VIDEO - Orsini, Caracciolo e Gaiani: Lo Stato satellite Italia diretto verso la guerra
Alla festa del Fatto analisti a confronto sul rischio di guerra in Europa: eserciti deboli, riarmo carissimo e la necessità di negoziare con Mosca
Un’occasione per rompere con il velo di Maya di menzogne che annebbia le menti nel nostro Paese, per spingerlo a tutti gli effetti verso l’abisso di una guerra su vasta scala.
Alla Festa del Fatto Quotidiano, moderata da Alessia Grossi e Giampiero Calapà, il sociologo Alessandro Orsini, già direttore del Centro per lo studio del terrorismo dell'Università di Roma Tor Vergata, research affiliate al MIT di Boston e docente di sociologia del terrorismo alla LUISS, ha colto l’occasione per fare un’analisi accurata sullo stato di assoggettamento del nostro Paese a logiche di potere che lo hanno inabissato su un oceano di menzogne e propaganda senza fine. Una condizione che lo rende prossimo a condurlo, assieme agli altri vassalli europei, verso il mattatoio finale di uno scontro con la Russia.
Accolto con calore dai presenti, dopo aver presentato al pubblico il suo nuovo libro, "Disinformazione. La manipolazione dell'opinione pubblica nelle democrazie occidentali”, ha chiarito la distinzione tra i due concetti al centro del suo lavoro: disinformazione e manipolazione dell'opinione pubblica non sono, a suo dire, sinonimi, perché la seconda si realizza non solo quando "il potere politico induce i cittadini a credere il falso", ma anche "quando confonde le loro idee" o "quando sposta la loro attenzione dai problemi essenziali per nascondere i problemi stessi di cui il potere politico è spesso causa".
Per rendere concreto il suo ragionamento, il sociologo ha scelto un esempio di strettissima attualità, legato al voto per il rinnovo della Duma russa e alle dichiarazioni di Donald Trump secondo cui, dopo quelle elezioni, Vladimir Putin sarebbe pronto a un accordo per fermare la guerra in Ucraina. Per Orsini si tratta di un caso da manuale: "È un tentativo di indurre i cittadini a credere il falso", cioè a pensare che "la prosecuzione della guerra in Ucraina dipenda da una variabile interna alla Russia". Il vero obiettivo, ha spiegato, sarebbe distogliere l'attenzione dal fatto che "non esiste nessuna, ma proprio nessuna differenza tra Trump e Biden" sulla strategia ucraina, se non nel meccanismo di finanziamento delle armi, con l'introduzione del fondo PURL concordato tra Trump e il segretario generale della NATO Mark Rutte: gli Stati Uniti vendono armamenti ai paesi europei, che a loro volta le girano a Kiev, così che, ha osservato Orsini, "Trump le fa pagare all'Europa" al posto di Biden, che "regalava sostanzialmente le armi americane all'Ucraina".
Il sociologo ha poi ricordato una previsione che gli è costata anni di attacchi mediatici: "quanto maggiore sarà il volume di fuoco dell'Ucraina contro la Russia, tanto più grande sarà il volume di fuoco della Russia contro l'Ucraina". Affermazioni che, dice oggi, "si sono rivelate vere" nella loro drammaticità ma che allora "erano bollate come propaganda russa".
Una constatazione divenuta palese con il fallimento della controffensiva ucraina iniziata il 5 giugno 2023, di fatto "un disastro colossale" mai riconosciuto come tale dalla comunicazione ufficiale, che ne prolungò artificialmente la narrazione: "questa controffensiva non finiva mai, durava all'infinito", proprio perché ammetterne la fine avrebbe significato ammetterne il fallimento.
