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L'Europa ora parla chiaro: l'escalation nucleare è più importante del Welfare state

Dalla Polonia alla Germania, il nuovo linguaggio europeo normalizza il rischio atomico, scoraggia il dialogo con Mosca e sposta risorse dal welfare alla macchina bellica

Francesco Ciotti
Antimafiaduemila

Sarebbe stato difficile immaginare un linguaggio così esplicito che invoca una corsa al baratro con tanto di giochi alla roulette nucleare. I leader europei oramai non si nascondono più dietro le accomodanti frasi di circostanza. Li dicono apertamente ai propri popoli che sono disposti a mandarli dritti al mattatoio, sacrificando anche quel poco di tenore di vita, ottenuto in decenni di lotte sociali, pur di far la guerra alla Russia.

Una formula diventata esplicita nelle parole del ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski (in foto), secondo cui l'Europa, per evitare una catastrofe nucleare in futuro, deve oggi muoversi verso una situazione che comporta un rischio nucleare! A suo parere, controllare la Russia non richiede negoziati, ma un aumento della pressione militare e un rifiuto totale del dialogo. "La verità scomoda è che l'Europa dovrà accettare un rischio maggiore nel breve termine per evitare pericoli molto più gravi in ​​futuro. Il nostro obiettivo non può essere solo quello di prevenire l'escalation", ha dichiarato.

Il politico ha anche invitato l'UE a non iniziare negoziati prematuri con Mosca, definendoli una "tentazione" a cui bisogna resistere. Secondo lui, il dialogo con la Russia, a quanto pare, aumenterebbe le tensioni, invece di ridurle. "Coloro che invocano la ripresa del dialogo politico potrebbe sperare che le discussioni alla fine riducano le tensioni. A lungo termine, è vero il contrario", afferma il ministro degli Esteri polacco. Sikorski, dunque, propone all'Europa di correre deliberatamente il rischio di un conflitto nucleare, per poi evitare una catastrofe che, proprio a causa delle sue proposte, si verificherà.

Insomma, "la guerra è pace, la libertà è schiavitù e l'ignoranza è forza". Guai ad un dialogo che possa mettere fine all'ecatombe ucraina e bruciare nell'insignificanza gli 800 miliardi di euro destinati al complesso militare industriale.

Frasi che rovesciano il vocabolario tradizionale della deterrenza convenzionale. Per decenni, evitare l’escalation è stato il punto di partenza di ogni prudenza strategica, soprattutto quando il confronto coinvolgeva una potenza dotata di armi atomiche.

Ma in quest'epoca di guerrafondai assetati di sangue non esistono più tabù insindacabili.

Droni verso San Pietroburgo

E l'Europa si prepara già all'escalation senza nasconderlo troppo. Uno degli episodi più significativi citati nel dibattito riguarda l’esercitazione condotta da militari britannici presso la base NATO di Tapa, in Estonia. Secondo le ricostruzioni riportate da media britannici e baltici, lo scenario avrebbe simulato l’impiego di droni a reazione Nyan contro obiettivi strategici nell’area di San Pietroburgo. La distanza tra Tapa e la seconda città russa rientra nell’autonomia dichiarata del sistema, indicata in circa 250 chilometri, mentre altre fonti descrivono una portata superiore alle 150 miglia.

Il Regno Unito, inoltre, sta trasformando la propria presenza in Estonia: dal 2027 il gruppo corazzato equipaggiato con carri Challenger 2 dovrebbe essere sostituito da una Mobile Anti-Armour Force fondata su droni di ricognizione e attacco, missili di precisione e unità mobili. Il contingente britannico dovrebbe salire da circa 800 a 1.200 militari. La riorganizzazione viene presentata come una conseguenza delle lezioni della guerra in Ucraina, dove sensori, droni, guerra elettronica e fuoco di precisione hanno ridotto il vantaggio dei mezzi pesanti impiegati senza una rete informativa adeguata.

