Strumenti di accessibilità
Skip to main content
| Topnews

Non permetteremo che riscrivano la storia delle stragi: dietro alle bombe non solo Cosa nostra

Stefano Mormile e Brizio Montinaro
antimafiaduemila

Come ogni anno, il 19 luglio siamo qui, in via d'Amelio, per ricordare quella strage terribile del '92 che spazzò via le vite di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.
Veniamo qui non per celebrare o elaborare un lutto, piuttosto per rinnovare la battaglia di verità e giustizia assieme a Salvatore Borsellino, a tanti familiari di vittime di mafia e terrorismo e a tanta gente per bene che non dimentica e, soprattutto, non si volta dall'altra parte.
Da anni ci è offerta la possibilità di testimoniare.
L'abbiamo fatto, abbiamo provato a raccontare le storie di Umberto e Antonio, i nostri fratelli uccisi vigliaccamente a Milano e a Capaci, storie che si intrecciano con la strage di via d'Amelio e con quelle successive; anzi, ne sono un prodromo.
Anche quest'anno ci è stata data l'opportunità di parlare, purtroppo solo per tre minuti, ma solo a causa dei numerosi ospiti che costringono l'organizzazione a contingentare i tempi di intervento. Peccato, proprio quest'anno avremmo voluto dire tante cose: il tempo che passa invano, le limitazioni sempre più evidenti sulla ricerca della verità, il massiccio intervento di "revisionisti" conformi al potere del momento, tutte cose che renderebbero necessaria una presa di posizione ancora più netta e decisa.
Quindi queste cose le scriviamo.
Chiudiamo gli occhi e proviamo a immaginare di essere lassù e parlare alla brava gente che, nonostante il caldo asfissiante, sopporta anche le nostre parole…

Bentrovati,

ci incontriamo qui ogni anno, un po' invecchiati e sempre meno numerosi, ma sempre a testa alta; siamo ancora in grado di lottare, di gridare le nostre ragioni per ottenere verità e giustizia.
Perché ce l'hanno insegnato loro, i nostri cari, pagando per questo il prezzo più alto.
Noi tutti, per quanto ignorati, relegati ai margini, talvolta anche minacciati, derisi e offesi, siamo tuttavia i testimoni più ingombranti e molto vicini alla verità storica, scomodi interpreti della storia di questo Paese; perché noi c'eravamo, la storia l'abbiamo vissuta e attraversata in prima persona e la storia l'abbiamo approfondita e analizzata attraverso il sangue dei nostri cari e quello numerosissimo delle stragi avvenute nella nostra povera patria sin da Portella della Ginestra.
Abbiamo imparato a distinguere le verità dalle menzogne.
Sappiamo dei depistaggi, degli inganni, dei trucchi e di quanto ci propinano di continuo per tenerci lontani dalla verità.
Il fetore delle menzogne lo riconosciamo e non possiamo permettere che riscrivano la storia, piegandola ai propri interessi, uccidendo così di nuovo i nostri cari, cancellando il futuro dei nostri figli, dei nostri nipoti e delle future generazioni.
Lo stanno facendo senza vergogna, perché dispongono di mezzi illimitati.
Legiferano a piacimento, limitando le nostre libertà di protestare, di opporci, di manifestare il nostro pensiero.

