Strage Capaci: quel ''silenzio'' di Mazzei e gli affari del figlio con Silvio Berlusconi
L'articolo di Simona Zecchi in esclusiva sul Fatto Quotidiano

L'8 ottobre 2019 l’ex informatore dei servizi (prima Sisde, poi Dia) Antonio Mazzei, deceduto nel 2025 mentre era in carcere, venne intercettato mentre parlava con la moglie e la figlia. In quelle conversazioni disse che, se le indagini a Caltanissetta (sulla strage di Capaci del 1992) non fossero andate come voleva lui, avrebbe fatto i nomi di soggetti esterni coinvolti; uscito dal carcere sarebbe andato da Silvio Berlusconi a chiedergli soldi “per pagare il suo silenzio”. Nello stesso periodo (sempre 2019), Berlusconi comprava diversi quadri dalla “Magic Collection d’Arte”, una società di televendite di Napoli di proprietà di Francesco Mazzei, cioè il figlio di Antonio. Ci sono anche foto di Francesco sul suo profilo social insieme a Berlusconi (e, in un’occasione, anche con Pier Silvio). Gli investigatori hanno scoperto bonifici per oltre 500 mila euro, tuttavia, secondo la procura di Caltanissetta, non è mai emerso un collegamento diretto tra il padre (Antonio) e Berlusconi.
Inoltre non ci sono risvolti penali per nessuno dei personaggi citati riguardo a questa vicenda.
È questo, in estrema sintesi, il nucleo di un articolo di Simona Zecchi pubblicato in esclusiva oggi sul Fatto Quotidiano. Zecchi riporta inoltre che il figlio e la figlia di Mazzei hanno detto di non sapere di queste intercettazioni e della “vita segreta” del padre, e sostengono che negli ultimi anni “farneticava”.
E i rapporti con l’ex premier?
Sentito dal Fatto, Francesco Mazzei ha definito il legame come “corretto e sincero”, specificando di aver incontrato Berlusconi solamente due o tre volte. Berlusconi jr ha poi negato, infine, di essersi mai interessato agli acquisti del padre; ha confermato però al Fatto gli acquisti fatti da Silvio Berlusconi nel 2019 dalla sua società, senza rispondere sull’importo né sulla durata del rapporto economico. “Che l’ex premier acquistasse spesso opere dalle televendite lo conferma anche un servizio di Report del 2023” - si legge sul Fatto - “un’altra ditta campana, la Newart di Arzano, aveva rivelato di avergli venduto 5 mila quadri per circa 750 mila euro. ‘Tutto fatturato’, assicura dal canto suo Mazzei jr, sottolineando però che il suo ‘rapporto con il presidente non aveva nulla a che fare’ con suo padre. ‘Non avrei mai permesso – dice – che mio padre s’inserisse in un mio contesto lavorativo’. Ma suo padre, informatore dei servizi, gli aveva mai proposto progetti economici legati a Berlusconi? Risposta negativa: ‘Mai’”.
Le intercettazioni di Mazzei
Le intercettazioni di Mazzei sono state riportate il 5 maggio scorso da Marzia Giustolisi, ex capo della Squadra Mobile di Caltanissetta, nell’ambito del processo tuttora in corso presso il tribunale nisseno, in cui sono imputati per depistaggio due ex ufficiali dei carabinieri: Angiolo Pellegrini e Alberto Tersigni. “Mazzei fa dei riferimenti espliciti a Berlusconi e a un generale. Dice - ha riportato la teste Giustolisi - che per pagare il suo silenzio quando sarebbe uscito dal carcere sarebbe andato da Berlusconi per chiedere dei soldi. Rispetto al generale la moglie chiedeva espressamente se lo aveva abbandonato o meno”. In questo colloquio “c’è anche un riferimento alla vicenda di Capaci perché in quell’occasione Mazzei si lamentava di essere stato convocato a Caltanissetta e quindi dice che se le cose non sarebbero andate come avrebbe voluto avrebbe fatto i nomi delle persone coinvolte in questa vicenda (la strage, ndr) e poi dice alla moglie che era stato accusato per la strage di Capaci. Mazzei venne scarcerato pochi giorni dopo e infatti quando poi venne sentito a Caltanissetta era libero”. A citarlo in fase di indagine è stato invece Pietro Riggio, ex guardia penitenziaria, poi condannato per reati di mafia e quindi divenuto collaboratore di giustizia. La figura di Antonio Mazzei è stata ricostruita anche nella sentenza d’appello sulla Trattativa: “Personaggio gravitante nel sottobosco dei servizi, pregiudicato per detenzione di armi clandestine, traffico di valuta e riciclaggio internazionale, risultato effettivamente aver instaurato con la Dia, nella persona del colonnello Pellegrini, un rapporto di fonte confidenziale, indicato a Riggio da Porto Giuseppe come agente della Cia”. Collaborò con il Sisde tra il 1990 e il 1996 sotto il nome di “Romano” e per la Dia era la “fonte Napoli”, come risulta da un appunto del 2 giugno 1999 firmato dal colonnello Pellegrini e acquisito nel processo di Caltanissetta. Nei primi anni 2000, mentre Riggio era in carcere per mafia, Porto e Mazzei, entrambi in contatto con Pellegrini, gli proposero di entrare in una “task force” per catturare Bernardo Provenzano; Riggio accettò, ma gli obiettivi risultarono diversi e da altri del gruppo avrebbe saputo di fatti sulla strage di Capaci attribuiti a persone esterne alla mafia. Erano queste le informazioni che forse Mazzei evoca nell’intercettazione in carcere?
Interpellati dal Fatto, i figli dicono di non sapere di quelle intercettazioni o della vita segreta del padre.
Fonte: il Fatto Quotidiano
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