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Walter Giustini: ''Incontrai Borsellino giorni prima della strage, mi chiese di Lo Cicero''

Karim El Sadi

A Caltanissetta l’esame dell’ex carabiniere, oggi imputato per depistaggio, che si occupò delle confidenze di Maria Romeo e del compagno

Se ho incontrato Paolo Borsellino? Si, avvenne nei dieci giorni precedenti alla strage di via d’Amelio. Mi aveva chiamato in caserma. Sono andato e mi fece un po’ di domande che però adesso non ricordo ma me le fece sulle dichiarazioni di Lo Cicero. Mi chiese alcune precisazioni. Poi passarono un paio di giorni, mi riconvocava e io andavo lì e facevo altre precisazioni. Gli incontri furono due o tre, tutti in questa decina di giorni”. Così l’ex brigadiere Walter Giustini, che ha deciso di rispondere alle domande dell’accusa nel processo di Caltanissetta che lo vede imputato per depistaggio in merito alle indagini relative alla pista nera per le stragi del '92 in Sicilia. Insieme a Giustini è alla sbarra (sempre per depistaggio) anche Maria Romeo, compagna di Alberto Lo Cicero, ex collaboratore di giustizia deceduto. Centrale, nell’esame dell’imputato, sono state proprio le confessioni della coppia raccolte nel 1992 dall’ex carabiniere. Giustini ha ricostruito in aula il periodo in cui si mise in contatto con Romeo, prima, e con Lo Cicero, poi. Quindi i vari incontri con i due, avvenuti assieme al brigadiere Michele Coscia e talvolta anche in compagnia dell’allora capitano Arcangioli (all’epoca superiore diretto di Giustini). Tutti registrati, annotati e poi riportati agli allora magistrati di Palermo Vittorio Teresi e Vittorio Aliquò.
Il militare in pensione ha raccontato ai pm nisseni come avvicinò Maria Romeo (che aveva una relazione con il pentito) dopo il tentato omicidio dello stesso Lo Cicero alla fine di dicembre del 1991. Sarebbe stata Romeo a convincere Lo Cicero a iniziare a parlare con i carabinieri.
Mi disse che Lo Cicero è uomo d’onore e cugino di Armando Bonanno e che fa l’autista a Mariano Tullio Troia (al tempo boss di spicco del mandamento di San Lorenzo e poi condannato per la stragi di Capaci, ndr) che per noi era ancora uno sconosciuto”, ha ricordato l’ex brigadiere riguardo ai primi colloqui con la donna.

Delle Chiaie a Capaci

Rispetto a questi, rispondendo alle domande dei pm Pasquale Pacifico e Nadia Caruso, Giustini ha raccontato che un giorno Romeo le parlò, “per caso”, di Stefano Delle Chiaie, ex terrorista di Avanguardia Nazionale. “Il fatto di Delle Chiaie è nato a caso”, ha spiegato Giustini. “Maria Romeo era nel mio ufficio io stavo prendendo degli appunti e all’improvviso mi disse ‘sa brigadiere io conosco pure personaggi famosi’ e mi disse ‘io conosco Stefano Delle Chiaie’. Siccome io il personaggio lo conoscevo perché ho fatto servizio a Roma all’epoca del terrorismo, le dissi ‘si vabbè... tu conosci Stefano Delle Chiaie…’. Mi dice “sì perché è amico di mio fratello (Domenico Romeo, ndr) perché hanno delle associazioni… poi ogni tanto vengono qui in Sicilia e pure a Capaci’ (paese dove abitava la donna, ndr). Questo è stato il discorso tra me e la Romeo su Delle Chiaie non c’è stato né più e né meno”. E ancora. “Mi disse: ‘Si l’ho visto pure qui a Capaci con mio fratello’. Ma così… è stato un discorso che poi è caduto lì… non c’è stato nessun altro particolare. Mi ha detto solo che lo conosceva perché era amico del fratello ma siccome mi ha visto un po’ scettico, mi disse di avere delle foto. C’erano pure gli altri colleghi presenti”. Le foto furono poi portate a Giustini ma “non ricordo se le ho trasmesse con lo stesso fascicolo di Lo Cicero. Ma non penso, forse l’ho trasmesso alla procura con una pratica generica che avevamo noi nel carteggio perché non c’erano ipotesi di reato. Ricordo che feci una lettera e l’allegai e che feci anche riprodurre quella foto per tenere una copia agli atti”. 
Il tema “Delle Chiaie” è stato più volte affrontato in aula dai magistrati ma Giustini ha ribadito a più riprese che oltre a questa circostanza non fu detto altro di rilevante né da Maria Romeo, né dal compagno sul terrorista.  La figura di Delle Chiaie è di grande interesse per i magistrati di Caltanissetta che stanno indagando su  Capaci e sulla “pista nera”. Si ipotizza infatti, proprio sulla base delle dichiarazioni di Lo Cicero e di accertamenti investigativi, della presenza dell’avanguardista in Sicilia nel periodo delle bombe e un suo ruolo diretto nella pianificazione delle stesse. Di interesse, sui fatti di Capaci, c’è una registrazione del 26 maggio ’92, in atti, fatta a casa di Lo Cicero nella cui occasione era presente anche il capitano Arcangioli in cui il collaboratore faceva riferimento al fatto di aver visto degli strani movimenti a Capaci prima dell’attentato. “Si aveva visto la presenza di alcuni personaggi”, ha spiegato. “Mi disse di averli visti prima della strage e io gli dissi ‘ma non è che vogliono ammazzare te?’ E mi rispose ‘no, loro si muovono solo per cose grosse’”. Una circostanza, questa dei personaggi notati a Capaci, che l’allora confidente aveva riferito allo stesso Giustini prima della strage. “Me ne parlò quattro o cinque giorni prima della strage di Capaci. Ci disse che Capaci era sotto il mandamento di San Lorenzo, questi erano personaggi vicini a Mariano Tullio Troia era normale che giravano nel territorio”.