I decreti sicurezza, pensati e votati per rendere, dicono loro, le città più sicure e proteggere noi cittadini, in realtà limitano la nostra libertà, proteggendosi dal dissenso, perpetrando veri e propri abusi di potere. Come non bastasse, attorno a loro una corte ossequiosa di servi fedeli: giornalisti, avvocati, giudici e magistrati, politici, costituzionalisti e, soprattutto, apparati e vertici dello Stato. Non sono tutti allineati, ma chi non lo è è messo nella condizione di non nuocere. Il sistema dell'informazione, sempre più ingessato, si avvale poi, in modo complementare, dei social media incontrollati, anzi amplificati da algoritmi che diffondono notizie ingannevoli. Noi stiamo invecchiando inesorabilmente, siamo sempre di meno e i nostri sforzi spesso sono ignorati, ma siamo qui, ogni anno. Noi sappiamo che l'agenda rossa di Paolo Borsellino è stata trafugata da uomini dello Stato; ci sono foto, filmati, testimonianze. Ma lo Stato quegli uomini non li ha mai indagati, lo Stato l'agenda rossa non l'ha mai cercata. Noi sappiamo che la strage di Portella della Ginestra l'hanno organizzata i servizi americani, l'OSS, l'antesignano della CIA, con la complicità dei nostri servizi e della mafia. L'hanno fatto per scongiurare l'avanzata dei comunisti in Sicilia, che rischiavano di vincere le elezioni. Ma lo Stato, per quella strage, ha indagato, incolpato e infine ucciso, in un conflitto a fuoco, solo Salvatore Giuliano, il ferocissimo bandito Giuliano, unico colpevole di quella carneficina. Nessun intrigo internazionale, nessun coinvolgimento dei carabinieri e nessun accordo con la mafia. Ha fatto tutto Giuliano; anzi, ad evitare chiacchiere in libertà, lo Stato ha messo un bel segreto di Stato.
Noi sappiamo che il generale Mario Mori ha fatto la trattativa con la mafia per far cessare le stragi. Lo sappiamo perché è scritto nelle sentenze e, soprattutto, perché l'ha detto lui, il generale: "Ho chiesto a Vito Ciancimino di intercedere con i capi di Cosa Nostra per far cessare quel muro contro muro che non fa bene a nessuno."
Ma adesso sappiamo anche che, per lo Stato, fare patti con la mafia non è reato e, comunque, le stragi sono continuate ancora più violente.
Noi sappiamo che il generale Mario Mori, promosso nel frattempo a capo del Sisde, il servizio segreto civile, forse incoraggiato dall'esperienza precedente di negoziatore, fece una nuova trattativa, stavolta con Giovanni Tinebra, già responsabile del più grande depistaggio della storia italiana quando era a capo della Procura di Caltanissetta, il depistaggio Scarantino, e forse per questo premiato e mandato a dirigere il DAP, ossia le carceri e la polizia penitenziaria.
Ebbene, Mori e Tinebra stipularono un patto scellerato e illegale, poi noto come "Protocollo farfalla", per permettere ai servizi il controllo nelle carceri.
Sappiamo che lo Stato il "Protocollo farfalla" lo ha reso di recente effettivo, inserendolo nell'articolo 31 del decreto sicurezza, che legalizza, permettendo cose inenarrabili ai servizi, "scriminandoli".
Noi sappiamo che le stragi del '92-'94 sono collegate tra loro, fanno parte di un progetto eversivo eseguito dalle organizzazioni criminali, ideato da menti raffinatissime, raccordato da apparati e organismi deviati e raccontato, fin nei particolari, dai comunicati della "Falange armata". Per lo Stato le stragi le ha fatte solo la mafia e che la "Falange armata" non esiste o, al massimo, sono dei buontemponi, dei cialtroni che si divertivano a gettare terrore nella gente con telefonate di rivendicazione di fatti già accaduti e noti.
Peccato che i comunicati della "Falange armata" parlavano soprattutto di quello che sarebbe accaduto e che poi effettivamente avvenne.
La mafia non ammette la partecipazione di donne nelle proprie azioni, mentre è stata certificata la presenza femminile in almeno tre stragi.
La mafia non dispone di esplosivi potenti come quelli usati nelle stragi e in dotazione esclusiva a corpi speciali; la mafia non rivendica, figurarsi produrre, 1.500 comunicati (della "Falange armata"), molti dei quali scritti con capacità linguistiche molto raffinate. La mafia non s'intende di patrimonio artistico, ma per lo Stato è stata solo la mafia!

Sappiamo che il "dossier mafia appalti", la causa di tutte le stragi, anzi, di tutti i mali, forse anche del recente furto al Louvre, l'ha confezionato Mario Mori, proprio lui. E sappiamo che la Commissione antimafia ha già stabilito che "mafia appalti" è l'unica verità, ignorando il corposo dossier consegnato dal dott. Scarpinato per gli approfondimenti che dovrebbero essere oggetto di analisi. Sappiamo che Domenico Papalia è il boss indiscusso della 'Ndrangheta nel Nord Italia, da sempre, anche da ergastolano per le numerose condanne per i crimini efferati che ha commesso.
Sappiamo che Domenico Papalia, nonostante la pericolosità accertata, ha sempre goduto di incredibili benefici carcerari ed è sostenuto da ancora più incredibili campagne mediatiche per ottenere benefici che, infine, sono arrivati. Del resto gli amici servono a questo: far liberare un criminale, o anche scongiurare che investigatori capaci vadano a occupare posti importanti per il contrasto alle mafie. Sappiamo tutto questo e molto altro, siamo addirittura oltre Pier Paolo Pasolini che, nel suo famoso articolo sul Corriere, "IO SO", denunciava il potere proclamando di conoscere i responsabili delle stragi di Brescia, Bologna, Milano, ma di non avere le prove.
Ebbene, noi sappiamo e vi sono anche le prove!
E siamo qui a raccontarlo, trasferendo la conoscenza ai nostri figli, ai nostri amici, parenti, colleghi, affinché questo patrimonio di verità non vada disperso e sia contrastata la propaganda di chi è connivente con tutte le nefandezze avvenute in questi lunghissimi anni.
Siamo noi l'ultimo baluardo di democrazia?
Se rinunciamo a porci come baluardo, le vite di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Umberto, Antonio e di tanti altri morti saranno state inutili…

ARTICOLI CORRELATI

Paolo Borsellino e l'agenda rossa rubata in via d'Amelio
Di Giorgio Bongiovanni


Salvatore Borsellino, chiamata alle armi per la società civile: 19 luglio 2026

I palermitani vogliono l'agenda rossa, non l'esercito per le strade

Una strage nera tira l’altra
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino

La corda in casa dell'impiccato
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino  

Foto © Imagoeconomica