VIDEO - Barbero sulla Russia: ''È successo quattro volte che noi l’abbiamo invasa''
Lo storico sugli equilibri di potere: “A quelli che nazionalizzano il petrolio, in genere, possono capitare delle brutte cose”
Il peso della memoria storica nelle guerre e nelle tensioni internazionali di oggi. Sembra essere questo il filo conduttore che ha accompagnato l’incontro avvenuto qualche giorno fa tra Alessandro Barbero e Marco Travaglio alla Festa del Fatto Quotidiano, nel parco della Versiliana. Dal conflitto con l’Iran fino al riarmo europeo e alla crescita dei movimenti di estrema destra, per oltre un'ora Barbero ha attraversato secoli di storia spiegando come il passato continui inevitabilmente a condizionare il modo in cui le persone percepiscono il presente. La chiave della discussione l’ha introdotta il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, in maniera chiara e semplice: l'Occidente tende a concentrarsi sempre su come reagisce alle azioni degli altri, “senza mai domandarci come gli altri reagiscono alle nostre”.
È solo una questione di prospettive?
“Una caratteristica non positiva delle grandi potenze è quella di vedere se stessi al centro del mondo. Anche la Cina - ha spiegato Barbero - chiama se stessa il paese al centro del mondo, noi non lo facciamo. Ma quando riportiamo il planisfero su una carta geografica, guarda caso, ci mettiamo al centro l'Europa, come se fosse una cosa naturale; i cinesi mettono al centro la Cina dei loro planisferi”. Insomma, il rischio è quello di giudicare le scelte degli altri Paesi partendo soltanto dal proprio punto di vista, senza tenere conto della loro storia e di come questa continui a influenzare la percezione degli eventi, le società e le decisioni dei governi.
È il caso dell'Iran, primo grande esempio affrontato durante l'incontro. Un Paese che, secondo Barbero, non può essere compreso guardando soltanto alla Repubblica islamica e al regime degli ayatollah. “L'Iran naturalmente è un Paese estremamente complesso, con una storia estremamente stratificata che non è riducibile al suo passato imperiale di millenni fa”, ha sottolineato lo storico. L'identità iraniana affonda infatti le proprie radici nell'antica Persia e attraversa secoli di trasformazioni politiche, culturali e religiose. Una storia che continua ad avere un peso sulla percezione che gli iraniani hanno di se stessi. “Quando c'è un passato di questo genere un popolo se lo ricorda”.
Ma nella memoria iraniana non ci sono soltanto gli antichi imperi. C'è anche un passato molto più recente, segnato dai rapporti difficili con le potenze occidentali e che, forse, racconta molto di più dell’Occidente che dell’Oriente. Travaglio richiama infatti diversi episodi. Tra questi, anche la vicenda di Mohammad Mossadegh, il primo ministro iraniano “regolarmente eletto” e rovesciato nel 1953 dopo aver nazionalizzato l'industria petrolifera. “Questo signore - ha osservato Travaglio - aveva osato nazionalizzare il petrolio sottraendolo alle compagnie petrolifere inglesi e americane”. Barbero interviene con una battuta che riassume il peso degli interessi economici nella vicenda: “A quelli che nazionalizzano il petrolio in genere capitano brutte cose”.
D'altra parte, nel corso della sua storia, l’Iran ha dovuto affrontare molte altre sfide che hanno temprato il suo popolo, come la Rivoluzione islamica e soprattutto la guerra combattuta contro l'Iraq di Saddam Hussein negli anni Ottanta. A Teheran, ha raccontato Barbero, “nelle strade gli affreschi che ricordano i martiri li vedi dappertutto”.
Tutti elementi che, messi insieme, spiegano, tra le altre cose, quale sia il livello di capacità dell'Iran di sopportare pressioni, sanzioni e attacchi militari. “Questo insieme di cose - ha precisato lo storico - non vuol dire che gli americani non potrebbero mai sconfiggere l'Iran. Vuol dire che non c'è niente di strano che non l'abbiano ancora sconfitto”.
Il rapporto tra Occidente e Iran, in realtà, potrebbe dire anche molto più di questo. Potrebbe aiutare a comprendere anche altri aspetti, come quelli che fanno parte delle alleanze e di come queste possano cambiare, a volte in maniera del tutto inaspettata. Lo ha spiegato benissimo Marco Travaglio. Il giornalista ha ricordato, infatti, che, mentre Teheran viene considerata un avversario, dall’altra parte esistono altre teocrazie sunnite alleate dell’Occidente, che hanno “leggi molto più feroci e restrittive nei confronti delle donne e sui diritti in generale”. Per questo, quando si parla di Paesi amici o nemici, secondo Travaglio “bisogna sempre dire ‘in questo momento’”.
