Salvatore Borsellino: ''Via d’Amelio fu una strage di Stato. Continuerò a cercare verità''
Arcangioli prosciolto, ma resta la domanda: se non fu lui a far sparire l'agenda rossa, chi la prese e dove finì?
A trentaquattro anni dalla strage di via d’Amelio, Salvatore Borsellino continua a chiedere verità e giustizia per l’assassinio del fratello Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Lo ha fatto ancora una volta nel corso di una lunga intervista di approfondimento concessa a WordNews, un’occasione per ripercorrere alcune delle varie tappe della vicenda: la scomparsa dell’agenda rossa, i depistaggi giudiziari, l’accelerazione dell’attentato e il ruolo svolto da alcuni apparati esterni a Cosa nostra.
Nonostante diversi aspetti che ruotano attorno alla strage del 19 luglio 1992 non siano stati ancora chiariti del tutto, alimentando ulteriori dubbi soprattutto riguardo ad alcune compagini politiche, via d’Amelio continua, ogni anno, ad essere strumentalizzata per diventare una vera e propria “passerella” istituzionale e nulla più. “È giusto fare le commemorazioni - ha spiegato Borsellino - ma è profondamente ingiusto adoperare queste ricorrenze per mostrarsi e fare delle vere e proprie passerelle”.
Quest’anno “hanno cercato addirittura di rubarmi via d’Amelio”, ha spiegato il fratello del magistrato. Dopo un confronto con Roul Russo, di Fratelli d’Italia, è stato raggiunto un accordo affinché l’iniziativa si svolga in un’altra zona della strada e al termine della manifestazione promossa dal movimento delle Agende Rosse. Tuttavia, rimane il timore dovuto a una nuova presenza massiccia di esponenti politici e istituzionali.
Proprio per questo motivo, Borsellino ha lanciato un appello: “Chiederò a tutta l'Italia, quelli che potranno, di venire in via d'Amelio proprio per contrapporsi a questo tentativo”.
“Fu soprattutto una strage di Stato”
“Via d’Amelio è stata soprattutto una strage di Stato”, ha sottolineato Borsellino. “È stata una strage eseguita, forse in parte, dai manovali della mafia, ma è stata soprattutto una strage di Stato”. Una convinzione forte, motivata da oltre trent’anni di battaglie pubbliche, processi e iniziative per ottenere l’accertamento delle responsabilità esterne a Cosa nostra.
Gli elementi ci sono e sono diversi: dalla presenza di appartenenti ai servizi di sicurezza, tra i primi a raggiungere via d'Amelio subito dopo l'esplosione della Fiat 126 rossa, imbottita con circa 100 chilogrammi di esplosivo (T4, pentrite, tritolo e nitroglicerina), fino alla scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino. Un episodio avvenuto dopo la temporanea sottrazione della borsa del magistrato dalla sua auto, ancora avvolta dal fumo, da parte di uomini dello Stato. Esistono, infatti, fotografie e filmati che mostrano il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli mentre si allontana con la borsa in mano; successivamente la borsa venne ritrovata nuovamente all'interno dell'auto di Borsellino, dalla quale fu poi prelevata e portata in Questura. Questi sono solo alcuni degli elementi che dimostrano il fatto che molto deve essere ancora chiarito su via d’Amelio.
Per Salvatore Borsellino, quell’agenda rappresenta ancora oggi “la scatola nera della strage”. Un’agenda che raccoglie informazioni che, evidentemente, in molti ancora oggi temono. “Sono sicuro che si trovi nei sotterranei di qualche palazzo romano dei servizi”, ha sottolineato il fondatore del Movimento delle Agende Rosse durante l’intervista.
Per anni, la ricerca dell’agenda rossa è stata indirizzata verso persone ormai decedute. “Piuttosto che cercarla nelle case dei morti - ha detto il fratello del magistrato - andate a cercarla nelle case dei vivi. Io sono convinto che l’agenda rossa sia stata sottratta dai servizi. I capi dei servizi devono sapere dove si trova e devono conoscerne il contenuto”.
Tornando ad Arcangioli, Borsellino ha ribadito di rispettare la decisione giudiziaria che lo ha prosciolto dall’accusa di aver sottratto l’agenda. Ma ha comunque posto una domanda che dovrebbe essere ovvia per chiunque: “Se non l’ha sottratta lui, a chi l’ha portata? Dove è finita quell’agenda?”.
Salvatore Borsellino si è soffermato anche sulle ragioni che portarono all'attentato appena 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una circostanza non di poco conto, che la pista del dossier “mafia e appalti”, oggi al centro dei lavori della Commissione parlamentare antimafia, non basta a spiegare quell'accelerazione. “La questione mafia e appalti, di per sé, non avrebbe mai potuto giustificare l'accelerazione di quella strage. È una falsa pista, un vero e proprio depistaggio”.
