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"Stragi. Diritto alla Verità", contro l'oblio e il depistaggio politico

AMDuemila

A trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio, presso la Sala AssoStampa, ai Cantieri culturali alla Zisa di Palermo, si è tenuto l'incontro pubblico “Stragi. Diritto alla Verità”. Un evento che parte dalla lettera aperta sottoscritta da 33 giornalisti siciliani e indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella quale si esprime preoccupazione per una lettura riduttiva delle cause che portarono agli assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I firmatari chiedono che le indagini non si fermino esclusivamente al filone “mafia e appalti”, ma continuino ad approfondire anche gli altri spunti investigativi, i rapporti con ambienti eversivi e i possibili concorsi esterni alle organizzazioni mafiose. Una ferma volontà, come ha detto Adriana Laudani, di andare oltre "l'oblio e il depistaggio politico". 
A confrontarsi sul tema, chi in presenza, chi collegato on line o con un contributo video, tanti cronisti, scrittori ed anche avvocati e membri della società civile.
"Siamo in tanti e non abbiamo etichette di partito - ha subito detto Antonio Ortoleva, che è stato tra i primi promotori della lettera - Noi oggi vogliamo elaborare un 'lutto permanente' personale e collettivo al di là delle idee politiche. Siamo stati attaccati per aver sottoscritto questa lettera in modo insistente. Ci hanno accusato di essere professionisti dell'antimafia, ma noi chiediamo semplicemente una svolta che non riguarda solo Capaci e via d'Amelio, ma la storia del nostro Paese perché come cittadini abbiamo il diritto alla verità". 


sorrentino assostampa


Partendo da queste considerazioni, moderati da Salvatore Cusimano, i vari intervenuti hanno rispedito al mittente le critiche ricevute e spiegato i motivi per cui hanno deciso di firmare l'appello, anche superando iniziali titubanze.
"Processi, inchieste e sentenze hanno già dimostrato che le stragi hanno a che fare con il tentativo di cambiare la politica del nostro Paese, ma ancora si cercano risposte. – ha subito ribadito Walter Rizzo – La Commissione parlamentare antimafia non può diventare lo scribacchino di chi vuole cambiare la storia. Che cosa c'entra mafia appalti con le stragi del 1993? Davvero dobbiamo credere ad una panzanata del genere? Come cittadini abbiamo il diritto di sapere cosa è accaduto in quegli anni perché un Paese senza verità non è un Paese democratico”.
Proseguendo con gli interventi c'è chi ha ricordato come su via d'Amelio si sia consumato il più grave depistaggio della storia d'Italia, che va oltre la vestizione del pupo Vincenzo Scarantino, ma anche chi ha evidenziato la gravità di quanto sta avvenendo oggi. “Noi cerchiamo la verità sostanziale dei fatti – ha ricordato Fabrizio Lentini – c'è oggi un tentativo di rivalsa da parte di chi è stato assolto nel processo trattativa e che vorrebbe che il processo fosse spazzato via con un colpo di spugna. Dentro a quel processo ci sono dei fatti, degli episodi gravi, dei provvedimenti, dei negoziati che hanno un significato. Fatti che non sono reato, magari, ma sono fatti storici che restano. Oggi quanto sta avvenendo con la maggioranza della Commissione antimafia credo che sia l'uso dell'antimafia come uno strumento di potere. E questo è grave”.
Così come grave è cercare di distruggere sul nascere le indagini sulla cosiddetta “pista nera” dietro le stragi. 


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“Può sembrare paradossale ma alcune delle ragioni più solide per sostenere la bontà della pista nera dietro le stragi ce le hanno fornite proprio i suoi detrattori – ha detto il giornalista di Report  Paolo Mondani Come ad esempio il Procuratore capo di Caltanissetta De Luca. Lui è stato molto generoso quando ha detto, nel dicembre scorso in commissione parlamentare antimafia, che il collaboratore Alberto Lo Cicero non aveva mai parlato di Delle Chiaie. Noi abbiamo fatto sentire l'audio di un suo colloquio investigativo del 2007 con il magistrato Gianfranco Donadio in cui parlava abbondantemente di Delle Chiaie. E del resto il Procuratore De Luca è lo stesso che ad aprile 2022, cioè un mese prima della puntata dove noi di Report per la prima volta parlavamo della pista nera, disse che qualsiasi cosa avremmo mandato in onda l'avrebbe smentita”. Mondani ha ricordato gli attacchi subiti e quanto e lo scontro tra la Procura nissena e la Gip Luparello, risoltosi con l'intervento della Cassazione che non ha riconosciuto alcuna abnormità nelle richieste della giudice per indagini suppletive sui mandanti ed i concorrenti esterni. “Questo appello lascia un segno – ha proseguito – Io mi sono stancato di una Commissione parlamentare antimafia che sposa le tesi di un generale dei carabinieri indagato per strage per riscrivere la storia delle stragi di mafia, appoggiato dal governo più a destra della nostra storia e da una parte della magistratura in un asse che va dalla Procura di Caltanissetta alla Procura nazionale antimafia. Questa battaglia è diventata campale. Perchè? Io un pezzetto di risposta me la fornisco. E forse va cercata nelle carte sequestrate in Venezuela nel 1987, luogo dove Stefano Delle Chiaie, uomo della Cia, era stato latitante. Vennero ritrovati dei documenti che riportano ad una strategia da Delle Chiaie denominata piano “Centro neutro”, una vera e propria strategia di disinformazione che aveva la finalità di scagionare l'estrema destra dalla paternità delle stragi. Due le direttrici che descriveva: portare in Parlamento la tesi che a realizzare le stragi non era stata l'estrema destra, bensì gli apparati di sicurezza, tra cui i politici. L'estrema destra era stata usata, nulla di più. La seconda strategia era intossicare l’informazione attraverso un “Centro neutro” attraverso avvocati di varia estrazione, formato da missini, cattolici, socialisti. Un filtro che serviva per dialogare con politica e magistratura. Nel piano, depositato al processo Italicus, c'è un elenco impressionante di contatti, tutti disponibili”. 