Su questo punto Orsini ha puntato il dito contro la premier Giorgia Meloni, ricordando che nel maggio 2023 ricevette Zelensky a Palazzo Chigi dichiarando che l'obiettivo del governo era "la vittoria sul campo di battaglia dell'Ucraina sulla Russia". Quando la controffensiva si rivelò un insuccesso, ha proseguito, la stessa Meloni avrebbe negato in Parlamento di aver mai parlato di vittoria in quei termini, sostenendo di essersi riferita solo a "impedire ai russi di arrivare a Kiev": una versione smentita dai fatti, "semplicemente perché nel maggio del 2023 Kiev non era sotto assedio", essendo le truppe russe già state ritirate dalla capitale nella primavera del 2022.
Il docente ha citato anche un episodio avvenuto in un G20 presieduto dall'India, in cui Putin si sarebbe rivolto ai leader occidentali dicendo che "dobbiamo trovare un modo, dobbiamo fare un accordo per fermare questa grande tragedia che è la guerra in Ucraina". La risposta di Meloni era stata perentoria: bastava che la Russia ritirasse "tutte le sue truppe dai territori che occupa".
Una frase che certifica una linea di totale indisponibilità al negoziato, portata avanti tanto dal governo Draghi quanto da quello Meloni, nonostante le stesse ammissioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, che il 15 settembre 2025 avrebbe dichiarato che l'Italia "non sarebbe in grado di difendersi non soltanto da un attacco della Russia, ma dall'attacco di qualunque altro paese nel mondo".
Lo "Stato satellite" e il caso D'Alema-Kissinger
Nel corso del suo discorso Orsini rievoca anche il concetto di "Stato satellite", definito come "uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera", nel caso italiano la Casa Bianca.
Una condizione che, secondo il sociologo, non riguarda soltanto il vertice politico ma si estende a cascata su tutta la società: "Siamo un paese profondamente corrotto da una potenza straniera", ha affermato, richiamando esplicitamente la nozione di corruzione delle classi dirigenti elaborata da Vilfredo Pareto, che intendeva con quel termine non un fenomeno penale ma una perdita di "capacità di guida". Per Orsini questa corruzione attraversa "il vertice dell'industria, il vertice economico, il vertice della finanza" e persino "il vertice dell'università", che si sono schierati compatti con la linea della Casa Bianca fin dallo scoppio della guerra.
Nell’illustrare in modo vivido questa tesi, Orsini ha raccontato un retroscena rivelato nel maggio 2026 da Massimo D'Alema durante la presentazione di un libro sulla politica estera di Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Dopo la vittoria elettorale di Berlusconi nel 2001 D'Alema venne convocato d'urgenza a casa di Gianni Agnelli, che in persona lo attendeva all'ascensore, un dettaglio che D'Alema stesso avrebbe definito "piuttosto anomalo". Agnelli gli avrebbe detto: "Presidente, c'è un amico che ci attende in sala, nel salone, che vorrebbe parlarle. Presidente, ne abbiamo bisogno del suo aiuto". Ad attenderlo c'era Henry Kissinger, allora emissario informale della Casa Bianca, che spiegò a D'Alema come Washington avesse già scelto Renato Ruggero come futuro ministro degli Esteri del governo Berlusconi, ma quest'ultimo avrebbe posto una condizione: accettare l'incarico solo con il benestare di D'Alema, all'epoca leader dell'opposizione. Alla perplessità di D'Alema, che chiese se ne fosse stato informato lo stesso Berlusconi, Agnelli avrebbe risposto con disarmante naturalezza: "Non si preoccupi, gli telefono io".
Un esempio che racchiude l'essenza dello Stato satellite: una condizione diversa da quella di colonia o protettorato, perché formalmente sovrana, e per questo costretta a un perenne lavoro di "controllo delle impressioni", richiamando la teoria drammaturgica del sociologo Erving Goffman. "Nello Stato satellite vive questo dramma di dover fingere di essere quello che non è", ha spiegato, sottolineando come la presenza capillare di basi americane e di uffici della CIA sul territorio nazionale, incluso uno a Milano, renderebbe la nostra classe dirigente perennemente esposta e vulnerabile: "Potete immaginare quanto poco ci metterebbe il Presidente degli Stati Uniti a rapire, a uccidere o a minacciare il capo del governo".
