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Negoziati e guerra permanente: Washington vuole riaprire Hormuz a colpi di bombe

Dal cessate il fuoco tradito al ricatto energetico: Trump disperato tenta di salvare l’impero in fiamme, mentre operano le macchinazioni sioniste

Francesco Ciotti

Un teatro di escalation a tratti in Medio Oriente che sta mostrando chi comanda davvero negli Stati Uniti: un deep state in pieno delirio di onnipotenza, incapace di gestire la sua caduta. 

Un contesto dove Donald Trump appare come un uomo senza volto, comandato a distanza per veicolare i già ondivaghi indici di borsa. 

Dopo l’escalation dei giorni scorsi, con un messaggio diretto e senza margini di ambiguità, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha comunicato ufficialmente un messaggio a tratti schizofrenico e contraddittorio.

"La Repubblica Islamica dell'Iran ci ha chiesto di continuare i 'dialoghi'. Abbiamo accettato, ma gli Stati Uniti hanno comunicato loro, in modo inequivocabile, che il cessate il fuoco è terminato", ha dichiarato Trump sui social, lasciando intendere forse che i negoziati si faranno a suon di bombardamenti pur di far uscire l’attuale amministrazione dalla vergognosa ammissione al mondo intero della sconfitta strategica subita nei 55 giorni di guerra.

Emblematico il fatto che i violenti scontri derivino dal tentare di riportare lo status quo precedente alla guerra nello Stretto di Hormuz, piuttosto che un cambio di regime. 

Come riconfermato poche ore fa da Axios, gli Stati Uniti stanno chiedendo all'Iran di riconoscere il corridoio marittimo come aperto già da sabato. 

"L' amministrazione Trump chiede all'Iran di rilasciare una dichiarazione pubblica sabato, riconoscendo che lo Stretto di Hormuz è aperto e impegnandosi a smettere di prendere di mira le navi commerciali", ha scritto sui social e riferisce il giornalista Barak Ravid, citando funzionari americani.

Ma dal fronte iraniano la linea è ferma. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Ghalibaf, ha escluso categoricamente qualsiasi forma di resa. "Se gli americani dovessero tradire l'accordo in qualsiasi momento, siamo pronti a difenderci su vasta scala e resisteremo con fermezza, difendendo i diritti del popolo iraniano", ha dichiarato, aggiungendo che "porre fine alla guerra è una priorità per i paesi del mondo, ma tutti devono sapere che questo conflitto non finirà mai con la resa dell'Iran."  Ricordiamo che il Memorandum d’intesa stabilisce che l’Iran e Sultanato dell’Oman dovrebbero dialogare per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto. 

Per Teheran il controllo geopolitico di questo corridoio rappresenta un’arma geopolitica a cui – a seguito dell’aggressione illegale Usa-Israele – non ha più intenzione di rinunciare. 

In seguito, a completare il quadro, come era da spettarsi, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei, ha respinto le affermazioni secondo cui Teheran avrebbe richiesto negoziati con gli Stati Uniti, avvertendo che le ripetute violazioni da parte di Washington del memorandum d'intesa del 17 giugno saranno contrastate con azioni reciproche e che la politica della Repubblica islamica rimane saldamente ancorata al principio di "impegno reciproco". 


I costi di guerra e carburante che hanno messo in pausa i combattimenti

Perché dunque il tycoon ha avuto bisogno anche questa volta di paventare un desiderio negoziale di Teheran per porre una pausa alle ostilità?

Ci sono dei problemi logistici non indifferenti. Il Dipartimento della Difesa americano si trova ad affrontare una crisi finanziaria senza precedenti. Nonostante riceva quasi 1.000 miliardi di dollari all'anno, il Pentagono ha avvertito il Congresso che potrebbe presto esaurire le risorse disponibili per sostenere la campagna contro l'Iran. Secondo quanto riportato da NBC News, il costo stimato dell'operazione è schizzato dai 25 miliardi di dollari iniziali a oltre 132 miliardi, portando il dipartimento a richiedere 67 miliardi di dollari di finanziamenti di emergenza. Un ex funzionario del Pentagono ha avvertito che le forze armate potrebbero dover "mettere a terra i jet e sospendere le esercitazioni" qualora i fondi non venissero erogati tempestivamente.

