Tescaroli: "Vittorio Occorsio fu ucciso per il suo impegno investigativo"
A cinquant'anni dall'omicidio ricorda il procuratore sulle pagine del Fatto

Cinquant'anni dopo l'assassinio del magistrato Vittorio Occorsio, il procuratore di Prato Luca Tescaroli ripercorre le tappe di una vicenda che rappresenta una delle pagine più drammatiche degli anni della strategia della tensione e dell'eversione nera. Lo fa partendo da un ricordo personale, maturato molti anni dopo quel delitto, quando si trovò a studiare gli atti custoditi nella Procura di Roma.
"Il 6 marzo 2002, il Procuratore della Repubblica di Roma, Salvatore Vecchione, mi delegò a trattare le indagini sull'omicidio di Roberto Calvi. Cominciai così a frequentare lo spazioso ufficio al quale si accedeva da via Triboniano, n. 3, che custodiva il monumentale fascicolo". In quell'ufficio, racconta Tescaroli, accanto agli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2, trovò la requisitoria redatta nel novembre del 1973 dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio contro i dirigenti di Ordine Nuovo. "La lessi con interesse, acquisii le sentenze di quel processo, approfondendo le azioni criminose di cui gli appartenenti ai gruppi fascisti si erano resi protagonisti. Imparai a conoscere la figura professionale di quel magistrato".
Occorsio venne assassinato la mattina del 10 luglio 1976 all'incrocio tra via Mogadiscio e via Giuba, nel quartiere Trieste di Roma, mentre si stava recando al lavoro a bordo della sua Fiat 125 Special. Pochi giorni prima gli era stata revocata la scorta. A ucciderlo fu il capo militare di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli, che esplose contro di lui 32 colpi con un mitra Ingram M.A.C. M.10, arma di fabbricazione statunitense proveniente dalla polizia spagnola. Insieme al complice Gianfranco Ferro, Concutelli venne poi condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 6 marzo 1980.
Tescaroli ricorda come, pochi giorni prima dell'agguato, Occorsio avesse interrogato Licio Gelli. Nell'auto del magistrato fu rinvenuto anche il volantino di rivendicazione firmato da Ordine Nuovo, nel quale il giudice veniva accusato di "avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi erano portatori".
Per il procuratore, il movente dell'omicidio è strettamente legato all'attività investigativa svolta da Occorsio. "Fu ucciso a causa del suo impegno investigativo che aveva portato allo scioglimento di Ordine Nuovo". Al momento della morte, inoltre, il magistrato stava approfondendo i rapporti tra eversione nera, criminalità organizzata – in particolare la cosiddetta banda dei marsigliesi – e ambienti della massoneria deviata.
Uno dei passaggi decisivi delle indagini arrivò grazie alla testimonianza di un giovane appassionato di motociclette. Il ragazzo riferì di aver notato, nei giorni precedenti al delitto, una Moto Guzzi 750 rossa parcheggiata sempre nello stesso punto di via Mogadiscio. Gli investigatori riuscirono così a risalire a Gianfranco Ferro, militante di Ordine Nuovo che fino al 30 luglio 1976 era proprietario proprio di una Moto Guzzi 750 rossa.
Le indagini consentirono inoltre di accertare che Ferro e Concutelli avevano utilizzato fino al giugno del 1976 un appartamento in via Clemente X. Nel corso dell'interrogatorio del 26 ottobre, Ferro ammise di aver procurato quell'abitazione a Concutelli, rientrato da poco dalla Spagna, affinché potesse organizzare un omicidio.
Concutelli venne arrestato il 13 febbraio 1977 in un appartamento di via dei Foraggi. Nel covo furono trovati esplosivi, armi da guerra, armi comuni, munizioni e oltre dieci milioni di lire provenienti dal sequestro di Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese rapita dalla banda di Renato Vallanzasca, sodale di Albert Bergamelli, uno dei capi della banda dei marsigliesi.
Negli anni successivi si sviluppò anche un lungo iter processuale riguardante altri esponenti dell'estrema destra, accusati di essere i mandanti dell'omicidio. Dopo diversi procedimenti e alterne decisioni giudiziarie, gli imputati furono assolti.
A cinquant'anni dall'assassinio di Vittorio Occorsio, Tescaroli invita a riflettere sull'eredità lasciata da quel magistrato. "Sono passati cinquant'anni da quell'omicidio, maturato negli Anni di piombo, nel contesto della strategia della tensione e di attacchi eversivi contro le istituzioni". Ricordarne il sacrificio, conclude il procuratore, "è un doveroso tributo alla memoria di un servitore dello Stato e al dolore dei suoi cari, ma è utile in questi tempi, nei quali i magistrati che sono vivi vengono sistematicamente demonizzati e delegittimati in ogni modo".
Fonte: Il Fatto Quotidiano












