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Stragi '92, teste in aula: borsa di Borsellino era nella stanza di Arnaldo La Barbera

La testimonianza del dirigente della polizia di Stato al processo in corso a Caltanissetta

Luca Grossi

La borsa del giudice Paolo Borsellino "me la ricordo nella stanza del dottor Arnaldo La Barbera, era sul divano, un divano che era composto da due pezzi, uno più grande, poi una poltrona"; la vidi quando "abbiamo fatto accesso alla sua stanza, cioè quando ci riunimmo i funzionari". Sono state queste le parole di Salvatore La Barbera, attualmente dirigente superiore della Polizia di Stato in forza alla Direzione Centrale per i Servizi Antidroga per servizio all'estero, sentito il 30 giugno scorso durante il processo per il depistaggio sulle indagini sulla strage di via d’Amelio. Alla sbarra ci sono dei poliziotti, accusati questa volta di aver reso false dichiarazioni nel corso delle loro deposizioni in qualità di testi nel processo sul depistaggio che si era concluso, in appello, con la prescrizione del reato di calunnia per i tre colleghi poliziotti imputati. Tutti facevano parte del Gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’, che era stato creato dopo le stragi per fare luce sulle uccisioni dei due giudici e degli agenti di scorta. Si tratta di Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli. Salvatore La Barbera è arrivato alla Squadra Mobile di Palermo alla fine del 1990. La mattina del 19 luglio 1992 era in ufficio, per poi essere andato al mare nel pomeriggio; intorno alle 17:30, tra le 17:15 e le 17:30, apprese della strage: interrogato dal pubblico ministero Pasquale Pacifico, ha raccontato di aver visto la borsa di Borsellino nella stanza "del dirigente della squadra mobile", ma di non sapere nulla riguardo a una sua registrazione. La competenza di questa operazione non spettava, ha detto, alla "prima sezione, la sezione omicidi"; c'era "un ufficio reperti che si occupava sostanzialmente di creare il plico da depositare sulla base degli atti che venivano formati da chi aveva materialmente effettuato i sequestri". Quindi, ha detto, "io credo che sia stato ritenuto un oggetto, come dire, da restituire, da custodire per restituire". Ma qualcuno chiese durante le riunioni di repertare la borsa o prese iniziative in tal senso? "Ritengo di escludere che qualcuno dei funzionari durante queste varie riunioni abbia preso l'iniziativa. Si capiva che era qualcosa che il dirigente della squadra mobile avrebbe gestito, diciamo, in autonomia, e di solito era lui che dava la disposizione", ha detto La Barbera. Fu ispezionata la borsa? Ha chiesto poi Giuseppe D'Acqui, avvocato di parte civile di Natale Gambino e Gaetano Scotto. "Non da noi alla sezione omicidi", ha risposto il teste. E da chi? "Non lo so, non da noi".


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Arnaldo La Barbera
 

Le indagini sulla strage di Capaci e di via d'Amelio

Le domande si sono poi spostate sul tema delle indagini e sulla loro organizzazione: "Le attività venivano convogliate all'interno della sezione omicidi, però si pensò di creare un gruppo che contava anche personale aggregato da altri uffici, altre sezioni". Una scelta che fece saltare "completamente gli schemi della struttura e a un certo punto la sezione omicidi era come se fosse diventata una squadra mobile nella squadra mobile, cioè molto grossa, assolutamente incompatibile con gli ordinari criteri organizzativi", ha dichiarato, specificando che "una parte si occupava prevalentemente, se non esclusivamente, della strage di Capaci e un'altra analogamente della strage di via d'Amelio". "Poi a un certo punto il dottor Arnaldo La Barbera lascia la squadra mobile e si istituisce un ufficio, comunque lui aveva preso una stanza al primo piano rispetto alla collocazione nell'altra ala della struttura dove c'era la Criminalpol. Lui quindi da lì gestiva queste attività. Era una situazione organizzativa molto, molto complessa. Però ricordo che io portavo la documentazione alla firma al dottor Arnaldo La Barbera in quella stanza, con un rapporto, diciamo, come posso dire, professionale interpersonale modificato". Questa modifica innescò anche il modo con cui venivano firmati gli atti: "Quindi gli atti erano Squadra Mobile di Palermo, nella fase, diciamo, iniziale, quella che possiamo definire il '92. A un certo punto, se io scrivevo un'informativa, la scrivevo come Squadra Mobile, e il dottor Arnaldo La Barbera, anziché firmarla come dirigente, la firmava" come "vicequestore primo dirigente. Quindi non più nella funzione di dirigente della squadra". Cambiando argomento, il pm ha poi chiesto se Salvatore La Barbera sapesse se "nell'ambito delle attività relative alla strage di via d'Amelio vi furono delle interlocuzioni tra personale della squadra mobile e personale appartenente ai servizi". La Barbera, come si evince dai verbali, aveva indicato i servizi come i responsabili di aver redatto una nota "che riguardava la ricostruzione delle parentele di Vincenzo Scarantino". "La parte strana è che un servizio informativo non riferisce elementi acquisibili, come dire, non dico pubblicamente, ma acquisibili da un semplice accesso alle banche dati o ai fascicoli. Cioè, ci si aspetta un'attività un po' più pregnante che non può essere svolta da chi svolge funzioni di polizia giudiziaria". In altre parole: il contenuto della nota riguardava notizie facilmente acquisibili anche da chi svolge normalmente funzioni di polizia giudiziaria. Quindi non era necessario scomodare i servizi, non per questo.

Udienza rinviata al 15 settembre 2026, ore 11:00.

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