La crisi si inserisce in un contesto di crescente pressione politica interna: Trump sta spingendo per portare la spesa militare annuale oltre i 1.500 miliardi di dollari, ma la proposta incontra la resistenza di una parte del partito repubblicano. Alcuni conservatori temono che finanziare una guerra sempre più impopolare possa rivelarsi politicamente costoso in vista delle elezioni di medio termine, sollevando domande più ampie su quanto Washington possa ancora permettersi di sostenere i propri impegni militari globali.

A questi dati vanno ad aggiungersi quelli delle riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti che hanno toccato il livello più basso dal 1983. Nella settimana terminata il 3 luglio, le riserve sono diminuite di 6,2 milioni di barili, raggiungendo quota 319,5 milioni di barili. In soli tre mesi, l'amministrazione Trump ha rilasciato un totale di 178 milioni di barili di greggio, riducendo le scorte del 18% e portandole a meno del 50% della capacità totale. Mike Sommers, CEO della Riserva Petrolifera Americana, ha lanciato un chiaro allarme: "Stiamo raggiungendo livelli che iniziano a destare preoccupazione", sottolineando che, con l'avvicinarsi della stagione degli uragani, "gli Stati Uniti sono a un solo uragano di distanza dal perdere la loro zona di protezione". 


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Anche il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz riflette la tensione: secondo i dati della società di monitoraggio marittimo Kpler, i transiti sono calati per il secondo giorno consecutivo, attestandosi a 22 il 9 luglio rispetto ai 30 del giorno precedente. Nessun nuovo attacco a imbarcazioni è stato segnalato dal 7 luglio, e gli operatori continuano a privilegiare nettamente la rotta iraniana rispetto a quella omanita.


Trump e le minacce di assassinio alimentate dai sionisti

In questo scenario, ad alimentare i propositi belligeranti del presidente americano ci pensano le voci sioniste di un probabile complotto iraniano contro la sua persona.

Trump ha rivelato in un'intervista al New York Post di aver preso precauzioni personali contro un possibile attentato iraniano. "Sono nella loro lista da molto tempo. È questo il punto", ha dichiarato al tabloid. "L'unica cosa è che ho lasciato istruzioni: se dovesse succedere qualcosa, bombardateli letteralmente con una potenza mai vista prima." Il presidente ha inoltre riferito di sperare che Teheran "sentirà la sua mancanza."

A confermare la concretezza della minaccia è intervenuto il Wall Street Journal, secondo cui Israele ha recentemente condiviso con Washington nuovi dati di intelligence che indicano un piano iraniano per eliminare Trump. Lo stesso presidente, durante il vertice NATO di Ankara, aveva già alluso all'argomento: "Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, ovvero me... Sono su ogni lista. Stamattina ho visto che sono su tutte le loro liste."

Non è nuova questa strategia israeliana per condizionare l’amministrazione Usa.

Il precedente più rivelatore è quello di Asif Merchant, arrestato il 12 luglio 2024 — un giorno prima del comizio di Butler, Pennsylvania — con l'accusa di pianificare omicidi politici su mandato iraniano. Il clamore mediatico fu enorme. La connessione con l'imminente attentato a Trump divenne, ovviamente, narrativa dominante.

Tuttavia, nei giorni immediatamente successivi all'attentato in cui Thomas Crooks sparò otto colpi ferendo Trump all'orecchio, le autorità statunitensi non trovarono mai alcun collegamento tra lui e l'Iran. Eppure, già il 16 luglio 2024 — soli tre giorni dopo — fonti anonime dei servizi di sicurezza riferirono ai media americani di una preesistente allerta iraniana che avrebbe portato al rafforzamento della sicurezza per Trump.

