''Mafia-appalti non giustifica il massacro di Falcone e Borsellino, si vada oltre''

Lettera di 33 cronisti al Presidente Mattarella ed alla Presidente della Commissione antimafia Colosimo
“L’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non merita di finire nel cestino dei rifiuti della storia”. Si conclude con queste parole la lettera firmata da 33 giornalisti siciliani (tra cui Attilio Bolzoni, Riccardo Orioles, Giuseppe Lo Bianco, Giuseppe Pipitone, Giulio Francese, Franco Viviano, Sandra Rizza, Salvatore Cusimano, Enrico Bellavia ed altri) che hanno raccontato la storia della cronaca giudiziaria, attraversando fatti di mafia, delitti, stragi e quegli scandalosi rapporti della criminalità organizzata con le istituzioni e la politica. Una missiva pubblicata oggi sul quotidiano “La Sicilia” ed indirizzata al Presidente Mattarella ed alla Presidente della Commissione antimafia Colosimo.
Un grido d'allarme lanciato a poche settimane dalle commemorazioni della strage di Capaci che si è resa necessaria di fronte all'attività della Commissione parlamentare sulla ricerca della verità delle stragi che come ANTIMAFIADuemila abbiamo sempre definito “depistante”, non solo per l'opera di parcellizzazione ed atomizzazione dei fatti (scollegando gli attentati del 1992 da quelli del 1993), ma soprattutto perché si sta concentrando su un'unica strage (quellal di via d'Amelio) ed in particolare su un'unica pista come causa madre della morte del giudice Paolo Borsellino, collegandola anche a quella di Giovanni Falcone.
Condividiamo quanto scritto dai firmatari della lettera. “E' un terribile errore limitare le indagini sulla morte dei due magistrati all’unica pista 'mafia e appalti', tralasciando le altre e in particolare la cosiddetta 'pista del terrorismo nero'. Eppure, è proprio questa la strada da tempo intrapresa dalla maggioranza in Commissione parlamentare Antimafia, in singolare affiatamento con il governo centrale e con la procura di Caltanissetta, procura appena 'bocciata' in Cassazione per avere presentato ricorso contro la gip Grazia Luparello che nella sua ordinanza aveva disposto nuove indagini oltre il valico mafia e appalti”.
Trentaquattro anni dopo, dunque, è in corso un nuovo “depistaggio politico”, orchestrato dalla maggioranza in Commissione Antimafia.
“Restringere caparbiamente, così come indicato dall’ex generale dei carabinieri Mario Mori, l’orizzonte investigativo nell’ambito del 'mafia e appalti' rappresenta un vulnus procedurale, nonché miopia investigativa” si legge ancora nella missiva.
Foto © ACFB
Quella stessa miopia che veniva evidenziata dalla Gip Luparello nella sua ordinanza con cui, lo scorso dicembre, aveva respinto la richiesta dei pm di Caltanissetta di archiviare le indagini sui mandanti esterni delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, sempre rimaste a carico di ignoti.
La giudice nissena aveva chiesto di “abbandonare qualunque approccio ‘mistico’ o dogmatico alla questione mafia-appalti” e di procedere anche con tutta una serie di approfondimenti investigativi (ben 43) che partono da vari elementi emersi nel corso del tempo e che lasciava aperte proprio “quella che conduce ai mandanti esterni e al neofascismo stragista”.
E' chiaro che la ricerca dei mandanti esterni non interessa a questo governo fascista, né tantomeno ai vassalli, valvassori e valvassini che scrivono nei giornaloni di partito.
E lo si comprende nel momento in cui svariati elementi investigativi mettono in evidenza come la nascita di un partito come Forza Italia, tutt'oggi presente nella maggioranza di Governo, si intrecci con la storia della mafia e le vicende stragiste.
Basta ricordare la sentenza definitiva che coinvolge l'ex senatore Marcello Dell'Utri, tra i fondatori del partito, indicato come il garante “decisivo”, per diciotto anni (dal 1974 al 1992), dell'accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra (con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”). Sempre quella Corte riteneva provati e dimostrati la “continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”. Un vero e proprio rapporto di “do ut des”.
E sempre le sentenze hanno spiegato la natura dell'assunzione di Vittorio Mangano, boss di primissimo piano del mandamento di Porta nuova. Non un semplice "stalliere" o “un eroe” così come Berlusconi e Dell'Utri lo hanno definito più volte dopo la morte.
Quello stesso Mangano che, a loro dire in un’intercettazione del 29 novembre 1986, metteva “bombe affettuose”. Tutte vicende che non sono delle semplici "dicerie" ma fatti comprovati e accertati da sentenze.
Lo abbiamo scritto anche altre volte.
In un Paese normale un uomo che pagava consapevolmente la mafia, anche per proprio tornaconto, non sarebbe mai stato per oltre vent'anni protagonista dello scenario politico.
Marcello Dell'Utri è ancora oggi indagato per essere stato tra i mandanti delle stragi. Silvio Berlusconi lo è stato fino alla sua morte.
Ma c'è dell'altro.
In questi anni svariati processi hanno dimostrato l'esistenza di rapporti tra mafie e ambienti della destra fascista.
