Processo Giustini, Maria Romeo: Lo Cicero mi disse che Troia portò Delle Chiaie a Capaci
La deposizione dell’imputata: il boss disse ad Alberto che sarebbe dovuto succedere un lavoro grosso a Palermo

Verso la fine di aprile e i primi di maggio del 1992 Alberto Lo Cicero sarebbe andato da Mariano Tullio Troia e l’avrebbe “accompagnato in una cava dove c’era Giuseppe Sansale, Sergio Sacco e Stefano Delle Chiaie”; Mariano avrebbe inoltre detto a Lo Cicero che “doveva succedere una cosa, un lavoro grosso a Palermo, però non mi ha detto altro”.
Dopo la riunione alla cava il boss di San Lorenzo Tullio Troia, detto u’Mussolini, avrebbe poi portato Stefano Delle Chiaie a Capaci. Una circostanza che Alberto Lo Cicero avrebbe riferito alla compagna e ai carabinieri.
Sono questi gli elementi di assoluta novità raccontati da Maria Romeo nell’udienza di ieri davanti alla corte d’Assise di Caltanissetta, presieduta da Francesco D’Arrigo, nell’ambito del processo per depistaggio sulle indagini relative alla ‘pista nera’ delle stragi del 1992 in cui Romeo è imputata insieme all’ex brigadiere Walter Giustini. Il giorno dopo l’incontro alla cava Lo Cicero avrebbe detto alla sua compagna Maria Romeo: “‘Digli agli amici tuoi che la cambiale mi è scaduta. Stanno preparando un attentato per me perché è arrivato anche... l’esplosivo’”.
Dopo la strage di Capaci, Maria Romeo, in base a quello che ha raccontato in aula, ha collegato il fatto che l’esplosivo non fosse destinato a uccidere Lo Cicero, bensì a realizzare l’attentato nei confronti di Giovanni Falcone.
Gli incontri con Stefano Delle Chiaie
In aula sono stati ricostruiti gli incontri con Stefano Delle Chiaie, estremista di destra e fondatore di Avanguardia Nazionale. "Senta, lei ha avuto mai modo di conoscere Stefano Delle Chiaie?" ha chiesto il pm Nadia Caruso. "Sì, io l’ho conosciuto prima di Alberto" ha risposto Romeo, cioè prima del 1989. La loro relazione durò fino al ’95-’96.
Domenico Romeo, fratello di Maria, ai tempi stava a Roma per formare un partito, la Lega Veneta “con Stefano Menicacci” per poi scendere “in Sicilia per fare questo partito. E qui io conosco Stefano Delle Chiaie”. Gli incontri continuano: “Nel ’91 lo rivedo con mio fratello”; stavano “andando tutti a Mondello” mi chiesero “se mi volevo aggregare anche io”. Successivamente “Stefano Delle Chiaie si allontanò perché gli squilla il telefono e si comincia ad avere un diverbio con l’altro... lui lo chiama un certo Mario o Mariano”; da quello “che mi è sembrato di capire, parlavano di esplosivo”. Tornata a casa, Alberto Lo Cicero le avrebbe chiesto dove fosse stata per poi massacrarla di “botte: mi ha vietato di andare da casa mia mamma e avere i contatti con mio fratello, perché mi fa che questa persona era un terrorista, era implicato in varie stragi”. Romeo ha riferito di aver mostrato i lividi a Giustini: "Ha visto i lividi, che mi ha fatto Alberto”. L’imputata ha inoltre riferito di aver parlato di Stefano Delle Chiaie anche ad altri carabinieri nell’ottobre 1992. Il pm ha contestato più volte le date e i dettagli, leggendo le dichiarazioni precedenti rese all’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato in cui Romeo collocava gli incontri con Stefano Delle Chiaie nell’estate ’88-’89 a Campofelice di Roccella e a Roma, e in cui non ricordava la conversazione telefonica sull’esplosivo. "Quando io ho parlato con la procura di Palermo, stavo vivendo un momento bruttissimo della mia vita - ha detto l’imputata - mi hanno strappato la mia bambina dalle braccia. Oggi che c’ho la mente lucida, io ricordo d’averlo visto più di 2 volte e la prima volta risale al ’87-’88". Sul punto temporale, il pm ha obiettato che Delle Chiaie era detenuto tra il 1987 e il 1989: “Era stato latitante fino al marzo dell’87 in Venezuela” per poi venire arrestato ed estradato in Italia e fino all'89 resta “detenuto perché va sotto processo per reati gravi, per reati di strage. Poi nell'89, a seguito dell'assoluzione in primo grado, viene scarcerato. Perciò dico '87-'89 Delle Chiaie era sicuramente detenuto, quindi non può averlo incontrato in quegli anni”. Tuttavia Romeo ha ribadito il ricordo legato all’età della figlia: "Mia figlia è nata nell’86" e gli incontri ci sono stati nell’87 oppure nell’88; “avevo la mia bambina che era piccola”. l pm ha poi chiesto se avesse mai conosciuto Salvatore Riina. "Una volta sola. Però non sapevo chi era... alla cresima del figlio di Mariano Troia" ha risposto Romeo.