Travaglio ha ricordato il periodo della guerra tra Iran e Iraq, quando Hussein si contrapponeva alla Repubblica islamica iraniana. Successivamente, con la caduta del regime iracheno e l’ascesa dell’Isis, lo scenario è cambiato nuovamente e l’Iran si è ritrovato dalla stessa parte delle forze impegnate a contrastare lo Stato islamico. “Ma poi l’Iran è tornato a essere il nostro nemico”.
Oppure, l’11 settembre 2001. “Le due torri le hanno buttate giù i sunniti”, ha sottolineato Travaglio, aggiungendo che al-Qaeda era “un fenomeno saudita” e “non certamente iracheno”. Eppure, dopo gli attentati, gli Stati Uniti e i loro alleati non invasero l’Arabia Saudita, ma intervennero militarmente prima in Afghanistan e poi in Iraq. “Ogni volta che cambia l’alleanza - ha puntualizzato il giornalista - noi ci ritroviamo puntate alla tempia o alla fronte le armi che abbiamo fornito agli amici di ieri”.
Dall’Iran a Cuba fino all’Ucraina
La discussione passa quindi, in maniera piuttosto naturale, su un’altra vicenda, quella cubana e non solo. “A me - ha precisato Alessandro Barbero - piacerebbe che si scegliesse o lo spietato realismo politico oppure il perseguimento di un idealismo”. Se gli Stati Uniti possono affermare che Cuba è troppo vicina alla Florida per accettare tranquillamente un governo ostile, allora - ha proseguito lo storico - bisogna almeno comprendere il ragionamento di chi a Mosca considera allo stesso modo ciò che accade nei Paesi confinanti. “Quando qualcuno a Mosca dice: Kiev è a due passi da casa nostra, anzi era casa nostra fino a ieri, noi non vogliamo che ci sia un regime a noi ostile alleato con i nostri nemici, a quel punto ti toccherebbe dire: è comprensibile anche questo”.
Travaglio porta quindi il discorso sul riarmo tedesco e sulla prospettiva di una Germania dotata nuovamente del più grande esercito europeo. “Le domande sono due. Uno, non si era deciso che dopo due guerre mondiali era meglio evitare che la Germania avesse il più grande esercito europeo, visto l'uso che ne ha fatto nel secolo scorso? Secondo, come la vivono i russi la faccenda della Germania con il più grande esercito europeo?”.
Alle domande di Travaglio, lo storico insiste sull’importanza della memoria e lo fa ricordando quella degli Stati Uniti: “Un Paese che non ha memoria del proprio passato e che, comunque, non pensa che il passato sia ancora vivo e condizioni, in qualche modo, quello che ci sta succedendo, da un certo punto di vista è un Paese perfino invidiabile. Gli Stati Uniti sono un po' così, tutto sommato. Hanno una storia relativamente breve, ma soprattutto non pensano che da questa storia ci si debba aspettare qualche cosa”.
Travaglio introduce quindi uno dei passaggi forse più provocatori dell'incontro. “È successo più spesso che la Russia abbia invaso a Ovest o che l'Ovest abbia invaso la Russia?”, domanda il giornalista.
Barbero ricorda anzitutto che una volta un esercito russo arrivò davvero in Italia: nel 1799, durante le guerre contro la Francia rivoluzionaria. “I cosacchi arrivano a Milano e a Torino”. Ma aggiunge che la presenza russa durò poco. Poi passa alle operazioni in senso opposto.
“Truppe italiane - sottolinea Barbero - hanno partecipato a invasioni della Russia nel 1812, quando c'è andato Napoleone”. Seguono la guerra di Crimea del 1854, l'intervento occidentale durante la guerra civile russa nel 1919 e l'invasione dell'Unione Sovietica del 1941. “Nel 1941 gli italiani invadono la Russia per la quarta volta”, ricorda lo storico. E aggiunge: “Comunque quattro volte noi abbiamo invaso la Russia”.
Inevitabilmente, da questa memoria nasce anche una diversa percezione dell'allargamento della Nato. “Se noi spingiamo la nostra alleanza antirussa fino ai confini della Russia, piazzando missili e altre armi sui loro confini e loro si preoccupano, noi ci stupiamo. Ma come mai si preoccupano? Ma noi siamo i buoni!”.
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