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Tescaroli: ''Per isolare il crimine serve la partecipazione corale dei cittadini''

Le parole del procuratore di Prato sulle pagine del Corriere Fiorentino

AMDuemila

"Per isolare il crimine serve la partecipazione corale dei cittadini". È in questa affermazione del procuratore di Prato Luca Tescaroli che si concentra il senso della riflessione aperta dalle parole del vescovo Giovanni Nerbini, che nei giorni scorsi aveva invitato la città a rinunciare alla ricchezza prodotta da un sistema economico fondato sullo sfruttamento. Un richiamo che ha trovato eco anche nel mondo sindacale e che, secondo il magistrato impegnato da anni nel contrasto alle reti dello sfruttamento lavorativo nel distretto pratese, rappresenta un passaggio importante per riportare al centro una responsabilità collettiva troppo spesso rimossa.

L'intervento del vescovo ha colpito profondamente Tescaroli, che vi ha intravisto il valore simbolico di una presa di posizione pubblica capace di rompere silenzi e consuetudini. "Sono rimasto colpito. La mia memoria è corsa al maggio del 1993, quando Giovanni Paolo II tuonò contro i mafiosi invitandoli a convertirsi. Era la rottura di un patto, concretizzata con gli attentati mafiosi contro la Basilica di San Giovanni in Laterano e la Chiesa di San Giorgio in Velabro. Una rottura completata con l'uccisione di don Pino Puglisi, pagina epocale".

Per il procuratore, il valore dell'appello di Nerbini sta soprattutto nella sua capacità di sollecitare una presa di coscienza collettiva. "Sono importanti, hanno la funzione di stimolare l'attenzione alla vigilanza, è un invito concreto a impegnarsi in prima persona". Un messaggio che chiama direttamente in causa cittadini, istituzioni e mondo economico. "Nessuno ha più alibi. Dire a voce alta quel che è sotto gli occhi di tutti è importante. Questa realtà economica alternativa è divenuta un'occasione per molti imprenditori, anche italiani, attraverso rapporti diretti e mediati. Ci dobbiamo impegnare tutti per costruire un nuovo lavoro a Prato".

Se le inchieste giudiziarie restano uno strumento imprescindibile, da sole non bastano a trasformare una realtà che affonda le proprie radici in meccanismi economici e culturali consolidati. Per questo la Procura ha affiancato all'attività repressiva un sistema di tutela rivolto ai lavoratori sfruttati che decidono di denunciare. "Sono fondamentali, ma serve di più. Anche per questo abbiamo cercato di attivare nuovi strumenti che riguardano la protezione degli sfruttati che decidono di denunciare".

Oggi, spiega Tescaroli, sono 220 le persone che hanno aderito a questo percorso. "Oggi quei collaboratori sono diventati 220. Attraverso il numero telefonico dedicato, gestito dalla Procura, possono avere garantiti dei diritti. Noi li ricontattiamo subito, entro 48 ore fissiamo un appuntamento: da lì comincia la presa in carico, li avviamo nei rapporti con la Questura e li mettiamo nelle condizioni di avere un assegno di inclusione sociale dall'Inps, oltre che accesso al contributo alla formazione della Regione. E attiviamo la ricerca di alloggi, chiedendo al Comune o ad altri enti una sistemazione per queste persone". Tra gli esempi concreti di collaborazione istituzionale e sociale, il procuratore cita anche il sostegno della Diocesi: "In uno di questi casi è stata proprio la Diocesi a rendere disponibile la Villa del Palco".

Sul fronte repressivo, invece, l'obiettivo resta quello di colpire non solo gli sfruttatori diretti ma anche l'intera rete economica che trae vantaggio da questo sistema. "Facciamo il possibile per un ricorso alle misure cautelari dirette a colpire l'imprenditoria che si avvantaggia di questo sistema. E per colpire i committenti, se sono a conoscenza delle cose".

Per Tescaroli il ragionamento proposto dalla Diocesi non si discosta da quello sviluppato dalla magistratura. "Credo si stia dicendo la stessa cosa: la criminalità che insiste qui, innanzi tutto, non riguarda solo soggetti stranieri. È una questione culturale, bisogna che cittadini e istituzioni non la sottovalutino, come forse è accaduto in passato. La criminalità non si deve nascondere: l'immagine di un luogo come Prato si qualifica con iniziative concrete, prendendo in carico il tema".

Una lettura che porta il procuratore a respingere anche le interpretazioni più semplicistiche del fenomeno. Pur ribadendo la necessità di maggiori investimenti in uomini e mezzi per garantire la sicurezza, Tescaroli sottolinea come il problema coinvolga interessi molto più ampi della sola presenza di una comunità straniera numerosa. "Bisogna investire su uomini e mezzi, perché la sicurezza è alla base dell'esistenza dello Stato. Però è un sistema complesso. La sola massiccia presenza cinese è minimizzante: attorno a queste persone ci sono molti interessi. Si pensi a chi affitta capannoni o appartamenti in condizioni di sfruttamento. Alcuni imprenditori hanno interesse al mantenimento dello status, ma se una quota di mercato rinuncia al mantenimento dei rapporti si può fare un passo avanti".

Il cuore della questione, conclude il magistrato, resta la presenza di una forza lavoro privata della possibilità di rivendicare i propri diritti e l'esigenza che l'intera città scelga di non voltarsi dall'altra parte. "Abbiamo carne da lavoro che non reclama i diritti. Per isolare il crimine serve la partecipazione corale dei cittadini".

Fonte: Il Corriere Fiorentino

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