Si può ricordare il summit di Montalto, dell'ottobre 1969, in cui i vertici della 'Ndrangheta avrebbero incontrato Pierluigi Concutelli, terrorista nero e capo dell’organizzazione eversiva Ordine Nuovo, autore materiale dell’omicidio del giudice Occorsio e di altri fatti di sangue; Junio Valerio Borghese, fondatore dell’organizzazione di destra eversiva Fronte nazionale e comandante mai pentito della Rsi, ideatore, organizzatore e capo del fallito golpe dell’Immacolata; il marchese Fefè Zerbi, indicato come uno dei principali finanziatori del fallito colpo di Stato dell'8 dicembre '70, animatore dei Moti di Reggio e principale referente in città di Avanguardia nazionale; Sandro Saccucci, ex paracadutista e membro dell’ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti, luogotenente del Principe nero nel fallito golpe.
A quell'incontro partecipò anche Stefano Delle Chiaie, militante della prima ora del Msi e di Ordine nuovo, fondatore dei Gar (Gruppi di Azione Rivoluzionaria) e di Avanguardia Nazionale, a lungo latitante in vari Paesi dell’America Latina, dove cooperava con le dittature di quei luoghi, il cui nome è stato accostato alle grandi stragi degli anni Settanta, senza però mai rimediare una condanna.
Un soggetto, Delle Chiaie, che alcune testimonianze collocano in Sicilia proprio nei mesi delle stragi degli anni Novanta.
La presenza di soggetti esterni a Cosa nostra nelle fasi di preparazione, se non addirittura di esecuzione della strage, è un dato che emerge in maniera chiara.
Eppure, questi argomenti non sembrano interessare la Presidente della Commissione antimafia, che non dovrebbe sostenere tesi precostituite, ma indagare a 360° proprio per la ricerca della verità.
Chiara Colosimo con il terrorista neofascista Luigi Ciavardini
Forse il motivo di tale miopia si spiega con le proprie simpatie rappresentate in due scatti fotografici.
Il primo la ritrae in una "posa poco istituzionale (come la stessa Chiara Colosimo l'ha definita), che risalirebbe ai tempi in cui lei era Consigliera regionale del Lazio (2010-2013), assieme al conclamato terrorista Luigi Ciavardini, ex componente dei Nuclei Armati Rivoluzionari già condannato a 30 anni per la strage di Bologna, a 13 anni per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e a 10 anni per l’assassinio del giudice Mario Amato.
Il secondo, risalente a poco più di dieci anni fa, che la vede assieme all'imprenditrice dello spettacolo Pamela Perricciolo, con un primo piano di un busto del Duce, Benito Mussolini.
Al di là delle scuse o le imbarazzanti giustificazioni che sono state espresse, basterebbero già questi elementi per considerare quantomeno inopportuno l'incarico come Presidente della Commissione parlamentare antimafia.
Quella stessa Commissione che vorrebbe togliere dalla scena magistrati come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho e che è ormai pronta a redigere una relazione di maggioranza sulle stragi sull'unica pista di mafia-appalti.
Ecco l'oscenità del potere.
Lo abbiamo scritto in più occasioni ed anche i trentatré colleghi firmatari della lettera al Capo dello Stato e all'Antimafia lo ribadiscono.
“Non si può ignorare che le vicende degli ultimi 60 anni di Palermo e della Sicilia – dall’espansione edilizia del capoluogo, alle grandi opere pubbliche (dal Petrolchimico di Gela voluto dall’Eni alla diga di Garcia) – raccontano una storia fatta di intrecci tra politica, mafia, imprenditoria e appalti. Una storia contrappuntata da morti ammazzati e contuguità diffuse, ma mai da stragi della portata di Capaci, Via D’Amelio, Roma, Milano e Firenze per non dire del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma”.
E certamente non giustificano massacri di tali proporzioni.
Infine, nella lettera, ci si augura “che la Commissione Antimafia ampli il campo delle indagini per evitare che l’impegno di decenni e il sacrificio della vita di uomini e donne dello Stato e dei due magistrati più amati dal Paese scivoli nelle sabbie mobili dell’inconsistenza”. Quindi si chiede “alle forze di opposizione in Commissione di redigere finalmente una relazione di minoranza per un’ulteriore spinta all’impegno investigativo”.
Leggendo questo testo ci vengono in mente le parole di Saverio Lodato quando, intervenendo ad una presentazione del libro "Il Patto Sporco e il silenzio", nell'ottobre 2023 diceva: “La strage di via d’Amelio non può essere estrapolata dall’insieme. Non può finire da sola sotto la lente dell’accertamento della verità. Ci comporteremmo da nani. Ci sono ancora inchieste aperte a Caltanissetta, Firenze e in altre Procure, dalle quali emergono piste corpose e nomi di protagonisti che chiamano in causa l’eversione nera, gli apparati deviati dello Stato, le strutture militari clandestine, che tanto inorgoglivano l’ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, per aver fatto il lavoro sporco anche nelle stragi di Roma, Milano e Firenze nel 1994”. E quindi concludeva: “Non è ancora tempo di riscrivere la storia. E’ ancora il tempo di scriverla. E per farlo, occorre riconoscere, e trarne le debite conseguenze, quei ricorrenti riferimenti a Gladio che Giovanni Falcone lasciò ripetutamente in quella parte, a oggi conosciuta, del suo diario. E prendere atto che ci fu una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato durante la stagione delle stragi. E che Paolo Borsellino, a quella trattativa, non si volle piegare”. Anche da qui si può ripartire per la ricerca della verità sulle stragi. Senza mezze parole o falsità.
Realizzazione grafica di copertina by Paolo Bassani
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