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E' forte la sensazione che con questa Commissione parlamentare si voglia chiudere una partita.
Un concetto che è stato ribadito anche da Attilio Bolzoni, che ha anche lanciato un allarme (“si sta portando avanti un depistaggio e c'è una parte di magistratura che è in sintonia con i fascisti”) Stefania Limiti, Peppino Lo Bianco, Sandra Rizza, Roberto Leone, Giuseppe Pipitone, Sergio Buonadonna, Bianca Stancarelli, Franco Nuccio, Armando Sorrentino e così via.
Anche il nostro caporedattore Aaron Pettinari ha voluto portare un contributo di riflessione: “Negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi tentativi di ridurre o semplificare una vicenda storica complessa. Da ultimo, la diffusione di una singola frase della richiesta di archiviazione nei confronti di Marcello Dell'Utri sull'accusa di essere stato mandante delle stragi. Ma quel documento, letto integralmente, racconta molto di più. Ed è proprio questo il problema: la tendenza a restringere l'orizzonte, invece di affrontare la complessità dei fatti. Se vogliamo cercare la verità dobbiamo partire da ciò che è già emerso nelle aule giudiziarie. Non sappiamo tutto, ma sappiamo molto più di quanto spesso si voglia ammettere. Grazie al lavoro di magistrati coraggiosi è stato accertato che vi fu una trattativa tra Stato e mafia. Sappiamo che Cosa nostra non agì da sola e che anche la 'Ndrangheta ebbe un ruolo nella stagione stragista. Dagli atti emerge inoltre con sempre maggiore forza la presenza di concorrenti e mandanti esterni alle organizzazioni mafiose. Restano però molti interrogativi. Da Capaci a via d'Amelio, fino alle stragi di Firenze e Milano, esistono ancora punti oscuri. Ci sono elementi che richiamano ambienti dell'estremismo nero, la misteriosa sigla "Falange Armata" che rivendicò gli attentati, e tanti altri aspetti che meritano ulteriori approfondimenti. Come ad esempio il possibile ruolo dei servizi segreti, italiani e non, come concorrenti in stragi e depistaggi”. 


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Aaron Pettinari 


E poi ancora ha aggiunto: “Quando, nel gennaio 2023, fu arrestato Matteo Messina Denaro, molti dissero che lo Stato aveva vinto e che l'emergenza mafia fosse finita. Io credo che non sia così. Le mafie si sono trasformate: investono, offrono servizi, operano nell'economia legale e sono presenti in Italia e all'estero. Eppure non hanno mai rinunciato del tutto alla strategia dell'attacco frontale. Lo dimostra il progetto di attentato contro il magistrato Nino Di Matteo, emerso grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo. Un piano di morte che, secondo gli atti giudiziari, rimase concreto e operativo per anni. Questo ci dice che la guerra contro le mafie non è affatto terminata. Matteo Messina Denaro durante un interrogatorio nel 2023 parlando dell'omicidio di Giovanni Falcone, lasciò intendere che spiegare quella strage soltanto con il Maxi Processo fosse riduttivo e fece riferimento a 'grandi cambiamenti', senza però chiarire quali fossero. Messina Denaro è morto. Ma ci sono ancora persone in vita che conoscono quella stagione. Tra queste i fratelli Graviano, detenuti al 41 bis. Una loro piena collaborazione potrebbe contribuire a fare luce sugli interessi convergenti che accompagnarono l'esecuzione delle stragi. Ma oggi assistiamo a un fenomeno che merita attenzione: criminali condannati all'ergastolo ottengono benefici senza collaborare con la giustizia. Oggi è stato arrestato nuovamente Raffaele Galatolo che stava riorganizzando gli affari di famiglia. Per questo dobbiamo continuare a porci alcune domande: la lotta alla mafia è ancora una priorità nazionale? Oppure ci stiamo lentamente abituando all'idea di una convivenza con il fenomeno mafioso? Io credo che non ci sia spazio per la rassegnazione. Serve un'assunzione collettiva di responsabilità. Serve pretendere la verità, fino in fondo. Come ricordava sempre Giovanna Maggiani Chelli, che per anni ha lottato per ottenere piena giustizia sulla strage di via dei Georgofili, abbiamo il dovere di conoscere la verità, nel bene e nel male”.
A seguire ci sono stati anche altri interventi come quello di Claudio Fava, Mario Barresi, Enzo Mignosi, e così via.
Anche il senatore del Movimento Cinque Stelle, Roberto Scarpinato è intervenuto per offrire un contributo di riflessione ricordando i depistaggi e le sottrazioni di documenti nelle inchieste, tanto per Capaci quanto per via d'Amelio, andando anche oltre alla sparizione dell'Agenda Rossa. Un depistaggio “in manutenzione” anche di recente con l'utilizzo del finto collaboratore di giustizia Maurizio Avola, con l'intento ancora una volta di togliere dalla scena ogni dubbio sulle responsabilità istituzionali per l'attentato.
La volontà, da parte di tutti, è quella di accendere un faro su tutti questi temi, magari anche ritrovandosi a discutere, ognuno con le proprie analisi. Perché il diritto alla verità lo ha l'intero Paese e non può essere solo una parola lasciata al vento.

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