Londra e la guerra industriale

La Gran Bretagna ha legato il sostegno all’Ucraina a una crescente mobilitazione della propria industria della difesa. Il governo britannico ha annunciato la consegna di 150.000 droni all’Ucraina entro la fine del 2026, all’interno di un pacchetto da 752 milioni di sterline, pari a circa 996 milioni di dollari secondo Reuters; altre ricostruzioni hanno indicato un valore complessivo vicino a 1,017 miliardi di dollari, con 676 milioni destinati ai soli droni. Le cifre non coincidono perfettamente perché si riferiscono a perimetri finanziari e conversioni differenti, ma il dato politico resta chiaro: Londra considera la produzione di droni una componente centrale dell’aiuto militare e della propria politica industriale.

Sul territorio britannico operano inoltre strutture direttamente collegate alla produzione per l’Ucraina. Tra queste  lo stabilimento da 200 milioni di sterline di Ukrspecsystems a Mildenhall e la startup Octopus, impegnata nei droni intercettori. Il Regno Unito co-gestisce con la Lettonia l’International Fund for Ukraine, che ha raccolto oltre 2 miliardi di sterline per finanziare, tra le altre cose, migliaia di droni a lungo raggio costruiti nel Regno Unito. In questo modello, il confine tra aiuto militare, politica industriale e partecipazione indiretta al conflitto diventa sempre più sottile.

La controversia è esplosa attorno ai missili da crociera Storm Shadow. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato pochi giorni fa che installazioni militari britanniche in Ucraina e "oltre i suoi confini" potrebbero diventare obiettivi in risposta ad attacchi ucraini condotti con armi britanniche. Mosca sostiene che il trasferimento dei sistemi, delle informazioni tecniche e della capacità di produzione autonoma dimostri il coinvolgimento diretto di Londra.

SVR ed elezioni russe

Nel mentre, poche ore fa, il Servizio di intelligence estero russo, l’SVR, ha accusato i Paesi europei di avere esortato Kiev ad aumentare gli attacchi di sabotaggio e quelli definiti terroristici contro territori occupati e profondità del territorio russo in vista delle elezioni della Duma di Stato. Secondo la dichiarazione, l’obiettivo sarebbe seminare panico, distrarre le autorità e colpire le infrastrutture della Commissione elettorale centrale; l’SVR sostiene inoltre che gruppi di opposizione all’estero abbiano ricevuto istruzioni per parlare di illegittimità delle elezioni e invitare al boicottaggio.

La stessa accusa riguarda la cosiddetta "Piattaforma PACE per il dialogo con le forze democratiche russe" e il "Dialogo di Bruxelles", che secondo l’SVR avrebbero ricevuto il compito di promuovere il non riconoscimento dei risultati. Mosca afferma che PACE e Parlamento europeo intenderebbero contestare preventivamente le elezioni per "gravi violazioni".

Berlino sceglie la militarizzazione

In questo scenario si aggiunge anche la Germania in prima linea. Il cancelliere Friedrich Merz, in un’intervista alla televisione ARD, ha candidamente affermato che la spesa per la difesa sia più importante degli assegni familiari.

"Qual è il vantaggio di un assegno familiare, anche se molto generoso, se perdiamo la libertà e la pace in Europa è a rischio?", ha dichiarato in toni sibillini, come se la pace non fosse a rischio proprio a causa della progressiva militarizzazione europea!

Il governo tedesco ha anche annunciato l’intenzione di sviluppare armi a basso costo insieme a Kiev. Le informazioni fornite indicano un aumento del bilancio militare di circa 25 miliardi di euro nell’ultimo anno, fino a quasi 125 miliardi di euro. Altri dati ufficiali e giornalistici distinguono tra il bilancio ordinario della difesa, pari a 82,7 miliardi di euro nel 2026, e le risorse supplementari provenienti dal fondo speciale della Bundeswehr, portando il totale a circa 108 miliardi di euro; per il 2027, una previsione Reuters indica 105,8 miliardi nel bilancio ordinario e 144,9 miliardi includendo fondo speciale e aiuti all’Ucraina.

