Uno Bianca, il racconto di un ex poliziotto: Savi mi portò a un colloquio con il Sisde
I fratelli Roberto e Fabio davanti ai pm: il primo tace, secondo fornisce solo alcune risposte

La Procura di Bologna ha riaperto il fascicolo sulla banda della Uno Bianca concentrando l’attenzione sui possibili rapporti tra i componenti del gruppo e apparati istituzionali, alla ricerca di complici, fiancheggiatori o mandanti rimasti finora sconosciuti. Al centro delle indagini figura soprattutto il ruolo di Roberto Savi (in foto), ex poliziotto condannato all’ergastolo come uno dei capi della formazione criminale attiva tra il 1987 e il 1994, responsabile di 24 omicidi e oltre cento feriti. Come raccontato da Repubblica, un’ex agente della Polizia di Stato che all’epoca frequentava assiduamente Roberto Savi – al punto da regalargli due pistole –, ha raccontato ai magistrati di essere stato avvicinato proprio attraverso di lui per un possibile arruolamento nei servizi. L’ex poliziotto aveva espresso il desiderio di “uscire dalla routine, dei servizi quotidiani” desiderando di arruolarsi nella Legione Straniera: Savi, come riferisce lo stesso testimone, aveva risposto che avrebbe potuto “fare la guerra anche a Bologna, ma in maniera diversa”.
Savi, dopo un periodo di osservazione, lo avrebbe accompato in un appartamento di via Lame a Bologna. Lì ebbe un lungo colloquio con un funzionario del Sisde che tentò di reclutarlo. L’ex poliziotto ha parlato esplicitamente di “un tentativo di reclutamento” non andato a buon fine. Secondo il ‘Resto del Carlino’ gli investigatori sarebbero riusciti a trovare l'abitazione indicata dall’ex agente: si troverebbe a un chilometro circa dal palazzo dove aveva gli uffici il Sisde fino al '93. Nell’appartamento Savi e l’ex poliziotto avrebbero incontrato un uomo descritto come di mezz'età e corpulento che sembrerebbe molto simile all'identikit di uno dei complici non identificati della banda visto in azione con i Savi nel '91 a Santarcangelo di Romagna. Questa deposizione, acquisita grazie alla segnalazione degli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, legali dell’associazione dei familiari delle vittime, trova riscontro parziale in elementi già emersi nella seconda metà degli anni ’90, quando Savi stesso aveva fatto riferimento a sedi dei servizi nella zona di via Lame. All’epoca furono individuate società di copertura del Sisde, tra cui la “Gattel srl”, finita in diverse inchieste giudiziarie e nella vicenda della prigione di Aldo Moro in via Gradoli. Le parole dell’ex poliziotto hanno trovato in qualche modo ‘riscontro’ nelle dichiarazioni di Roberto Savi rese durante un’intervista a Belve Crime in cui aveva detto essersi recato a Roma “per incontrare quelli dei servizi”.
Interrogati i Savi a Bollate: Roberto non parla, Fabio dà alcune riposte
Roberto Savi, assistito dall’avvocata Donatella Degirolamo, si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio dell’11 maggio scorso nel carcere di Bollate, limitandosi ad alcune dichiarazioni spontanee il cui contenuto è coperto dal segreto istruttorio. Il fratello Fabio Savi, unico componente della banda non appartenente alle forze dell’ordine, ha invece fornito alcune risposte ai pm. L’incontro, durato circa due ore, è stato condotto dal procuratore capo Paolo Guido e dalla procuratrice aggiunta Lucia Russo. L’associazione dei familiari delle vittime, guidata dal presidente Alberto Capolungo, ha diffuso un documento in cui chiede “di dare impulso a nuove e più incisive attività investigative” per individuare “eventuali complici, reti di copertura, sponde istituzionali o mandanti”. I familiari esprimono “la più totale e intransigente contrarietà alla concessione di qualsiasi beneficio carcerario” ai condannati, in considerazione della gravità dei fatti e della mancata piena collaborazione. Capolungo ha commentato duramente l’atteggiamento dei Savi: “E’ vergognoso che uno vada in tv per lanciare messaggi biascicati senza alcuna sostanza o prova possibile e quando vanno i magistrati a sentirlo non dica nulla. Questo conferma la totale inattendibilità del criminale”. E ha aggiunto: “E’ ancora più grave che due assassini che hanno partecipato a tutti gli eventi diano versioni così contrastanti. Questo dimostra che non possiamo assolutamente fidarci delle loro parole, illazioni o dei loro silenzi”. Le indagini proseguono con l’audizione degli altri componenti della banda e analisi del Ris su reperti dell’epoca. Tra gli episodi su cui si concentrano gli accertamenti figurano l’omicidio dei carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi (20 aprile 1988 a Castel Maggiore) e il duplice omicidio di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo (2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno a Bologna).
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