Tescaroli: ''Cosa nostra ha agito con il terrore per costringere lo Stato a trattare''
Il magistrato presenta a Firenze il suo libro “Il biennio di sangue”: “Dal governo ostracismo e delegittimazioni contro di noi che indagavamo sulle stragi”
"I vertici di Cosa nostra hanno agito per costringere lo Stato a trattare e lo hanno fatto con il terrore. Creando insicurezza diffusa". È questo il cuore della riflessione del magistrato Luca Tescaroli, intervenuto ieri sera a Palazzo del Pegaso, sede del Consiglio regionale della Toscana, in occasione della presentazione del suo libro Il biennio di sangue (Paper First). A dialogare con l'autore sono stati la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Irene Galletti e il giornalista del Corriere Fiorentino Simone Innocenti, in un incontro dedicato alle stragi mafiose del biennio 1992-1994 e alle loro conseguenze sulla storia del Paese. Temi di cui il magistrato, ora procuratore capo di Prato, si è occupato a lungo nella sua carriera, prima da sostituto procuratore a Caltanissetta poi da aggiunto a Firenze. Nel suo intervento, Tescaroli ha ripercorso le finalità della strategia stragista di Cosa nostra, spiegando come gli attentati fossero finalizzati a piegare le istituzioni. "Il movente generico era quello di ricostituire le condizioni di vivibilità per l'organizzazione mafiosa e lo volevano fare condizionando innanzitutto la politica legislativa, quindi governo e parlamento, in modo da condizionare quelle scelte", ha affermato. Secondo il magistrato, gli obiettivi perseguiti dall'organizzazione mafiosa erano tre: "Volevano incidere sul settore carcerario, eliminando il 41 bis e la pena all'ergastolo e cercando di far chiudere le carceri di Pianosa e Asinara. Poi volevano agire sul terreno del sequestro e della confisca dei beni introdotte dall'iniziativa a cui aveva contribuito Pio La Torre; e infine volevano sterilizzare il fenomeno delle collaborazioni di giustizia". Tescaroli ha poi sottolineato come la strategia terroristica di Cosa nostra non si limitasse agli obiettivi istituzionali, ma mirasse anche a colpire simboli della cultura antimafia e dello Stato. "Accanto a questi obiettivi eversivi si voleva annichilire la cultura antimafiosa con l'eliminazione di un giornalista che era considerato, a torto o a ragione, esponente di quella cultura antimafia che si stava producendo in quegli anni (Maurizio Costanzo, sopravvissuto all’attentato in via Fauro nel ’93, ndr). E l'altro obiettivo era quello di colpire i carabinieri. Si trattava di obiettivi disomogenei che vedevano il patrimonio artistico-monumentale, un giornalista e i carabinieri". Nel corso della serata il magistrato ha dedicato spazio anche alle difficoltà incontrate a Firenze negli ultimi anni nell'attività investigativa sulle stragi, lanciando un monito sul clima che, a suo avviso, ha accompagnato l’inchiesta sui mandanti esterni delle bombe del 1993 sulla quale ha lavorato con altri colleghi. "Quello a cui si è assistito nell'ultima fase del mio impegno per la ricerca delle responsabilità attorno alle stragi è qualcosa che deve far riflettere. Perché non si era mai verificato con questa intensità e con questo livello così elevato di contrasto alle investigazioni”. Tescaroli ha denunciato il clima di “ostracismo e delegittimazione su larga scala portata avanti anche da esponenti delle istituzioni". Il procuratore ha quindi richiamato un episodio del 2024: "Ricorderete quello che è avvenuto nel 2024 dove esponenti della compagine governativa presero posizione a favore di indagati sui quali noi stavamo semplicemente lavorando. Ma perché questo era il nostro dovere. Sono elementi che non possono non essere tenuti in considerazione". Pur evidenziando le difficoltà che il trascorrere del tempo comporta nell'accertamento delle responsabilità, il magistrato ha concluso con un messaggio di fiducia: "L'individuazione di responsabilità diventa sempre più difficile più ci si allontana dal fatto commesso. Ma finché c'è tempo c'è speranza, dobbiamo essere ottimisti".
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