Si potrebbero fare ulteriori esempi molto più preoccupanti su questo punto. Un altro caso storico di sudditanza agli USA che ha dimostrato come le leggi italiane possano essere violate se Washington lo richiede, è il rapimento dell’imam Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio 2003. Una delle vicende più documentate di azione illegale condotta dai servizi segreti americani in un Paese straniero. Omar venne rapito a Milano da 10 agenti dalla CIA con la complicità dei servizi segreti italiani e venne portato in Egitto dove fu torturato con l’accusa di essere legato al fondamentalismo islamico. Nonostante, nel dicembre 2010, la Corte d’appello di Milano condannò numerosi agenti CIA e alcuni collaboratori italiani del Sismi, il governo italiano si avvalse del segreto di Stato, sancito dall’intervento della Corte Costituzionale che annullò le sentenze.
Il sociologo ha spinto la sua analisi fino al piano psicologico collettivo, sostenendo che la sottomissione politico-militare nata con la Seconda guerra mondiale si sarebbe trasformata in una sottomissione "introiettata nel nostro sistema endopsichico", tanto profonda da renderci incapaci persino di percepirla. Racconta di aver sperimentato personalmente le conseguenze di sottrarsi a questo schema quando, allo scoppio della guerra in Ucraina, provò a portare argomenti critici in televisione: "La grande stampa lo ha rifiutato e mi ha diffamato, mi ha violentemente insultato", perché "anche la grande stampa è espressione di un popolo sottomesso". All'interno di questo sistema colloca la costruzione mediatica dell'etichetta di "putiniano", utilizzata per impedire il dibattito critico e per "mettere gli italiani contro gli italiani", distogliendo l'attenzione dalle responsabilità della classe dirigente.
Sicurezza multidimensionale, Gaza e il "filoamericanismo politico"
Proseguendo l'intervento, Orsini ha illustrato come i concetti delle scienze sociali vengano manipolati dai media per orientare l'opinione pubblica. Ha preso ad esempio un documento pubblicato dalla Commissione europea nel marzo 2022, che al punto numero 7 sosteneva che l'invasione russa fosse ingiustificata perché "la NATO non ha mai pianificato di invadere la Russia". Un'affermazione tecnicamente vera, ha ammesso Orsini, ma ingannevole se non si spiega che il concetto di sicurezza internazionale è "multidimensionale" e comprende almeno quattro dimensioni: integrità territoriale, sovranità nazionale, incolumità dei cittadini e posizione di potere. Su questa base ha ricordato che tra il 2014 e il 2022 la NATO avrebbe addestrato "10.000 soldati ucraini all'anno", organizzato esercitazioni militari con la partecipazione di 32 Stati, e che la CIA, insieme ai servizi segreti ucraini, ha costruito "12 basi segrete sul confine russo-ucraino". Da qui la sua domanda retorica: "La NATO pianificava di invadere la Russia? No. Questa è una minaccia alla sicurezza nazionale di un Paese? Sì".
E ricordiamo che fu lo stesso ex segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ad ammettere, davanti alla commissione affari esteri del Parlamento europeo nel settembre 2023, che il leader del Cremlino era "andato in guerra per impedire che la NATO si avvicinasse ai suoi confini", dopo il fallimento delle trattative diplomatiche. Altro che “guerra di conquista” per riportare in auge l’impero sovietico.
Un secondo esempio riguarda il concetto di "guerra per procura", che Orsini ha usato fin dall'inizio del conflitto per descrivere il comportamento degli attori esterni, non le motivazioni dei soldati al fronte, distinzione che sarebbe stata deliberatamente ignorata da chi lo accusava di offendere l'esercito ucraino. Ha citato in proposito la spregevole e cinica ammissione dell'Alto rappresentante UE Kaja Kallas, secondo cui "gli ucraini ci stanno dando il tempo per riarmarci", che a suo giudizio rivela la logica di fondo della strategia occidentale: prolungare il conflitto anche a costo della distruzione dell'Ucraina.
