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Le mafie comandano dalle carceri. I magistrati antimafia: Stato ha perso il controllo

Le dichiarazioni di: Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita, Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo e Luca Tescaroli

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Le organizzazioni mafiose non si limitano a sopravvivere all’interno del sistema carcerario: lo controllano, lo dirigono e lo sfruttano a proprio vantaggio. All’interno dei penitenziari esse gestiscono il traffico di droga, impartiscono ordini operativi, fanno pervenire messaggi e direttive ai propri affiliati rimasti in libertà e, di fatto, regolano la vita quotidiana degli altri detenuti all’interno dei reparti e dei blocchi detentivi. Si tratta di una realtà concreta e preoccupante, troppo spesso rimossa o minimizzata per ragioni di opportunità politica. Una verità scomoda che questo Governo – come del resto quelli che lo hanno preceduto – ha mostrato di voler occultare o ridimensionare. Non è un caso, infatti, che il ministro della Giustizia Carlo Nordio abbia recentemente attaccato il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia

Il magistrato aveva dichiarato qualche giorno fa al Cre.Zi. Plus di Palermo che “le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere. La situazione carceraria italiana è complicata, vi è una quantità di persone superiore rispetto a quella che potrebbe contenere una struttura penitenziaria, non abbiamo un adeguato sistema di assistenza ai condannati, molti sono tossicodipendenti e non dovrebbero stare in carcere. Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. Come dimostrano i fatti, il 'carcere duro' è un colabrodo, mentre l'ergastolo ostativo è stato fatto a pezzi dalla riforma Cartabia e dalla Corte costituzionale. Risultato? Boss che comandano dal carcere o, in molti casi, addirittura escono grazie ai permessi premio. "È noto da anni che le carceri sono sotto il controllo della criminalità mafiosa. La genesi di tutto questo è chiara agli addetti ai lavori, ma rimarrà sconosciuta ai cittadini fino a che non se ne occuperà una commissione di inchiesta", aveva detto, a febbraio 2025, il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, già direttore del Dipartimento detenuti al Dap nel 2015.  


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Sebastiano Ardita © Paolo Bassani 

Ardita ha fatto notare come i problemi partano da lontano, con la politica delle “celle aperte”, cioè la possibilità anche per i detenuti in Alta sicurezza – cioè i mafiosi – di vivere a contatto con i carcerati comuni. Lo Stato ha da tempo "rinunciato all'Alta sicurezza, cioè alla gestione penitenziaria dei mafiosi differente da quella dei comuni", aveva detto il magistrato. "Col pretesto del sovraffollamento delle carceri si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, il che consente ai più pericolosi di circolare e di assumere il controllo dei penitenziari, provocando, peraltro, la mattanza dei diritti dei reclusi più deboli. Lo attesta l’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi: un cedimento alla sicurezza e al benessere con l’alibi della tutela dei diritti dei detenuti". Uno spaccato documentato con dovizia di particolari anche in un suo libro: Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere (edito da Solferino).

Come spiegò l'allora consigliere togato del Csm Nino Di Matteo, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia, “le dinamiche più importanti, soprattutto nella criminalità mafiosa, passano inevitabilmente anche dal carcere. Già dal lavoro di Giovanni Falcone e dal Maxi processo abbiamo capito che i mafiosi dal carcere continuavano a rappresentare gli interessi di vertice dell’organizzazione mafiosa, a far passare ordini di morte, a vivere la propria mafiosità dentro il carcere come la vivevano fuori”. E quando è stato introdotto il regime del 41 bis, ha continuato Di Matteo, “abbiamo capito come l’introduzione di quelle regole fosse stata colta immediatamente dai vertici dell’organizzazione, in particolare da Salvatore Riina, come un momento di svolta epocale, che avrebbe cambiato per sempre la vita dei mafiosi in carcere”. Ed è questo che è accaduto: da un certo momento storico in avanti i boss hanno iniziato a comandare dentro il carcere, riuscendo a mantenere i contatti con le organizzazioni d'appartenenza. “In questi anni è mancato completamente il criterio di gestione dei detenuti in Alta sicurezza, i mafiosi hanno preso il controllo delle sezioni. In Alta sicurezza ci sono molte delle teste pensanti di Cosa nostra e delle altre organizzazioni", ha spiegato ancora Di Matteo.  