Ebbene, secondo il Washington Post, era stata una fonte quasi certamente dell’intelligence israeliana a collegare il tentativo di assassinio con l’IRGC, ma il dado oramai era tratto. Trump da quel fatidico giorno ha cambiato la sua politica da isolazionista a guerrafondaia da prima linea. Il 28 febbraio seguì il suggerimento di Benjamin Netanyahu e attaccò Teheran.


La guerra energetica nel Mediterraneo: il gasdotto di Israele contro Ankara

Intanto, mentre il conflitto con l'Iran monopolizza l'attenzione, nel Mediterraneo orientale si apre un nuovo fronte, questa volta energetico. Il ministro dell'Energia israeliano Eli Cohen ha annunciato la costruzione di un gasdotto di 200 chilometri dai giacimenti di gas di Karish e Tanin — con riserve stimate a 2,4 trilioni di piedi cubi — verso Cipro, escludendo esplicitamente qualsiasi partecipazione turca. "Sappiamo come difenderci e nessuno può dettarci le condizioni", ha dichiarato Cohen. "Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo dimostrato che chi minaccia lo Stato di Israele non fa una bella fine."

Il progetto, sviluppato dalla società Energean che ha già investito 1,6 miliardi di dollari nei giacimenti, ha una capacità stimata tra 0,5 e 1 miliardo di metri cubi di gas all'anno. La Turchia, che aspirava da tempo a un ruolo nei progetti energetici della regione, viene così esclusa da un corridoio strategico che ridisegna gli equilibri di potere nel Mediterraneo orientale.


La partita di Erdogan per il suo ruolo nel Mediterraneo

Tuttavia, Ankara non è rimasta a guardare vedendo sottrarsi quote di mercato energetico e il riavvicinamento con Washington celebrato ad Ankara certifica il compimento di una sua strategia in tal senso.

Il presidente turco ha scelto di arruolarsi, diventando un utile partner per Washington: ha deciso di rientrare nel programma F-35, da cui Ankara era stata espulsa nel 2019 per l'acquisto dei sistemi russi S-400 che ora è nuovamente in discussione.

Ha presentato il progetto di un oleodotto militare da 1,2 miliardi di dollari per rifornire gli alleati del fianco orientale, dalla Turchia fino a Polonia e Germania passando per Romania e Bulgaria, con l'esclusione accurata della Grecia: un hub fondamentale per proseguire la campagna bellicista contro la Russia.

Per non parlare della produzione militare. Negli ultimi cinque anni la Turchia è diventata l'undicesimo esportatore mondiale di grandi sistemi d'arma, con una crescita del 122% sul quinquennio precedente, e il cuore di questa ascesa è Baykar Technologies, il produttore del Bayraktar TB2 — il drone che ha cambiato le regole di ingaggio dalla Libia all'Ucraina. Il Bayraktar è un sistema interamente turco, con un tasso di localizzazione della produzione del 93%, autonomia di volo di oltre 24 ore e armamento integrato prodotto dalla Rocketsan: non è un componente di un sistema altrui, è una filiera sovrana.

La penetrazione di Baykar nell'industria europea della difesa è la mossa che trasforma l'arruolamento in dipendenza strutturale reciproca. La società ha acquisito Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano entrato nel programma con i propri siti produttivi in Liguria, e subito dopo ha firmato con Leonardo un Memorandum of Understanding per la costituzione di LNA Systems, una joint venture con sede in Italia dedicata a "progettazione, sviluppo, produzione e manutenzione di sistemi aerei senza pilota". Il mercato obiettivo è stimato in 100 miliardi di dollari nel prossimo decennio, e i siti produttivi coinvolti includono Ronchi dei Legionari, Torino, Roma Tiburtina e Nerviano. Il ministro Urso ha sintetizzato la posta: "L'Italia farà la parte principale nel mercato europeo dei droni".

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