VIDEO - Il tesoro da 200 milioni di Messina Denaro, de Lucia: ricchezze inqualificabili del boss ancora da aggredire
Il patrimonio finanziario si trovava in paradisi fiscali in Europa e nelle Isole Cayman. Centrale il ruolo di Giacomo Tamburello, fedelissimo del capo mafia
Un tesoro da oltre 200 milioni di euro, frutto dei proventi del narcotraffico e riciclato in società offshore, beni e immobili di lusso in Europa e non solo. Quantità ciclopiche di denaro riconducibili all’impero economico di Cosa nostra trapanese e del suo capo indiscusso, il boss stragista Matteo Messina Denaro, che dagli anni ’80, tramite uomini di fiducia, riusciva a trasformare il potere criminale in potere economico, rimpinguando le casse dell’organizzazione - e le proprie - grazie al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. È questo il quadro emerso dall’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, in sinergia con la Direzione nazionale antimafia, e condotta dai finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza del capoluogo siciliano. L’inchiesta ha coinvolto 150 uomini delle forze dell’ordine che hanno operato in concerto con le autorità di altri Paesi europei ed extraeuropei. Il fiume di denaro finito nel mirino degli inquirenti, infatti, era nascosto in Italia e all’estero. Un’operazione senza precedenti che ha riguardato Spagna, Svizzera, Liechtenstein, Andorra, Gibilterra, Lussemburgo e Principato di Monaco. Ma anche Libano e Isole Cayman.
In manette è finito Giacomo Tamburello, 66 anni, narcotrafficante pregiudicato e da sempre fedelissimo dell’ex primula rossa di Castelvetrano. Tamburello si trovava ristretto ai domiciliari a Campobello di Mazara, da dove gestiva le finanze di Cosa nostra trapanese grazie al contributo dell’ex moglie Maria Antonina Bruno e del figlio Luca Tamburello, entrambi arrestati in Spagna. Nonostante la misura cautelare, Tamburello, ritenuto il ras del traffico di hashish in Cosa nostra, custodiva il tesoro accumulato dagli anni ’80 per conto di Messina Denaro in giro per il mondo. Secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, Tamburello si sarebbe avvalso di una fitta rete di società estere - molte delle quali con sede in paradisi fiscali - e dell’intestazione fittizia di beni e rapporti finanziari all’ex moglie Maria Antonina Bruno per occultare la provenienza illecita dei capitali derivanti dal traffico internazionale di droga. Una volta “ripuliti”, quei soldi sarebbero stati reinvestiti nell’economia legale attraverso l’acquisto di beni, strumenti finanziari e la costituzione di nuove società. Gli investigatori ritengono inoltre che le società riconducibili al gruppo abbiano operato come strumenti di schermatura e movimentazione dei capitali, facendo apparire lecita una ricchezza considerata incompatibile con le reali capacità reddituali dei soggetti formalmente coinvolti. Per gli inquirenti, Tamburello rappresenterebbe “il fulcro dell’intera vicenda delittuosa”: il soggetto che, grazie alla propria rete criminale internazionale e alla disponibilità di ingenti capitali accumulati tra gli anni ’80 e ’90 con il narcotraffico, avrebbe dato origine a un patrimonio estero “di dimensione macroscopica”, successivamente gestito anche attraverso l’ex moglie e il figlio Luca. Un patrimonio che, secondo gli investigatori, avrebbe registrato una forte espansione soprattutto dopo la scarcerazione di Tamburello, avvenuta nel 2008. Quantità di denaro incalcolabili che la procura di Palermo cerca da anni di individuare e confiscare. "Riteniamo di avere individuato una parte importante degli investimenti fatti in diversi decenni da Cosa nostra”, ha detto il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, nel corso della conferenza stampa convocata per illustrare i dettagli del sequestro. "Si tratta di un’operazione di grande importanza dal punto di vista strategico”, ha commentato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, anche lui presente alla conferenza stampa organizzata al Comando provinciale della Guardia di Finanza di Palermo. “Non si tratta semplicemente di individuare e sottrarre a un’organizzazione potente come Cosa nostra una parte importante di risorse accumulate in decenni di attività illegali. Si tratta anche di ostacolare il tentativo di Cosa nostra di ridarsi un’organizzazione assolutamente unitaria e onnicomprensiva come quella di alcuni anni fa”.
