle conseguenze dell'isolamento e dell'abbandono di chi testimonia contro la criminalità organizzata. “Non possiamo permettere che il coraggio di ragazze come Denise venga tradito da uno Stato vigliacco e burocrate a convenienza”, conclude, chiedendosi: “Questo Stato vuole proteggere i testimoni di giustizia o vuole aiutare i criminali?”.

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