Ha poi richiamato una dichiarazione del segretario generale della NATO Mark Rutte del 13 gennaio 2025, secondo cui "quello che la NATO produce in termini di armamenti e munizioni in 12 mesi, da Los Angeles ad Ankara, la Russia lo produce in 3 mesi", presentata come prova del divario industriale tra i due fronti.
"Voi siete semplicemente un'espressione di una classe dirigente corrotta e fallita" , ha poi gridato il docente, rivolgendosi a Meloni, Crosetto e Tajani, aggiungendo che “se volete fare la guerra in Ucraina, non usate la parola pace... lasciatela al movimento pacifista".
Infine, il sociologo ha introdotto la distinzione tra "filoamericanismo culturale", un sentimento che dice di condividere lui stesso avendo vissuto e studiato a Boston, e "filoamericanismo politico", definito come "un atteggiamento di cinica subordinazione alla Casa Bianca alla ricerca di posti di potere". Ha citato Mario Draghi come esempio di questa doppiezza, ricordando un discorso tenuto a Boston il 7 giugno 2023, giorni dopo l'inizio della controffensiva ucraina, in cui l'ex premier si sarebbe detto "contrario addirittura a un pareggio confuso", una posizione radicale rispetto ai toni più concilianti usati in Italia. Orsini ha chiuso il suo intervento con un tono cupo sulle prospettive del paese, affermando che "non c'è speranza, perché la nostra classe dirigente è stracorrotta”.
Caracciolo: "Non resisteremmo più di qualche minuto"
Nel corso dell’incontro si sono confrontate poi tre voci molto diverse tra loro: il fondatore e direttore di Limes Lucio Caracciolo, storico giornalista di guerra dal 1991 al 2014 su fronti come Balcani, Somalia, Iraq e Afghanistan; Gianandrea Gaiani, dal febbraio 2000 direttore di Analisi Difesa e da quest'anno anche fondatore del canale YouTube "La penna nel fianco"; e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, storico del mondo contemporaneo ed ex ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione nel governo Monti. La domanda di apertura, posta a tutti e tre, è stata diretta: "L'Europa va alla guerra?".
A rispondere per primo è stato Caracciolo, con un'affermazione risoluta: "Già il fatto che ci poniamo questa domanda vuol dire che siamo messi piuttosto male". Il direttore di Limes ha osservato che l'idea stessa di europei e italiani pronti a "partire per il fronte" gli appare quasi comica, se non fosse una tragedia, perché "questo non è un paese adatto a fare la guerra, così come anche gli altri paesi più o meno non lo sono". Ha attribuito questa condizione a "tre generazioni di pace" che avrebbero disabituato il continente all'idea del conflitto, richiamando anche dati oggettivi come "la nostra venerabile età media di mezzo secolo" e i sondaggi secondo cui una larga parte della popolazione non sarebbe psicologicamente pronta a combattere.
Caracciolo ha però sottolineato le profonde differenze interne allo spazio NATO e UE: mentre "Svezia e Finlandia sono praticamente già sul piede di guerra", con una comunicazione pubblica che invita a "tenere la carta igienica pronta" per le scorte domestiche, i polacchi mostrerebbero "una disposizione ad andare in guerra contro la Russia" ma "un po' meno ad andare in guerra per l'Ucraina".
Ha aggiunto una preoccupazione specifica per la Germania, dove il timore è che possa affermarsi "una forza politica che potrebbe rimettere in discussione le frontiere tra Germania e Polonia", dato che "non è che tutti i tedeschi abbiano digerito la perdita di quella mezza Germania che è finita in Polonia". Diverso il quadro nei paesi dell'Europa meridionale e occidentale: "se uno va in Spagna o in Portogallo o in Irlanda non se ne parla proprio". Sul piano strettamente militare, la sua conclusione è stata tranchant: in caso di guerra vera, "non possa durare più di qualche minuto, il tempo necessario per arrenderci".
