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Negoziati sull'orlo del baratro. Trump minaccia di cancellare l'Iran in una notte

Francesco Ciotti

Dall'ultimatum delle 20:00 EDT all'attacco missilistico su Al Jubail: cronaca di un'escalation fuori controllo che rischia di arenare le economie del mondo intero

Non si vede ancora la fine del grande incendio che divampa nel Medio Oriente e che sta avendo riverbero nel mondo intero. Siamo forse solo agli inizi di un’apocalisse energetica senza precedenti per il controllo dello Stretto di Hormuz, per il cui controllo oramai la retorica che domina alla Casa Bianca è ormai deflagrata nella più totale follia.
Lunedì mattina, durante una conferenza stampa durata oltre un’ora, Donald Trump ha adottato toni estremamente duri nei confronti dell’Iran, delineando uno scenario di escalation immediata qualora Teheran non si conformi alle richieste statunitensi entro la scadenza fissata. Il presidente ha avvertito senza mezzi termini che l’Iran rischia di essere “eliminato”, sottolineando come, a suo dire, “l’intero Paese può essere distrutto in una sola notte, e quella notte potrebbe essere domani sera”, un riferimento diretto alla deadline delle 20:00 EDT di martedì, oltre la quale – ha lasciato intendere – gli Stati Uniti sarebbero pronti a colpire in modo massiccio le infrastrutture nazionali iraniane.
Il tycoon ha poi chiarito che qualsiasi via diplomatica resta subordinata a condizioni molto precise, dichiarando di voler “un accordo che sia accettabile per me”, aggiungendo che “parte di questo accordo sarà la libera circolazione del petrolio e di tutto il resto”, una frase che suggerisce come Washington punti non solo a obiettivi di sicurezza, ma anche al ripristino dei flussi energetici globali sotto condizioni favorevoli agli Stati Uniti.
Nel corso della conferenza, il presidente ha anche promesso azioni militari dirette contro obiettivi strategici iraniani, affermando apertamente l’intenzione di colpire “centrali elettriche e ponti”, minimizzando le critiche internazionali e le possibili accuse di violazioni del diritto bellico, evidentemente incurante delle conseguenze catastrofiche per una popolazione da 60 milioni di abitanti.
Allo stesso tempo, ha cercato di mantenere uno spiraglio negoziale, sostenendo che esiste “un partner attivo e disponibile” tra gli interlocutori iraniani e dichiarando di sperare che “non sia necessario bombardare le infrastrutture energetiche”, lasciando intendere una preferenza, almeno formale, per una soluzione negoziata.
Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno inoltre celebrato il successo di una recente operazione militare, il recupero di un aviatore statunitense abbattuto in Iran durante il fine settimana. Il presidente ha definito l’operazione una “decisione rischiosa”, spiegando che “avremmo potuto ritrovarci con 100 morti, anziché uno o due”, enfatizzando il livello di pericolo affrontato dalle forze statunitensi.
I soliti toni tronfi e propagandistici, nulla di nuovo, salvo andare poi a scoprire che durante le operazioni di recupero dei due piloti dell'F-15E Strike Eagle abbattuto il 3 aprile 2026 su Isfahan, due elicotteri UH-60 Black Hawk sono stati colpiti da fuoco nemico. Separatamente, due aerei da trasporto speciale MC-130J Commando II — impiegati per l'infiltrazione delle forze speciali — sono rimasti bloccati su una pista di fortuna nel deserto iraniano (per problemi tecnici o per il terreno cedevole) e furono autodistrutti dagli stessi americani per impedirne la cattura. Anche un elicottero MH-6 Little Bird fu distrutto sul posto. Tre ulteriori aeromobili furono inviati per evacuare tutto il personale.
In definitiva, il mondo intero vede che gli americani non sono riusciti a ottenere la superiorità aerea.
Ma Hegseth, col messianismo evangelico demenziale che oramai caratterizza la sua amministrazione è arrivato a paragonare la missione alla resurrezione di Gesù Cristo.
Nonostante le evidenze sul disastro della missione, Trump continua a vivere nel suo mondo immaginario fuori da un ospedale psichiatrico e ipotizza che gli Stati Uniti potrebbero valutare l'introduzione di un pedaggio nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, una mossa che probabilmente richiederebbe il controllo militare diretto degli Stati Uniti su questa strategica via d'acqua.
"Che ne dite di imporre dei pedaggi? Preferirei farlo piuttosto che lasciarli a loro. Perché non dovremmo? Siamo i vincitori. Abbiamo vinto", ha dichiarato esultante il presidente americano che poi arriva ad asserire: "mi prenderei anche cura del popolo iraniano, molto meglio di come si è preso cura di loro. Hanno ucciso 45.000 persone fino a un mese e mezzo fa. 45.000 manifestanti."
Parole dette mentre solo poche ore prima a Fox News ammetteva che "Abbiamo inviato armi ai manifestanti, molte armi", aggiungendo che il presidente statunitense credeva i curdi avessero tenuto le armi per sé.  


