I fantasmi delle stragi che ad ogni anniversario si ripresentano al paese recano un evidente senso di disagio e irritazione nell'estrema destra che da quattro anni governa Italia.
Per esorcizzarli l'area politica sia post che neofascista si è raccolta nel tempo attorno a slogan come “nessuno di noi era a Bologna” (usato per la campagna innocentista a favore dei terroristi dei Nar per l'eccidio del 2 agosto 1980) che con una straordinaria eterogenesi dei fini mostra come i legami all'interno della carsica e mai sciolta "comunità" resistano all'usura del tempo, delle condanne e finanche dei ministeri, dove in questa legislatura figli e nipoti di esponenti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale hanno trovato accomodamento.
Da “nessuno di noi era a Bologna” a “nessuno di noi era a Palermo” il passo è breve e sintetizzato dal combinato di tre fattori disposti verticalmente la retorica di Meloni (che sostiene di aver deciso a 15 anni di fare politica dopo la strage di via D'Amelio) finalizzata a rivendicare l'appartenenza di Paolo Borsellino al Msi; l'azione della Commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo che (dopo le foto con lo stragista di Bologna Luigi Ciavardini e col busto di Mussolini) ha scelto come riferimento il generale Mario Mori, già capo del Ros dei carabinieri, indagato dalla Procura di Firenze per le stragi del 1993 e "padre" del dossier "mafia-appalti" che il governo vorrebbe imporre come causale unica e definitiva della campagna terroristica che investì l'Italia nel 1992-93; la disinformazione rappresentata dallo striscione esposto il 3 luglio a Palermo dalla Gioventù Nazionale meloniana che recitava “Pista nera è depistaggio rosso”.
La pista nera cui fratelli e sorelle d'Italia si contrappongono è quella che porta alla ricostruzione di un contesto delle stragi di più ampia portata eversiva (rispetto ai mandanti ed a quelli che Giovanni Falcone definiva “ibridi connubi”) che coinvolge i sempreverdi manovali neofascisti in servizio permanente dalla strage di Piazza Fontana 1969.
Da sentenze e documenti emergono i nomi di Stefano Delle Chiaie (capo di Avanguardia Nazionale), Paolo Bellini (condannato per la strage di Bologna e inviato proprio da Mori in Sicilia per contattare Cosa Nostra) o Pietro Rampulla, militante di Ordine Nuovo e artificiere dell'attentato di Capaci. È da qui che il Gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha mosso per la lettura d'insieme che l'ha portata a respingere la richiesta di archiviazione delle indagini sui mandanti delle stragi avanzata dal procuratore Salvatore De Luca (che in commissione antimafia al fianco di Colosimo ha dichiarato “la pista nera legata a Stefano delle Chiaie vale zero tagliato”). L'ordinanza Luparello - citata dal giornalista Stefano Baudino - proprio sul punto invece sottolinea “l'incredibile evaporazione, negli uffici dell'Arma, di tutto il materiale documentale relativo a Delle Chiaie” nonché “il silenzio della Squadra Mobile di Palermo sulla presenza dello stesso in Sicilia nel dicembre 1991”.
A capo della Mobile di Palermo c'era Arnaldo la Barbera, la fonte "Rutilius" dei servizi segreti nonché — si legge in sentenza del processo Borsellino quater - il principale responsabile del “più grande depistaggio della storia d'Italia”, quello sulla strage di via D'Amelio.
Perché è così importante per gli ex missini ormai al governo negare la pista nera che porta a Delle Chiaie ormai defunto dal 2019? Perché i fantasmi della storia non spariscono negandoli.
Nelle carte del processo per la strage neofascista di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 si legge uno scambio di missive tra Giano Accame, allora direttore de Il Secolo d'Italia, Stefano Delle Chiaie e Adriano Tigher (suo vice e figlio del piduista Mario). Il carteggio nasce da un articolo scritto il 20 luglio 1990 da Marzio Tremaglia contenente “apprezzamenti negativi sul conto di Delle Chiaie e Valerio Fioravanti” e critiche alla destra extraparlamentare per aver penalizzato il Msi. Due giorni dopo Delle Chiaie pubblica una risposta dopo la quale Accame si scusa con lui sul giornale. Non basta però. I capi di Avanguardia Nazionale scrivono ancora ad Accame e Pino Rauti il 28 luglio 1990, stavolta in forma privata. I contenuti delle lettere sono chiari e minacciosi e passano in rassegna i rapporti indicibili della destra italiana: “E allora, a quale extraparlamentarismo ci si riferisce? - scrive Delle Chiaie - e quali ‘nostre’ azioni avrebbero realmente danneggiato il partito? Forse nel 63, quando, per neutralizzare una ‘torbida manovra’, ci adoperammo per convogliare sul Msi i voti ‘esterni’? Neppure è possibile accusarci per Reggio Calabria (la rivolta dei boia chi molla, ndr) E allora? il presunto golpe Borghese? Le ‘cortesie’ usate al partito perché richiesteci ‘discretamente’ da alcuni dirigenti negli anni 70? Anni tremendi, ma non per colpa nostra”. Conclude Tilgher: “Dal 1971 al 1974 Almirante aveva regolari contatti” con Avanguardia Nazionale ed “altrettanto regolarmente incontrava Delle Chiaie (latitante) dai primi mesi del 1971 all'agosto 1972, cosa di cui sono stato direttamente testimone”.
Se non si fanno i conti con la storia è la storia a presentare il conto.
Tratto da: Il Domani