Gaiani ha ripreso il filo distinguendo tra scenari diversi: da un lato gli allarmi, ripetuti da "molti generali in pensione, ministri, premier europei", secondo cui i russi attaccherebbero "entro due anni, tre anni, cinque anni", dall'altro le valutazioni tecniche dell'intelligence che smentiscono questa narrazione.
Ha citato in particolare il caso del generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, che ha dichiarato di aver "visto tutti i rapporti di intelligence" senza trovare "nulla che indichi una possibile pianificazione russa per attaccare la NATO", dichiarazione poi corretta da un portavoce che ha precisato che questo "non esclude che ci sia una minaccia russa". Da qui la sua critica sarcastica al concetto onnicomprensivo di "guerra ibrida", applicato a improbabili strumenti di pressione — dagli attacchi cyber ai casi di droni "che sembra russo però nessuno lo fotografa" — che "li hanno sempre fatti tutti", incluso quando "l'Unione Europea ha fatto balenare che potrebbe togliere 3 miliardi di finanziamento alla Sassonia perché ha votato nella maniera sbagliata".
Propaganda, numeri degli eserciti e il "paradosso" del riarmo
Nel cuore del suo intervento, Gaiani ha condotto un'analisi tecnica e provocatoria sullo stato reale delle forze armate europee, smontando la narrazione contraddittoria dei piccoli Stati del fronte orientale: la Svezia, "così bellicosa", disporrebbe di appena "6.750 soldati", di cui forse "4.000" pronti per la prima linea, "meno della Brigata Folgore". La Finlandia, che per ottant'anni era stata neutrale con "1.350 chilometri di confine con la Russia attraversati da renne e lupi", sarebbe entrata nella NATO accorgendosi che i suoi "17.000 soldati" non bastano a presidiare quella frontiera, uscendo persino dalla Convenzione di Ottawa contro le mine antiuomo per riarmarla. Quanto ai baltici, Gaiani ha ricordato che "se tutti e tre si mettono insieme" mettono in campo "10.000 soldati", mentre "la difesa di Kramatorsk", un solo caposaldo ucraino, ne impiega "più di 20.000".
Un secondo asse del suo ragionamento ha riguardato la propaganda. Per Gaiani "la propaganda russa è migliore della nostra" non perché più aggressiva, ma "perché è credibile, perché si basa su dati che sono confutabili", citando come esempio le ammissioni dell'ex sottosegretaria di Stato Victoria Nuland sull'investimento americano di 5 miliardi nel cambio di regime di Maidan. Ha criticato la contraddizione della narrazione occidentale sui russi, descritti alternativamente come un esercito che "combatte con i badili" arruolando "vecchietti" e persino "sordi e sordociechi", ma al tempo stesso capace di attaccare l'Europa entro pochi anni: "o combattono con i badili o sono in grado di invaderci, le due cose insieme non stanno".
Sul fronte economico, Gaiani ha fornito i dati del Kiel Institute tedesco: un carro armato europeo di ultima generazione, il Leopard 2A8, costava lo scorso anno "29 milioni di euro", forse oggi "oltre i 30", mentre un carro russo equivalente ne costa "4" e uno cinese "2,5". La sua diagnosi è che l'Europa si sia "segata i piedi da sola" con le scelte energetiche del 2022, facendo lievitare i costi dei materiali bellici "da 3 a 7 volte", generando un paradosso in cui ordinare più armamenti ne fa aumentare il prezzo unitario invece di farlo scendere. Da qui il suo appello finale: "La saggezza direbbe chiudiamo questa guerra, salviamo l'Ucraina che perderà dei territori, ricostruiamo quella cornice di sicurezza in Europa che ci permetta di avere un rapporto decente con la Russia", perché "una delle poche scienze esatte è la geografia" e la Russia "resterà lì" come unico fornitore possibile di energia a basso costo.
