Trump invia piano di pace di 15 punti. In bilico tra il collasso del dollaro e la resa a Teheran

Intanto l’82ª Aviotrasportata vola in Medio Oriente e il “cessate il fuoco energetico” va già in fumo
Sembra l’ennesimo grande bluff nella caotica vetrina dei proclami speculativi da insider trader. La notizia è alla fine arrivata sulle pagine del Financial Times: c’erano degli attori che già conoscevano l’annuncio a sorpresa del presidente americano.
Secondo i dati di borsa, tra le 10:49 e le 10:50 GMT di lunedì, trader ancora ignoti hanno piazzato contratti su 5.100 lotti di futures sul petrolio Brent e WTI per un controvalore superiore a 500 milioni di dollari — e i dati mostrano che in quel minuto preciso sono state le vendite a dominare i volumi. Alle 11:05 GMT, Donald Trump ha pubblicato su Truth Social il suo post: un rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane con condita l’indiscrezione di un accordo con le autorità iraniane.
Immediatamente il prezzo del petrolio Brent è crollato fino al 15% in pochi minuti, con gli investitori che iniziavano a scontare la possibilità di una de-escalation in grado di sbloccare i milioni di barili attualmente bloccati nel Golfo Persico. Chi ha venduto prima dell'annuncio ha incassato profitti considerevoli. Chi ha comprato quei contratti lo ha fatto nel momento peggiore. Non è stato possibile stabilire l'identità dei trader coinvolti, ma una cosa è certa: l’idea che si tratti di una grande operazione finanziaria senza nulla di concreto rimane una possibilità più che concreta. L’Iran, per bocca del ministro degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei e del presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha subito smentito sull’esistenza di trattative in corso con gli americani.
Tuttavia, secondo le ultime indiscrezioni del New York Times, Washington ha trasmesso a Teheran un progetto di accordo in 15 punti che riguarda il programma nucleare, i missili e la sicurezza nella regione.
Tra le principali richieste degli Stati Uniti vi sono il mantenimento aperto dello Stretto di Hormuz e una significativa limitazione del programma missilistico iraniano, sia in termini di portata che di quantità, con l’obbligo di utilizzare i missili esclusivamente per scopi difensivi. Sul fronte nucleare, viene richiesto lo smantellamento del potenziale accumulato, la rinuncia allo sviluppo di armi nucleari e il divieto di arricchire uranio all’interno del paese. Il materiale già arricchito dovrebbe essere trasferito sotto il controllo dell’AIEA, mentre gli impianti chiave di Natanz, Isfahan e Fordow dovrebbero essere eliminati. Inoltre, Teheran dovrebbe garantire pieno accesso e controllo all’AIEA e interrompere il sostegno ai gruppi proxy, cessando anche il finanziamento delle formazioni armate nella regione.
In cambio, gli Stati Uniti offrirebbero la completa abolizione delle sanzioni, assistenza nello sviluppo dell’energia nucleare a uso civile e garanzie contro una futura reintroduzione delle misure restrittive.
Secondo il quotidiano, il Pakistan svolgerebbe un ruolo di intermediario. Resta tuttavia incerto se l’Iran sia disposto a negoziare su questa base e quale sia la posizione di Israele. 
Tuttavia, molti sono ancora scettici: Hassan Ahmadian, professore associato di Studi sull'Asia occidentale all'Università di Teheran, si è espresso senza mezzi termini, parlando ad Al Jazeera.
"Posso affermare con certezza che non ci sono stati negoziati, ma solo scambi di messaggi", ha affermato, interpretando la strategia americana come un tentativo di divisione interna al sistema di potere iraniano: "L'atteggiamento dell'amministrazione Trump potrebbe essere mirato a creare una spaccatura tra i leader iraniani, e loro lo sanno." Il fatto che gli Stati Uniti sembrino volersi interfacciare privilegiatamente con Mohammed Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, sarebbe una mossa deliberatamente destabilizzante: "Non sei tu a scegliere con chi parlare — è il sistema a decidere chi ti parlerà."
Al contempo, Sultan Barakat, professore di politiche pubbliche presso l'Università Hamad Bin Khalifa in Qatar, ha offerto una lettura pragmatica: "Se dovessi scommettere, direi che a questo punto si tratta più di una mossa tattica. La decisione di fermare la guerra non è nelle mani di Trump. È nelle mani di Israele, e Israele non è pronto per questo".