La “nota Cavallo”

Altro tema affrontato in aula riguarda la famosa nota redatta dall’allora capitano Gianfranco Cavallo, all’epoca in servizio presso la sezione di pg della pretura, il 5 ottobre 1992 e ritrovata solo diversi anni dopo dal magistrato Gianfranco Donadio. “Nell’aprile del 1992 a cavallo delle elezioni politiche in Palermo si è recato Stefano Delle Chiaie accompagnato dal suo avvocato Menacci di Roma”, recita la nota letta dalla pm Caruso in aula. “In Palermo ha preso contatti con Troia, boss della zona di Curillas, Macaluso, avvocato di Palermo, Miranda sindacalista onorevole del MSI. Nel corso di tale incontro avrebbero parlato di recarsi a Capaci per procurarsi esplosivo dalla cava di tale Sanzana prima delle stragi, Delle Chiaie, che solitamente si recava in Palermo nel solo mese di agosto sarebbe venuto più volte. In una di queste occasioni la fonte ha appreso di una telefonata che Delle Chiaie ha fato per il tramite di un cellulare per evitare di essere intercettato con un individuo non noto, tale Mario di Roma”. Rispondendo alle domande dell’accusa sulla nota, Giustini ha riferito di esserne venuto a conoscenza solo “il giorno in cui mi aveva sentito alla Dna il dottor Roberto Scarpinato che me l’ha mostrata. E gli dissi che era la prima volta che la vedevo. Le ho dato una letta in modo superficiale, ho dato uno sguardo su quello che diceva su Delle Chiaie”. 

L’allontanamento su pressione di Bruno Contrada

Un altro punto discusso riguarda l’allontanamento di Walter Giustini su pressione dell’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. “Un giorno rientrando il capitano Menicucci si fece scappare che Contrada aveva chiesto al colonnello Borghini di trasferirmi perché secondo lui sta intralciando delle indagini dei servizi. Irimasi sbalordito. E mi portò dal colonnello Borghini dicendo: 'Guardi colonnello purtroppo mi è scappato... il fatto di Contrada’”. “Evidentemente - ha spiegato l’imputato - il colonnello gli aveva detto di non dirmi niente. E lui mi ha detto ‘sì mi ha chiesto di allontanarti’ e io ho detto ‘non vedo il motivo’. Ed è finito lì. Questo è l’unico episodio che mi lega a Contrada”. 

La discrasia su Biondino e Riina

L’ultimo tema di rilievo toccato nel corso delle tre ore di udienza  sugli incontri della Commissione di Cosa nostra nella villa di Mariano Tullio Troia riferiti a Giustini da Lo Cicero. Tra i boss che bazzicavano l’abitazione (indicata dal pentito Francesco Onorato come luogo dove avvenivano summit), spicca Salvatore Biondino, capo mandamento di San Lorenzo, fedelissimo di Totò Riina (e di questi autista) che vantava contatti con i servizi segreti. Al tempo, però, Biondino era praticamente sconosciuto agli inquirenti. Fu Lo Cicero il primo a riferirne ai magistrati il suo peso in Cosa nostra. Lo Cicero disse a Giustini tra fine aprile e inizio maggio 1992 che “questo Biondino era più in vista degli altri che frequentavano la villa. Era quello che aveva un po' più di potere”. “Ci disse che andava a casa di Mariano Troia accompagnando alcuni personaggi di cui uno di cui non conosceva il nome, né gli era stato mai presentato, ma che vedeva che quando arrivava tutti i presenti gli portavano un gran rispetto. Dopo qualche giorno mi rincontrai con Lo Cicero e incuriosito gli chiesi: ‘Ma può essere che questo personaggio che non conoscevi era Totò Riina?’. E lui mi rispose: ‘Non lo so, a me nessuno me lo ha indicato come Totò Riina. Non mi è stato mai presentato. Però ho forti sospetti che sia proprio lui’". Per l’accusa però, le dichiarazioni di Giustini differiscono con quanto riferì lo stesso all’ex procuratore generale Roberto Scarpinato nel 2022. “Lui (Lo Cicero, ndr) ci disse subito fin dai primi mesi che Salvatore Biondino portava Totò Riina a casa di Mariano Tullio Troia e ciò era avvenuto in un paio di occasioni. Ribadisco che sono assolutamente sicuro che Lo Cicero ci disse sin dall’inizio che Salvatore Biondino era colui che accompagnava Salvatore Riina a casa di Troia”. “Questo - ha precisato la pm Caruso prendendo parola - è ben diverso da ciò che ora sta riferendo in quanto lei ha precisato come fu proprio Lo Cicero a indicarle Biondino come autista di Salvatore Riina”. Per l’accusa la discrepanza è evidente: “La rimettiamo al tribunale”. 

Rigettata la nota presentata da Fabio Repici

Sempre durante l’udienza è stato riferito dal presidente Francesco D’Arrigo di una nota messa a disposizione delle parti dall’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, in merito a delle dichiarazioni che il pm Vittorio Teresi ha rilasciato il 7 dicembre 1992 alla procura di Caltanissetta. Il legale ne ha chiesto l'acquisizione al dibattimento, ma procura e difesa si sono opposti e il presidente l'ha rigettata “in quanto irrilevante ai fini della trattazione e decisione del presente processo”. La prossima udienza è fissata per il 15 giugno.

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