Riccardi e Caracciolo: memoria storica, diplomazia umiliata e lo scenario del dopoguerra
Andrea Riccardi ha portato nel dibattito la prospettiva dello storico, richiamando il proprio libro "Il coraggio della pace" e osservando che "la pace è divenuta per decenni l'obiettivo della politica, l'aspirazione dei popoli, il fine della storia, anche durante la guerra fredda". Secondo Riccardi il vero "cambio di paradigma" degli ultimi anni è che "la pace è scomparsa" dal linguaggio pubblico e "la guerra è stata pienamente riabilitata come strumento" di affermazione politica, in un contesto in cui, a differenza della Guerra Fredda, non esistono più le "felpate" trattative diplomatiche riservate: "la diplomazia non è mai stata umiliata come oggi", ha detto, denunciando una comunicazione internazionale condotta ormai "su X" a colpi di minacce pubbliche. Ha citato anche le parole di Papa Francesco, che parlava dell'"abbaiare della NATO ai confini russi", per sottolineare come mettersi "nei panni dei russi" nel dibattito pubblico comporti il rischio immediato dell'accusa di filoputinismo, pur restando per lui un esercizio diplomatico necessario.
Riccardi ha anche riflettuto sul mutamento sociale nei paesi nordici ed europei, descrivendo fenomeni come le "prove generali per i cimiteri" in Norvegia, in previsione di un ipotetico 5% di vittime civili in caso di guerra, o il messaggio diffuso dal governo svedese secondo cui un annuncio di resa non sarebbe comunque autentico. Ha collegato questi segnali a un più ampio "riarmo dell'opinione pubblica, delle persone, e non solo delle armi", un processo che a suo giudizio produce un pensiero binario "amico-nemico, bianco-nero" incompatibile con l'analisi storica complessa.
Caracciolo, tornando sul tema della diplomazia europea, ha rivendicato un primato controverso per l'Italia: "è stata l'unica fra le diplomazie europee a proporre, sia pure in maniera così un po' generale, un piano di pace già nel marzo del 2022", poi "finito in qualche cassetto" e non davvero sostenuto dal governo. Guardando al futuro, ha fatto una previsione che ha definito insolita per lui: "un minuto dopo la firma del cessate il fuoco, tutti coloro che si sono dichiarati a favore del popolo ucraino se ne dimenticheranno". Sul possibile esito del conflitto, Caracciolo ha ipotizzato che "un pezzo più o meno grande di Ucraina se lo pigliano i russi", scontrandosi però con una realtà di occupazione complessa, esposta a "guerriglia" prolungata come già accadde contro l'Armata Rossa negli anni di Stalin, e ha aggiunto che la ricostruzione ucraina resterà probabilmente irrealizzabile senza un contributo energetico russo, "perché io do abbastanza per scontato che sarà molto difficile che noi europei ci tassiamo per l'Ucraina".
Caracciolo ha chiuso il suo intervento con una lettura geopolitica di lungo periodo, sostenendo che il vero vincitore strategico del conflitto sarà la Cina, che detiene già "il controllo, sia pure indiretto" della Russia, mentre gli Stati Uniti mostrerebbero segnali di stanchezza imperiale: ha citato una lettera pubblicata su Limes da un alto funzionario del Pentagono che chiede aiuto agli alleati per costruire navi, e il dato, definito eloquente, delle "37.000 vittime" tra i soldati americani nelle guerre al terrorismo dall'11 settembre, di cui "7.000 morti in combattimento" e "30.000 suicidi". Riccardi ha concluso l'incontro con un appello al realismo più che all'utopia pacifista: il primo atto necessario, ha detto, è "porre fine alla guerra in Ucraina in un modo degno per gli ucraini, ma riconoscendo lo spazio che i russi hanno occupato", perché sarà "una pace fredda, una pace dolorosa", ma l'alternativa è il prolungarsi indefinito di un conflitto che, come ha ricordato citando gli ordigni della Seconda guerra mondiale ancora oggi bonificati in Italia, lascerà cicatrici sul territorio ucraino per decenni.
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