Merz ha ammesso che la Bundeswehr non dimostra ancora la necessaria prontezza al combattimento. Berlino punta a portare la spesa militare verso il 5% del prodotto interno lordo nel quadro della NATO, ma il vertice dell’Aia del 2025 ha articolato l’obiettivo in almeno il 3,5% per i requisiti fondamentali della difesa e fino all’1,5% per infrastrutture, resilienza, reti, preparazione civile e base industriale.

La tendenza è compatibile con un aumento generale della spesa europea. Secondo dati riportati nel EuroMemorandum 2026, la spesa per la difesa dei 27 Stati membri avrebbe raggiunto 343 miliardi di euro nel 2024, con una proiezione di 381 miliardi nel 2025, pari a circa il 2,1% del PIL dell’Unione. Il Centre for European Reform avverte che molti Paesi dovranno scegliere tra tagli ad altre spese, aumento delle tasse e maggiore indebitamento, mentre la riduzione dei servizi pubblici può alimentare il consenso per forze populiste e antieuropee.

In questo quadro, nel mezzo della catastrofica situazione dell'industria automobilistica europea, la conversione degli stabilimenti di Volkswagen e Mercedes alla produzione di armi diventa un'assoluta priorità.

Basti pensare allo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, in Bassa Sassonia, dove la produzione della T-Roc Cabriolet dovrebbe terminare nell’estate del 2027. Volkswagen sta valutando diverse destinazioni per il sito, che occupa circa 2.300 lavoratori, e avrebbe avviato colloqui con Rafael Advanced Defense Systems per produrre componenti destinati al sistema israeliano di difesa aerea Iron Dome. L’ipotesi riguarderebbe veicoli pesanti per il trasporto dei missili, sistemi di lancio, generatori e altri apparati di supporto, ma non la fabbricazione diretta dei missili intercettori. L’azienda tedesca, inoltre, continua a negare l’intenzione di produrre direttamente armi e sottolinea che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva sul futuro dello stabilimento.

Un progetto analogo riguarda lo stabilimento Mercedes-Benz di Ludwigsfelde, nei pressi di Berlino, dove vengono assemblati telai e versioni del furgone Sprinter. Mercedes prevede di trasferire gradualmente questa produzione nello stabilimento polacco di Jawor entro il 2030, aprendo la strada a un possibile riutilizzo dell’impianto. Il gruppo franco-tedesco KNDS, produttore di sistemi corazzati, starebbe negoziando con Mercedes l’utilizzo o l’acquisizione del sito per fabbricarvi veicoli militari Boxer. Nella fase iniziale, lo stabilimento potrebbe produrre contemporaneamente furgoni civili e mezzi corazzati, mentre in seguito una parte significativa dei circa 2.000 dipendenti potrebbe passare alle dipendenze di KNDS.

Kiev come laboratorio militare

Intanto, l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov cerca investimenti statunitensi per un nuovo fondo dedicato alle tecnologie della difesa. Secondo il Financial Times, il fondo dovrebbe finanziare sia startup ucraine già esistenti sia la creazione di nuove aziende, con l’obiettivo di trasformare l’esperienza del campo di battaglia in prodotti e imprese. Le tre priorità iniziali indicate sono sistemi robotici per ridurre il bisogno di truppe umane, droni intercettori economici e veloci contro i droni d’attacco russi e missili a basso costo dotati di intelligenza artificiale.

Fedorov prevede che la guerra possa durare ancora almeno due o tre anni. La previsione non è una certezza militare, ma spiega la logica finanziaria del fondo: se il conflitto non può essere chiuso rapidamente, l’Ucraina deve trasformare la propria innovazione d’emergenza in una filiera permanente. Gli investitori occidentali riceverebbero capitale e accesso agli insegnamenti maturati durante la guerra; Kiev otterrebbe risorse, imprese e sistemi progettati per compensare la propria inferiorità in uomini, munizioni e piattaforme tradizionali.

Un grande affare che non deve esaurirsi per nessun motivo al mondo con un imminente accordo di pace.