Movimenti sospetti a Capaci e l’incontro con Paolo Borsellino
Uno dei punti più delicati ha riguardato le informazioni su Capaci. Romeo ha raccontato che "una sera Alberto Lo Cicero si ritirò dal lavoro... e mi fece: “Sai Maria, ho visto la Teresa Nicoletti qua a Capaci, la cosa mi stranizza perché c’erano pure altre 3 persone che qua non hanno niente... Sicuramente staranno preparando qualcosa per farmi fuori”". Teresa Nicoletti era, secondo quanto riferito, la mamma di Armando Bonanno, cugino di Lo Cicero. Romeo ha detto di aver immediatamente avvisato Giustini: "Io chiamai Giustini e gliel’ho detto: mi ha detto Alberto che vede strani movimenti a Capaci... Infatti dopo 2 giorni Alberto rivede anche Sansale e Sergio Sacco". Il pm ha però evidenziato una discrepanza temporale: la conversazione intercettata con Giustini risale alla mattina del 24 maggio 1992, il giorno dopo la strage di Capaci. Di fronte al rilievo, Romeo ha ribadito: "Io ho cominciato” a parlare ad aprile o “ai primi di maggio, e l’ho continuato per 35 anni". 
Romeo ha sottolineato di aver parlato più volte del tema con Giustini: ne “ho parlato ogni volta che ci vedevamo... perché io amavo Alberto e volevo proteggere, io avrei dato la vita per lui". L’imputata ha anche raccontato dell’esistenza di una “foto che ritrattava mio fratello, Stefano Menicacci e Delle Chiaie a casa da mia mamma, nel salone”. Verso la fine di maggio Alberto Lo Cicero avrebbe chiesto a Maria Romeo di accompagnarlo al Palazzo di Giustizia: Alberto sarebbe poi entrato in una stanza e ne sarebbe uscito solo dopo diverse ore con il giudice Paolo Borsellino: “È rimasto dentro varie ore, 2-3 ore. Alberto mi ha detto che con Borsellino ha parlato di tutto e di più. Tutto quello che riguarda la strage”. Il pm ha contestato le dichiarazioni rese in precedenza al procuratore Scarpinato, nelle quali Romeo aveva riferito che Borsellino si era trattenuto solo "pochissimo, 10 minuti al massimo" e che nella stanza c’era anche un altro magistrato (il pm Vittorio Teresi). Di fronte alle contestazioni Romeo ha replicato: "Ci siamo capiti male... Borsellino pochi secondi con me si è trattenuto, Alberto dentro è stato ore, può darsi che avrò detto quelle parole, ma ero in uno stato confusionale”.
Il controesame
Durante il controesame condotto dall’avvocato Sonia Battagliese, legale di Walter Giustini, Maria Romeo è tornata sui primi contatti con i carabinieri immediatamente dopo l’attentato subito da Alberto Lo Cicero il 21 dicembre 1991. "Sono venuti alle 5 di mattina da me i Carabinieri e mi hanno presa e mi hanno portata in caserma... loro avevano sospettato mio ex marito" ha ricordato l’imputata. Da quel momento sarebbe iniziata una collaborazione che coinvolgeva direttamente i due brigadieri: "Quello che mi riferiva Alberto loro ascoltavano, cioè loro era il brigadiere Michele Coscia e il brigadiere Walter Giustini. Addirittura sono venuti a casa mia a Isola e hanno messo delle cose per intercettare... mi avevano dato un registratore di registrare pure alcune conversazioni". Romeo ha spiegato di aver preso in affitto una casa a Isola delle Femmine il 13 dicembre 1991 e ha descritto come il rapporto con i militari fosse inizialmente confidenziale, per poi intensificarsi dopo la strage di Capaci. In particolare ha confermato di aver utilizzato il registratore fornito da Giustini: "Giustini mi ha dato un registratore... Io l’ho posizionato quando andavo a parlare con lui in camera". "All’inizio Alberto non ne sapeva niente... che io riferivo tutto". Solo dopo la strage di Capaci i contatti si sarebbero fatti più diretti, tanto che Romeo ha riferito la frase di Lo Cicero: "Alberto mi dice: “Chiama i tuoi amici e falli venire”". L’avvocato Battagliese ha contestato con forza diverse affermazioni dell’imputata, ritenendole calunniose nei confronti del proprio assistito. In particolare ha contestato l’asserzione secondo cui dopo la strage Giustini le avrebbe detto "mi hanno fermato", riferendosi a un presunto blocco di interventi nonostante gli avvertimenti su Capaci, frase che non compare nella conversazione intercettata del 24 maggio 1992. Ha inoltre contestato la dichiarazione di Romeo secondo cui Giustini le avrebbe riferito "che era Alberto che non mi voleva" nel programma di protezione.
L’avvocato Sonia Battagliese ha quindi formalmente riservato azione per calunnia nei confronti di Maria Romeo, affermando: "Prendiamo le trascrizioni... perché sono abbastanza calunniose" e che "Giustini si riserva di agire nei confronti della signora per quanto di calunnioso sta dicendo". Nonostante ciò, l’imputata ha più volte tenuto a distinguere la figura personale dell’ex brigadiere: "Io non dico che Giustini mi ha preso in giro... per me Giustini è una degnissima persona. Sono rimasta delusa dallo Stato”, dai “livelli superiori".
Prossima udienza: 14 settembre 2026 ore 11.
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