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Le posizioni inconciliabili e l’escalation ambita da Netanyahu

Ma veniamo al piano da 15 punti che gli americani vorrebbero proporre a Teheran. Tra le principali richieste degli Stati Uniti vi sono il mantenimento aperto dello Stretto di Hormuz e una significativa limitazione del programma missilistico iraniano, sia in termini di portata che di quantità, con l’obbligo di utilizzare i missili esclusivamente per scopi difensivi. Sul fronte nucleare, viene richiesto lo smantellamento del potenziale accumulato, la rinuncia allo sviluppo di armi nucleari e il divieto di arricchire uranio all’interno del paese. Il materiale già arricchito dovrebbe essere trasferito sotto il controllo dell’AIEA, mentre gli impianti chiave di Natanz, Isfahan e Fordow dovrebbero essere eliminati. Inoltre, Teheran dovrebbe garantire pieno accesso e controllo all’AIEA e interrompere il sostegno ai gruppi proxy, cessando anche il finanziamento delle formazioni armate nella regione.
Proposte che l’Iran definisce chiaramente, “irrealistiche” dal suo punto di vista. Secondo l’agenzia ufficiale IRNA, Teheran ha respinto l’ipotesi di un cessate il fuoco, sostenendo che non sia sufficiente e ribadendo che è necessaria “una fine definitiva della guerra”.  I Pasdaran esigono innanzitutto una fine permanente di tutti i conflitti in Medio Oriente, accompagnata dallo smantellamento completo di tutte le basi militari statunitensi presenti nel Golfo. Sul piano strategico, rivendicano il controllo e il diritto di riscuotere pedaggi nello Stretto di Hormuz, mentre sul fronte economico, chiede la revoca integrale delle sanzioni imposte contro il paese, il riconoscimento del diritto all'arricchimento pacifico dell'uranio sul proprio territorio, e il pagamento di riparazioni per i danni subiti nel corso del conflitto.
Posizioni inconciliabili, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto che vedrebbero certamente la coalizione Washington-Tel Aviv tentare di mascherare una sconfitta strategica senza precedenti.
Israele, in ogni caso, cerca di soffiare sul fuoco e anticipa gli attacchi alle infrastrutture energetiche, attaccando l'impianto petrolchimico di South Pars, nel sud dell'Iran: un complesso responsabile dell'85% delle esportazioni petrolchimiche del Paese.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha salutato l’operazione come parte della strategia di Israele per arginare "la macchina del denaro" delle Guardie Rivoluzionarie. "Stiamo distruggendo fabbriche, stiamo distruggendo attivisti e continuiamo a distruggere alti funzionari", ha affermato il primo ministro israeliano in un post sui social media.
Di tutta risposta, poche ore fa, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno lanciato un attacco missilistico contro Al Jubail, nella Provincia Orientale dell'Arabia Saudita, scatenando un vasto incendio nel più grande polo industriale del mondo.
I Pasdaran avevano annunciato nelle ore precedenti che l'attacco era una rappresaglia proprio contro i raid contro il giacimento di gas di South Pars. Le immagini diffuse sui social mostrano colonne di fumo nero elevarsi dagli impianti della città costiera.
Al Jubail, con i suoi 1.016 km² sulla costa del Golfo Persico, è considerata la più grande città industriale del mondo e il più imponente progetto di ingegneria civile mai realizzato: ospita raffinerie, acciaierie, impianti di desalinizzazione e decine di complessi petrolchimici che contribuiscono a circa il 7% del PIL saudita.
Tra le strutture colpite rientrano gli impianti di SABIC (Saudi Basic Industries Corporation), il più grande gruppo chimico-petrolchimico del Medio Oriente e quarta azienda chimica al mondo per fatturato secondo la classifica ICIS — dopo BASF, Sinopec e Dow. Come diretta conseguenza dell'attacco e del blocco dello Stretto di Hormuz da parte iraniana, anche la società chimica Sadara Chemical ha sospeso le operazioni dei suoi impianti a Jubail.  