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Nino Di Matteo © Paolo Bassani 

Il magistrato smentisce Nordio quando parla di “qualche fenomeno patologico”. “Non si possono definire casi isolati, la situazione precaria in Alta sicurezza è diffusa: basta leggere l’esito delle indagini di molte procure, per capire come traffici di droga siano gestiti dall’interno delle carceri”, dice Di Matteo. "Le carceri sono gestite dalla criminalità organizzata", dai detenuti dell'Alta sicurezza, i quali hanno "il controllo degli istituti penitenziari in cui si trovano" e gestiscono il "mercato illegale" delle droghe, sia esterno che interno, aveva detto il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera

Questo mercato "consente loro di arricchirsi, pur se in carcere, e di avvalersi della manodopera dei detenuti di media sicurezza che, in effetti, sono alle dipendenze dei detenuti di Alta sicurezza", ha aggiunto. 

Da tempo il procuratore di Napoli ha lanciato l’allerta sulla proliferazione dei telefonini; per questo cita l’esperimento varato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a Poggioreale: un jammer che blocca le frequenze e neutralizza il funzionamento dei cellulari. “Questo metodo andrebbe esteso a tutta Italia e risolverebbe il problema – aveva raccontato Gratteri –. Io l’avevo proposto, anni fa, durante una riunione coi vertici della Procura nazionale e del Dap, ma mi fu detto che così la Penitenziaria non avrebbe potuto usare i telefoni. Ma gli agenti, dentro alle carceri, non usano i cellulari”.

Anche il procuratore della Repubblica di Prato Luca Tescaroli, sempre nel 2025, aveva denunciato che "plurime strutture carcerarie si sono trasformate in agenzie del crimine, che gestiscono all’interno e all’esterno attività criminose, anche di tipo organizzato, e che riescono a mantenere i rapporti con l’esterno con l’impiego di telefoni cellulari". 


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Luca Tescaroli © Jamil El Sadi 

Il tutto avviene all'interno di strutture "fatiscenti", non più adeguate ai tempi. Su questo Tescaroli ha ribadito che "la tutela dei detenuti richiede che le camere di sicurezza non possano rimanere aperte costantemente e non può essere consentito il movimento indiscriminato dei detenuti all’interno della struttura". Il procuratore della Repubblica ha specificato che "nel carcere pratese La Dogaia" sono stati rinvenuti "dal luglio 2024 a oggi" ben "47 telefoni cellulari (e 12 risultano essere stati e sono attivi)" e che "i detenuti sono risultati avere la disponibilità di più router per collegarsi alla rete Internet". Inoltre, i "detenuti in Alta sicurezza continuano a gestire propri profili TikTok e sono stati sequestrati 25 quantitativi di droga. Due rivolte in carcere ravvicinate (la prima il 4 giugno 2025 e la seconda sabato 5 luglio 2025, con il proposito, durante la stessa, di sfondare i cancelli per evadere). Al di là del caso citato, occorre ragionare su quali possano essere i rimedi, che richiedono scelte politiche e strategie giudiziarie appropriate".

È paradossale che lo Stato abbandoni volontariamente un punto nevralgico così delicato e per il quale Cosa nostra fece esplodere le bombe del 1992-1993, come scritto nelle sentenze. Secondo il magistrato reggino Giuseppe Lombardo, "gli strumenti per evitare che ciò accada ci sono. È chiaro che è difficile gestire il mondo delle carceri. Noi siamo assolutamente convinti che bisogna fare delle scelte politiche molto forti, precise. Può sembrare banale, ma la misura o lo strumento è uno solo: stabilizzare le regole che vanno applicate anche ai detenuti e, soprattutto, ai detenuti che hanno un vissuto criminale. Senza la stabilizzazione delle regole rischiamo di generare ingiustizia". Nella sua analisi Lombardo ha anche evidenziato l'esistenza di casi rilevanti che dimostrano le difficoltà degli istituti penitenziari, sottolineando come "il sistema che consente di comunicare all’esterno si rinnova costantemente". 

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Foto di copertina © Imagoeconomica