Per Borsellino, suo fratello fu ucciso per impedirgli di riferire ai magistrati di Caltanissetta ciò che aveva appreso sulla morte di Giovanni Falcone. Il 25 giugno 1992, durante un incontro alla Biblioteca comunale di Palermo, il magistrato aveva infatti dichiarato di essere un testimone dei fatti e di attendere la convocazione dell'autorità giudiziaria. “Mio fratello firmò la sua condanna a morte. Venne ucciso perché non potesse andare a Caltanissetta a rendere la sua deposizione”.
Una ricostruzione che potrebbe collegare le stragi di Capaci e via d'Amelio agli attentati del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Il tutto all’interno di uno scenario più ampio e inquietante, che va ben oltre le sole responsabilità mafiose accertate nei processi. Che il timore del ritrovamento dell’agenda rossa sia effettivamente legato a questo aspetto?
Il tentativo di “riscrivere la storia”
Durante l’intervista con WordNews, Borsellino ha espresso un giudizio durissimo anche sulla narrazione pubblica costruita intorno alla figura di Silvio Berlusconi e sui tentativi di presentarlo come un protagonista della lotta alla mafia.
“Ho provato un senso di ripulsa”, ha dichiarato commentando le affermazioni dei familiari dell’ex presidente del Consiglio. “Come si può dire che Berlusconi abbia combattuto la mafia? Sono tentativi di riscrivere la storia e di cancellare le responsabilità”.
Insieme ai versamenti di denaro di Silvio Berlusconi a Cosa nostra, esistono, nei fatti, le sentenze definitive che riguardano Marcello Dell’Utri: uno dei più stretti collaboratori di Berlusconi fin dagli anni Sessanta, con un ruolo chiave nella costruzione dell'organizzazione politica di Forza Italia, condannato, appunto, in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ad ogni modo, una delle principali preoccupazioni di Salvatore Borsellino riguarda anche le nuove generazioni. Soprattutto, il rischio che i passaggi più oscuri della storia repubblicana vengano opportunamente rimossi dalla memoria collettiva. “Stanno cercando in tutte le maniere di fare in modo che i giovani non conoscano ciò che è veramente successo nel nostro Paese”.
Non è mancata nemmeno una riflessione personale sul tempo trascorso e sulla possibilità di assistere finalmente alla piena ricostruzione della strage: “Dopo più di trent’anni di lotta ho perso la speranza di vedere, nella frazione di vita che mi resta, la verità e la giustizia. Ho 84 anni - ha aggiunto - e continuerò a combattere, anche se ormai non spero più di riuscire a vederle con i miei occhi”. Ma è anche vero “che un giorno questi giovani riusciranno a fare sentire nel nostro Paese quel fresco profumo di libertà che Paolo, purtroppo, non ha potuto sentire”.
Le critiche al governo e alla Commissione antimafia
Borsellino ha contestato duramente anche le politiche adottate dal governo in materia di giustizia e contrasto alla criminalità organizzata. Alcune riforme starebbero progressivamente indebolendo gli strumenti introdotti dopo le stragi del 1992: dal regime carcerario previsto dall’articolo 41-bis alle norme sull’ergastolo ostativo, fino ai limiti alle intercettazioni e all’abolizione dell’abuso d’ufficio. “Stanno facendo il peggio che potevano fare. Stanno smantellando gli strumenti per i quali è stato necessario il sangue di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”.
Un danno enorme, soprattutto se si considera che la mafia contemporanea non coincide più soltanto con la violenza visibile delle cosche tradizionali. È una criminalità con capacità diverse rispetto al passato, in grado di muovere capitali attraverso strumenti digitali, di entrare nell’economia legale e di approfittare dell’indebolimento dei controlli amministrativi e giudiziari. “Questa è mafia, anzi è la mafia peggiore, quella che non si vede e che ha cambiato aspetto. Oggi - ha sottolineato Borsellino - basta il clic di un computer per spostare capitali da una parte all’altra”.
A complicare ulteriormente il quadro complessivo ci sarebbe anche l’attuale Commissione parlamentare antimafia, compresa la presidente, Chiara Colosimo. Infatti, Borsellino ha ricordato gli appelli presentati dal coordinamento delle associazioni dei familiari delle vittime contro la sua nomina e ha denunciato il silenzio ricevuto dalle istituzioni.
Lo stesso silenzio arrivato anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal quale Borsellino si sarebbe aspettato un intervento più deciso su alcuni provvedimenti riguardanti i servizi di sicurezza e la Corte dei conti. “Il presidente della Repubblica viene eletto perché difenda la nostra Costituzione. Se non lo fa - ha precisato - a mio avviso non svolge il compito che dovrebbe svolgere”.
Il coordinamento delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi ha inviato diversi appelli alla Presidenza della Repubblica, senza ottenere risposta. “Da parte della Presidenza della Repubblica la risposta è stata soltanto il silenzio. Ed è una cosa che mi dà un’infinita tristezza”.
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