Israele punta al Litani, l'Arabia Saudita vuole la guerra
Non sono discorsi campati in aria Barakat: proprio in mattinata, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che l'esercito controllerà i ponti rimanenti sul fiume Litani e l'intera zona di sicurezza nel Libano meridionale, con la conseguenza che "centinaia di migliaia di residenti del Libano meridionale che si sono rifugiati a nord non torneranno a sud del fiume Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei residenti del nord di Israele." Israele avrebbe già fatto saltare tutti i ponti che, secondo Tel Aviv, Hezbollah utilizzava per trasferire armi e combattenti nel sud del Paese. L'occupazione di quasi un decimo del territorio libanese sembra destinata ad essere un elemento ineludibile di qualsiasi futuro negoziato regionale.
Sul fronte saudita, il New York Times — citando funzionari statunitensi — riporta che il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe definito il conflitto con l'Iran una "opportunità storica" per ridisegnare gli equilibri regionali, esortando Washington a non fermarsi e sostenendo attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane per indebolire ulteriormente il regime. Riad ha smentito ufficialmente questa ricostruzione, ribadendo di sostenere "una soluzione pacifica del conflitto". Analisti interpellati dal quotidiano americano distinguono però tra l'obiettivo israeliano — un Iran indebolito e paralizzato — e quello saudita, che teme che un eventuale collasso dello Stato iraniano diventi una minaccia diretta alla propria sicurezza interna. Nel frattempo, l'Iran ha condotto attacchi con droni contro infrastrutture all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e nell'area industriale di Haifa, colpendo siti militari e aerospaziali, secondo quanto dichiarato dall'esercito di Teheran. 
Le truppe americane spedite in Medio Oriente
Emergono altri segnali inquietanti che parlano di programmi che vanno molto al di là di un disimpegno americano nella regione. Secondo la Reuters, che cita due persone a conoscenza della questione, il Pentagono dovrebbe inviare tra 3.000 e i 4.000 soldati dell'élite dell'82ª Divisione Aviotrasportata dell'esercito statunitense in Medio Oriente, andando ad aggiungersi al massiccio rafforzamento militare statunitense proprio mentre il presidente Donald Trump parla di un possibile accordo.
La pubblicazione ha riportato per prima il 18 marzo che l'amministrazione Trump stava valutando la possibilità di schierare migliaia di soldati statunitensi aggiuntivi, una mossa che amplierebbe le opzioni includendo il dispiegamento di forze all'interno del territorio iraniano. Una simile escalation potrebbe innalzare drasticamente la posta in gioco nel conflitto, che è già alla sua quarta settimana e ha scosso i mercati globali.
I funzionari, che hanno parlato a condizione di anonimato, non hanno specificato in quale area del Medio Oriente sarebbero state dislocate le truppe né quando sarebbero arrivate nella regione. I soldati sono di stanza a Fort Bragg, nella Carolina del Nord.
Il "cessate il fuoco energetico" è già in frantumi
Intanto la tregua di 5 giorni sembra già un lontano ricordo. Secondo l'agenzia di stampa Fars, a Isfahan sono stati colpiti gli edifici della gestione del gas e la stazione di riduzione della pressione sulla via Kaveh, "parzialmente danneggiate" secondo la stessa fonte. A Khorramshahr, nel sud-ovest del Paese, un missile sarebbe caduto vicino al gasdotto della centrale elettrica locale.
I media iraniani attribuiscono questi attacchi a operazioni congiunte tra Stati Uniti e Israele. Teheran li ha definiti una violazione del cessate il fuoco energetico appena proclamato. Sul fronte umanitario, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato che, dall'inizio del conflitto, gli attacchi congiunti hanno colpito 17 centri dell'organizzazione, 94 ambulanze e un veicolo di soccorso affiliato.
Nel frattempo, il prezzo del greggio Brent ha rapidamente invertito la rotta, risalendo fino a 104,5 dollari al barile — il massimo raggiunto da quando Trump aveva annunciato le trattative con l'Iran — a testimonianza di quanto il mercato consideri fragile qualsiasi tregua in questa fase. 
I negoziati che sanciscono la vittoria iraniana e la fine del dollaro
Con la sua boria roboante Trump, nel frattempo è tornato a dichiararsi il vincitore assoluto.