Il fronte del Donbass

Mentre l’Europa discute di deterrenza e riarmo, la guerra resta determinata dalla geografia del Donbass. Secondo WELT, citando dati dell’intelligence europea, la Russia potrebbe puntare alla conquista di Kramatorsk e Sloviansk già nel 2027. L’Ucraina controllerebbe poco meno di un quinto della regione di Donetsk e, nella valutazione riportata, la domanda non sarebbe più se la Russia possa conquistare il territorio, ma quando.

 L’agglomerato Sloviansk-Kramatorsk-Druzhkivka è considerato l’ultima grande area urbanizzata del Donbass ancora sotto controllo ucraino; le posizioni russe sarebbero a circa 12-13 chilometri da Sloviansk e Kramatorsk, con la possibilità di prime infiltrazioni entro dicembre 2026 se il ritmo dell’offensiva non dovesse rallentare. Kostiantynivka, a sud di Kramatorsk, sarebbe stata quasi interamente occupata, mentre unità d’assalto russe sarebbero state avvistate nei pressi di Oleksiivo-Druzhkivka, a 13 chilometri dalla città.

Solo nella terza settimana di agosto 2026, secondo i dati riportati, le forze russe avrebbero conquistato 21 chilometri quadrati in un settore orientale lungo circa 30 chilometri. Le forze russe ricorrono sempre più alle bombe plananti contro ponti, roccaforti e obiettivi rinforzati, mentre l’Ucraina ha condotto una controffensiva localizzata iniziata a febbraio 2026 nelle regioni di Zaporizhzhia e Dnipropetrovsk. Secondo il presidente Volodymyr Zelensky, dall’inizio dell’operazione la Russia avrebbe subito circa 9.550 morti e 6.600 feriti, una stima che, come tutte le cifre sulle perdite in guerra, non è verificabile in modo indipendente attraverso le fonti esaminate.

Missili, porti e rappresaglie

Le informazioni riportano inoltre l’impiego russo del nuovo missile da crociera Banderol, entrato in produzione di serie alla fine di luglio. Secondo il Telegraph, l’arma avrebbe trasformato la costa ucraina del Mar Nero in una zona di interdizione per le navi mercantili e avrebbe colpito i porti ucraini; la velocità massima indicata è di 400 miglia orarie, la gittata di 310 miglia, il peso del carburante tra 50 e 65 chilogrammi e la lunghezza di 16 piedi. Bloomberg ha sottolineato soprattutto il basso costo del missile, elemento che ne renderebbe possibile l’impiego ripetuto contro infrastrutture portuali.

Il valore strategico di un’arma del genere non dipende soltanto dalla potenza della testata. Se un missile relativamente economico può minacciare porti, navi mercantili, depositi e corridoi logistici, la sua funzione consiste nel rendere costosa la normalità economica dell’avversario. La guerra si sposta così dalla distruzione di una singola installazione alla capacità di impedire che l’intero sistema logistico funzioni con continuità.

Il 31 agosto 2026 il ministero della Difesa russo ha dichiarato di avere colpito tre centri logistici e una nave portarinfuse in Ucraina. Tra gli obiettivi indicati figurano il magazzino della società Zammler presso Boryspil, il complesso logistico DHL di Pogreby, un centro di Nerubayske e una nave mercantile nel porto di Yuzhny. Si tratta di affermazioni provenienti dal ministero russo e non verificate in modo indipendente nelle fonti consultate; perciò descrivono la versione di Mosca degli eventi, non un accertamento definitivo.

Le stesse fonti riferiscono di intensi attacchi su Kiev per il terzo giorno consecutivo, con incendi nell’area tra Troeshchina e Pogreby, danni al deposito ferroviario di Darnitsa e possibili attacchi contro la centrale termoelettrica CHP-6. Anche in questo caso, la conferma visiva e indipendente di ogni singolo episodio non è disponibile. La logica militare dichiarata da Mosca è quella di colpire centri decisionali, fabbriche, magazzini e infrastrutture impiegate con il sostegno degli specialisti NATO; Kiev e i suoi sostenitori interpretano invece questi attacchi come una campagna contro la capacità energetica, industriale e urbana dell’Ucraina.

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