La segnalazione delle Fiamme Gialle a Madrid
L’inchiesta è nata nell’agosto 2023, quando l’attenzione della Guardia di Finanza operativa all’interno dell’ambasciata d’Italia a Madrid si è concentrata su Maria Antonina Bruno, ex moglie di Tamburello. La donna, ufficialmente casalinga, risultava avere 12 milioni di euro su alcuni conti in Lussemburgo e un milione e mezzo ad Andorra. Da qui la segnalazione al Gico di Palermo, che ha dato il via alle indagini. Gli inquirenti hanno risalito il fiume di denaro seguendo la dottrina del “follow the money” di Giovanni Falcone e, in tre anni, sono riusciti a ricostruire l’intero patrimonio illecito poi sequestrato. “Più in dettaglio - si legge nell’ordinanza - è stato possibile documentare come quei capitali siano stati nel tempo reimmessi nei circuiti dell’economia legale e siano oggi disseminati in una vasta moltitudine di strumenti finanziari, partecipazioni azionarie, rapporti bancari, nonché in holding societarie e altri veicoli di schermatura localizzati, in massima parte, in Spagna, Lussemburgo, Principato di Monaco, Isole Cayman, Libano e Gibilterra”. Di grande rilievo, in queste operazioni, è stato soprattutto il ruolo del figlio di Tamburello. "Mi preme sottolineare la particolare abilità finanziaria dei soggetti coinvolti nell’indagine, capaci di spostare capitali con enorme velocità da un Paese all’altro”, ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Vito Di Giorgio. Parlano due pentiti: “Matteo prendeva il 10%”. Fondamentali nel corso delle indagini si sono dimostrate le dichiarazioni rese da due collaboratori di giustizia, i quali hanno chiarito come parte del flusso di denaro connesso ai traffici di stupefacenti fosse destinata, in modo sistematico, alle esigenze del mandamento di Castelvetrano e del suo stesso vertice, il capo mafia Matteo Messina Denaro. Il primo è Vincenzo Spezia, storico esponente della mafia di Campobello di Mazara. Entrato in Cosa nostra negli anni ’80, Vincenzo Spezia è figlio di Nunzio Spezia, ex capo della famiglia mafiosa di Campobello, dal quale ha ereditato il ruolo nel clan. Fedelissimo dell’ex latitante, il neo pentito vanta un curriculum criminale di eccezionale spessore. Dopo una lunga latitanza in Venezuela, è stato arrestato nel 2003, estradato in Italia nel 2007 e successivamente condannato per mafia e omicidi. "Tamburello e il fratello hanno aperto sulla Costa del Sol alcune gelaterie, però lavoravano pure con l’hashish, ma tonnellate di hashish - ha detto ai pm - Hanno fatto i miliardi". L’altro è Giuseppe Bruno, detenuto in Brasile dal 2023. Dal 2025 ha iniziato la sua collaborazione con la giustizia brasiliana e italiana, concludendo un accordo di collaborazione con la Procura federale del Rio Grande do Norte. Bruno è stato ammesso al programma provvisorio di protezione in Italia. È stato lui a raccontare ai magistrati palermitani il ruolo della famiglia di Messina Denaro nell’importazione di hashish dal Marocco e negli affari di droga con la Spagna. Giuseppe Bruno e Vincenzo Spezia, sostengono i pm, “riconducono il traffico di sostanze stupefacenti al diretto controllo (e alla necessaria autorizzazione) dei vertici del sodalizio mafioso e collocano Giacomo Tamburello nel contesto della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara". In particolare, "Spezia ha svelato come il rapporto di fedeltà con Messina Denaro abbia consentito a Tamburello - scrivono i pm - di gestire senza limiti i profitti illeciti derivanti dall’attività di narcotraffico. Autorizzato a intraprendere e instaurare accordi di acquisto e vendita di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti proprio dal capo indiscusso di Cosa nostra, elargiva all’ex latitante, a margine di tale patto illecito, una percentuale dei guadagni". "I soldi i Tamburello li hanno sempre dati a Matteo Messina Denaro perché - ha riferito Spezia ai magistrati - altrimenti li ammazzava. Sono a conoscenza che la percentuale del 10% gli veniva data per ogni carico di droga che arrivava dal Marocco... quando accominciaru a fare muovere i soldi, si c’immisca u sicco (Messina Denaro, ndr)... Eravamo a Sciacca; parlando così, ci dissi: ‘Io vengo dalla Spagna, ivu ni’ Cazzitieddi’ (andai da Tamburello, ndr)...”. E Messina Denaro - secondo il collaboratore - disse: "Chisti mi detteru u 10% degli introiti". “Lui non prendeva il pizzo, lui voleva la percentuale... veniva tutti i mesi, a chiedere a Castelvetrano, Partanna". Non solo. "In una conversazione intercettata nel 2016 - ha spiegato il pm Di Giorgio - si faceva riferimento al fatto che una parte dei ricavi della droga dovesse andare a un soggetto che doveva subire un’operazione. I successivi accertamenti hanno svelato che proprio in quell’anno Matteo Messina Denaro, sotto falso nome, subì un intervento chirurgico”.
Essenziale l’indipendenza della magistratura
Rispondendo alle domande dei giornalisti, Melillo ha ricordato che “il modello di antimafia italiano viene preso come esempio a livello europeo. L’Europa si sta attivando a livello legislativo nel contrasto alle mafie. Ma in un mondo in cui il diritto internazionale è debole, anche la cooperazione è difficile". Il procuratore nazionale antimafia ha poi sottolineato che “l’indipendenza del pubblico ministero e l’assenza di condizionamenti della polizia giudiziaria sono essenziali per l’autonomia e lo svolgimento delle indagini".
ARTICOLI CORRELATI
Blitz internazionale antimafia, trovato il tesoro della droga di Messina Denaro: sequestri per 200 mln
L'ultimo verbale di Messina DenaroMessina Denaro, altre tre donne nel sistema di protezione del boss
Messina Denaro, definitiva la condanna al prestanome Andrea Bonafede: 14 anni di carcere
Matteo Messina Denaro, serial killer al servizio dello Stato-mafia
Messina Denaro: ''Sulla strage di Capaci non sapete ancora tutto''