“Stiamo negoziando con le persone giuste, e loro vogliono così tanto concludere un accordo — non potete nemmeno immaginare quanto lo vogliano”, ha dichiarato alla Casa Bianca, sottolineando la presunta apertura di Teheran a un’intesa. Sul piano nucleare, ha affermato che “hanno accettato di non avere mai armi nucleari; l’hanno accettato”.
Riguardo alla natura del conflitto, ha aggiunto: “Siamo, come direbbero loro, in stato di guerra. Loro lo chiamano guerra; io lo chiamo operazione militare, un’operazione molto riuscita…Abbiamo davvero realizzato un cambio di regime; questo è un cambio di regime, perché tutti i leader sono molto diversi da quelli con cui abbiamo iniziato”.
Missione compiuta dunque con Mojtaba Khamenei, il figlio più influente dell’ayatollah Ali Khamenei.
“Ci hanno fatto un grande regalo, che è costato una somma enorme; è arrivato oggi. Era legato al petrolio e al gas”, ha concluso Trump, aggiungendo che “stiamo trattando con le persone giuste”.
In realtà, dietro la narrazione della "grande vittoria" sbandierata da Washington si nasconde un paradosso economico di proporzioni storiche. Prima dello scoppio del conflitto, l'Iran estraeva poco meno di 1,1 milioni di barili di petrolio al giorno, vendendoli a circa 47 dollari al barile — con uno sconto di 18 dollari rispetto al prezzo di mercato — per un guadagno quotidiano di circa 51,7 milioni di dollari. Oggi quella stessa economia, tecnicamente in guerra, estrae 1,5 milioni di barili al giorno e li vende a circa 106 dollari al barile, con uno sconto ridotto a soli 2-4 dollari. L'incasso giornaliero ha raggiunto i 159 milioni di dollari: oltre tre volte il livello pre-guerra.
A questo si aggiunge la crescita delle esportazioni di prodotti petrolchimici, distribuite ora a una platea di acquirenti più ampia rispetto al periodo precedente al conflitto. I pagamenti avvengono attraverso nuovi meccanismi finanziari creati dopo la guerra di giugno, che aggirano il sistema tradizionale degli Emirati Arabi Uniti. In sostanza, la guerra ha prodotto la revoca di fatto delle sanzioni contro Teheran — esattamente l'opposto dell'obiettivo dichiarato dall'amministrazione americana. Questo scenario riduce sensibilmente gli incentivi iraniani a concludere rapidamente un accordo, a meno che non preveda una revoca ufficiale e formale delle sanzioni.
Al contrario, l'impatto della guerra asimmetrica iraniana si sta propagando ben oltre i confini del Medio Oriente. L'utilizzo internazionale del dollaro ha accusato una riduzione del 5-6% dall'inizio del conflitto, a vantaggio in particolare dello yuan-renminbi cinese. Un funzionario iraniano ha ventilato alla CNN la possibilità che Teheran possa condizionare il transito nello Stretto di Hormuz alle sole petroliere il cui carico sia commercializzabile in yuan — una mossa che, se attuata, avrebbe conseguenze strutturali sull'architettura del sistema monetario internazionale.
Gli investitori stanno vendendo rapidamente titoli del Tesoro USA mentre la guerra in Iran alimenta timori di nuova inflazione, spingendo i costi di finanziamento ai livelli più alti degli ultimi mesi. Il rendimento dei titoli a 2 anni è salito di circa 0,5 punti fino al 3,9% e quello a 10 anni di circa 0,44 punti fino al 4,38%, con aumenti tra i più forti dall’autunno 2024 e segnali di domanda debole nelle aste, dove le grandi banche hanno assorbito gran parte dell’offerta.
Il mercato teme che il rialzo dei prezzi energetici legato alle tensioni in Medio Oriente prolunghi l’inflazione e blocchi i tagli dei tassi della Fed: i futures ora indicano nessun taglio prima del 2027 e circa il 30% di probabilità di rialzi già quest’anno, un cambio netto rispetto alle aspettative precedenti. Come osserva un gestore, “la narrazione è completamente cambiata”, passando dall’idea di tagli imminenti a quella di tassi fermi più a lungo.
La riduzione dell’esposizione ai Treasury riflette proprio questo scenario incerto, mentre l’impatto si trasmette all’economia reale con mutui trentennali saliti al 6,3%, massimo dell’anno, complicando anche gli obiettivi politici interni.
Trump è con le spalle al muro e deve giocarsi il tutto per tutto per salvare la faccia e il dollaro, sotto il giogo delle pressioni israeliane.
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