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Le città sotterranee, cuore irraggiungibile della deterrenza iraniana

È chiaro che distruggere e annichilire l’arsenale militare iraniano senza un’invasione di terra per Washington è un’impresa suicidale. Le radici dell’architettura militare di Teheran affondano nella brutalità della guerra Iran-Iraq: è nel 1984, in risposta ai bombardamenti iracheni sulle città iraniane, che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) inizia a scavare le prime basi missilistiche sotterranee. Da allora lo sviluppo non si è mai interrotto, trasformando nel corso di decenni un sistema di rifugi d'emergenza in una rete di strutture che gli analisti militari descrivono non come semplici depositi, ma come vere e proprie città nascoste nel cuore delle montagne iraniane.
L'architettura interna di queste installazioni riflette una complessità ingegneristica straordinaria. Al loro interno si trovano lunghi tunnel di stoccaggio per missili, droni e lanciatori, aree dedicate alla preparazione al lancio, sale di comando e controllo, oltre a infrastrutture complete di ventilazione, energia e logistica. Il tratto più caratteristico è però il sistema ferroviario automatizzato che collega le aree di assemblaggio con i depositi di stoccaggio e le uscite mimetizzate: un'arteria interna che consente di muovere i missili rapidamente anche durante un attacco in corso. Le gallerie si estendono per diversi chilometri, talvolta per decine di chilometri, a profondità che possono raggiungere diverse centinaia di metri sotto uno spesso strato di roccia. Ogni complesso è dotato di molteplici punti di uscita distribuiti su versanti diversi della montagna, molti dei quali sono diversivi o mimetizzati nel paesaggio naturale, rendendo estremamente difficile per i sistemi di intelligence individuarne l'estensione reale.
Il caso più emblematico è la base di Yazd, costruita a circa 500 metri di profondità nell'Iran centrale e scavata all'interno del massiccio granitico dello Shirkuh. La scelta geologica non è casuale: il granito dello Shirkuh è una delle rocce più dure sulla Terra, con una resistenza alla compressione che raggiunge i 25.000–40.000 PSI, circa 25 volte superiore a quella del calcestruzzo armato ordinario. Questa durezza estrema, ricca di quarzo e feldspato, assorbe e disperde l'energia esplosiva, attenuando l'effetto persino delle bombe anti-bunker GBU-57 — le munizioni penetranti più potenti dell'arsenale statunitense, in grado di forare cemento fino a 60 metri di profondità ma ampiamente insufficienti a raggiungere le strutture più profonde. Secondo i dati dell'Institute for the Study of War, la base di Yazd è stata colpita almeno sei volte dall'inizio del conflitto, eppure la struttura principale è rimasta operativa. Quando gli ingressi dei tunnel vengono danneggiati, le squadre ingegneristiche già dislocate all'interno del complesso intervengono entro pochi giorni, rimuovono le macerie e ripristinano gli accessi, mentre le gallerie compartimentate e le porte resistenti alle esplosioni limitano la propagazione dei danni all'interno.
Una ricerca della CNN pubblicata nel marzo ha identificato almeno 27 città missilistiche sotterranee con oltre 107 tunnel d'uscita; nei primi tre settimane di guerra il 77% di questi ingressi è stato colpito da aerei israeliani e statunitensi, ma le immagini satellitari hanno mostrato veicoli da genio già all'opera nelle ore successive per ripristinarli. Questo ciclo di distruzione e rapido recupero riassume la logica profonda dell'intera struttura: non eliminare il rischio di essere colpiti, ma rendere ogni colpo non decisivo.
Qualora Trump decidesse di colpire le infrastrutture vitali del Paese, Teheran ha la capacità di provocare l’apocalisse energetica nel Medio Oriente.

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